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11 settembre, la data che il cinema racconta due volte

Da Spike Lee a Nanni Moretti, da Costa-Gavras a Pablo Larraín: i film sull'11 settembre 2001 di New York e sull'11 settembre 1973 del golpe cileno.

by Redazione

Chi dice 11 settembre pensa quasi sempre a una sola immagine: le due torri di New York che si sbriciolano in diretta mondiale, la mattina del 2001. Eppure quella data ne custodisce una seconda, più lontana e da noi molto meno raccontata: l’11 settembre 1973, quando i caccia bombardavano il palazzo della Moneda a Santiago del Cile e il golpe del generale Augusto Pinochet spazzava via il governo democratico di Salvador Allende. Due lutti diversi per natura e per epoca, uniti dal calendario. Il cinema ha lavorato a lungo su entrambe le ferite, a volte tenendole separate, in un caso memorabile riunendole nella stessa opera. Questi sono i film che raccontano le due facce dell’11 settembre, e il modo in cui ciascuno ha imparato a guardarle in faccia.

11 settembre 2001 al cinema: gli anni del silenzio e poi il racconto

Hollywood ci ha messo tempo. Per mostrare direttamente gli aerei e le torri servivano anni di distanza, e il primo grande film prodotto sul tema, World Trade Center, arrivò solo cinque anni dopo. Il cinema americano ha aggirato la tragedia prima di affrontarla, e proprio quell’esitazione ha prodotto alcuni dei risultati migliori.

Il caso più netto è La 25ª ora di Spike Lee, del 2002. Non parla dell’attentato: segue Monty Brogan, spacciatore interpretato da Edward Norton, nelle ultime ore di libertà prima del carcere. Eppure è il primo film in assoluto a mostrare Ground Zero, con quei due fasci di luce piantati al posto delle torri nei titoli di testa e una scena, in un loft affacciato sullo squarcio di Manhattan, in cui la città ferita entra nell’inquadratura senza bisogno di spiegazioni. Lee, newyorkese fino al midollo, racconta l’11 settembre non mostrandolo, ma lasciando che aleggi su ogni fotogramma. Resta uno dei vertici del cinema post 2001.

Quando poi il racconto diretto è arrivato, lo ha fatto da due angolazioni opposte. World Trade Center di Oliver Stone, del 2006, sceglie l’intimità claustrofobica: due agenti della Port Authority, uno dei quali ha il volto di Nicolas Cage, restano intrappolati sotto le macerie e lottano per sopravvivere. Lo stesso anno United 93 di Paul Greengrass ricostruisce quasi in tempo reale la vicenda del quarto aereo, quello che non raggiunse il bersaglio grazie alla rivolta dei passeggeri, e lo fa con un realismo asciutto, senza divi e senza retorica, che è la sua forza.

Cinque anni più tardi, Molto forte, incredibilmente vicino di Stephen Daldry, del 2011, sposta lo sguardo sul dopo. Tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer, con Tom Hanks e Sandra Bullock accanto al giovane Thomas Horn, segue un bambino che ha perso il padre nelle torri e attraversa New York alla ricerca della serratura che si apre con una chiave lasciata dal genitore: un film sul lutto e sull’elaborazione, prima ancora che sull’attentato. Chiude idealmente il cerchio Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, del 2012, che non mostra l’11 settembre ma ne segue la lunghissima coda: la caccia decennale a Osama bin Laden, raccontata come un’ossessione fredda e senza catarsi.

11 settembre 1973: l’altro golpe, quello di Santiago

Sull’11 settembre cileno il cinema ha spesso corso meno rischi di reticenza, forse perché la distanza storica c’era già, forse perché l’orrore di Santiago è stato subito materia di denuncia. Il film capostipite è Missing – Scomparso di Costa-Gavras, del 1982, ancora oggi il modo più diffuso con cui il pubblico occidentale ha conosciuto quei giorni. Jack Lemmon e Sissy Spacek sono il padre e la moglie del giovane giornalista americano Charles Horman, sparito nei giorni successivi al colpo di Stato, e la loro ricerca disperata sbatte contro un muro di omertà che arriva fino al governo statunitense. La sequenza dello stadio, con i corpi e i prigionieri, è indimenticabile. Il film vinse la Palma d’oro a Cannes e un Oscar per la sceneggiatura, e Lemmon fu premiato come miglior attore sulla Croisette: cifre che dicono quanto quella storia colpì l’Occidente.

A tenere accesa la memoria del regime ci ha pensato soprattutto Pablo Larraín, con quella che viene considerata la trilogia cilena sulla dittatura. Tony Manero, del 2008, è ambientato nel 1978, in pieno pinochetismo, e usa un sociopatico ossessionato dalla febbre del sabato sera per specchiare la brutalità del regime. Post Mortem, del 2010, è il tassello che tocca da vicino la nostra data: reimmagina i giorni caotici attorno al golpe e alla caduta di Allende attraverso gli occhi spenti di un assistente all’obitorio. No, del 2013, con Gael García Bernal pubblicitario, racconta invece la fine della storia, il plebiscito del 1988 e la campagna che convinse i cileni a votare contro Pinochet. Allo stesso autore si deve, più di recente, El Conde, del 2023, che immagina il dittatore come un vampiro immortale: satira nera, spiazzante, per dire che certi mostri non muoiono mai davvero.

Nanni Moretti e l’ambasciata di Santiago: l’angolo italiano dell’11 settembre 1973

Per un lettore italiano c’è un titolo che vale più di ogni altro, e non a caso lo firma Nanni Moretti. Santiago, Italia, documentario del 2018, ricostruisce i mesi successivi al golpe concentrandosi su una pagina di cui andare fieri: l’ambasciata italiana a Santiago che aprì i cancelli a centinaia di oppositori in fuga dai militari, permettendo poi a molti di raggiungere il nostro Paese e ricostruirsi una vita. Moretti intreccia immagini d’archivio e testimonianze di chi in Italia è rimasto, e a un certo punto abbandona ogni finta neutralità con una frase diventata celebre, io non sono imparziale, che è la chiave di lettura di tutto il film. Racconta il Cile del 1973 per parlare dell’Italia di oggi e della sua idea di accoglienza, e lo fa senza comizio, con una sobrietà che commuove. È il ponte più naturale per portare l’altro 11 settembre dentro il nostro immaginario.

Un film per entrambe le date: l’11 settembre secondo undici registi

Esiste un’opera che tiene insieme le due tragedie nella stessa cornice, ed è forse la ragione migliore per scrivere un articolo come questo. 11 settembre 2001, uscito nel 2002 con il titolo originale 11’09”01 – September 11, è un film collettivo composto da undici episodi affidati ad altrettanti registi di undici paesi diversi, tra cui Sean Penn, Alejandro González Iñárritu, Amos Gitai, Mira Nair, Claude Lelouch, Shohei Imamura e Ken Loach. Ogni segmento dura esattamente undici minuti, nove secondi e un fotogramma, un vincolo formale che è già una dichiarazione.

Il cuore del discorso, per noi, è l’episodio di Ken Loach. Il regista britannico prende la parola e ricorda che l’11 settembre è anche un’altra data: quella del golpe cileno del 1973. Lo fa filmando un rifugiato che, da Londra, scrive una lettera ai familiari delle vittime di New York per raccontare loro l’altro 11 settembre, il suo, con le immagini d’archivio del bombardamento della Moneda e la voce di Allende. Un gesto di solidarietà che allarga lo sguardo senza sminuire nulla, e che valse a Loach il premio Fipresci come miglior cortometraggio alla Mostra di Venezia. In pochi minuti quel segmento fa quello che questo articolo prova a fare per esteso: mettere le due date una accanto all’altra e lasciare che si guardino.

Perché due 11 settembre parlano ancora al cinema di oggi

Le due date non si equivalgono, e non serve fingere il contrario. Una è un attentato terroristico contro civili, l’altra un colpo di Stato militare contro un governo eletto. Ma il cinema le ha frequentate con lo stesso bisogno di fondo: dare un volto e un nome alle vittime, resistere alla tentazione di trasformare la Storia in spettacolo, tenere viva una memoria che il tempo tende a levigare. Da Costa-Gavras a Spike Lee, da Pablo Larraín a Nanni Moretti, ogni regista ha scelto la propria distanza dalla ferita, chi con la ricostruzione, chi con l’ellissi, chi con la satira. Il calendario li ha messi sotto la stessa data. Il grande schermo li ha resi, ciascuno a modo suo, impossibili da dimenticare.

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