Home CuriositàIl cinema horror: tra paura, tabù e grandi maestri

Il cinema horror: tra paura, tabù e grandi maestri

Dalla doccia di Psyco alle Backrooms virali, viaggio dentro il genere più libero del cinema: cosa lo definisce, come è cambiato, perché continua a farci paura.

by Redazione

Una tenda di plastica, l’acqua che scorre, una sagoma che avanza e un violino che grida. La scena della doccia in Psyco dura meno di un minuto, non mostra quasi nulla di esplicito, eppure nel 1960 riscrive per sempre le regole della paura al cinema. Alfred Hitchcock capisce una cosa che l’horror non dimenticherà più: il terrore non sta in ciò che vedi, ma in ciò che temi di vedere un attimo prima. Da lì in poi il genere diventa un laboratorio permanente, il territorio dove il cinema osa quello che altrove non può permettersi.

Cos’è davvero l’horror, oltre lo spavento

Ridurre l’horror al jump scare è come giudicare la poesia dalle rime. Il genere nasce per provocare una reazione fisica precisa, la paura, ma il suo vero materiale è un altro: l’ignoto, la morte, il corpo che si ribella, il male che entra in casa. L’horror mette in scena ciò che la società rimuove, e per questo è sempre stato lo specchio più onesto delle ansie collettive di ogni epoca.

È anche, tecnicamente, uno dei generi più difficili da fare bene. La paura vive di ritmo, di sonoro, di fuoricampo, di attesa. Un film comico che non fa ridere resta guardabile; un horror che non spaventa crolla su se stesso. Per questo i grandi maestri del genere sono, quasi sempre, straordinari tecnici della messa in scena.

Le radici, dall’espressionismo ai mostri di Hollywood

Prima ancora del sonoro, il cinema tedesco degli anni Venti costruisce la grammatica visiva della paura: ombre allungate, geometrie deformate, il vampiro Nosferatu che sale le scale come un incubo proiettato sul muro. È l’espressionismo a insegnare che la luce e l’ombra raccontano più di qualsiasi dialogo.

Negli anni Trenta Hollywood industrializza il brivido con i mostri della Universal, da Dracula a Frankenstein, figure che diventano immediatamente icone pop e archetipi eterni. La creatura non è mai solo un mostro: è il diverso, l’escluso, la parte di noi che non vogliamo guardare. Questa ambiguità, il mostro che fa paura ma anche pena, resta uno dei nuclei più fertili del genere fino a oggi.

Il salto moderno, quando il male entra in casa

Il grande scarto arriva a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, quando l’orrore smette di abitare i castelli gotici e si trasferisce nel quotidiano. Con Psyco il mostro è un ragazzo qualunque dietro il bancone di un motel. Poco dopo L’esorcista del 1973 porta il demoniaco dentro una cameretta borghese, con una ragazzina posseduta che diventa il caso cinematografico del decennio e trasforma l’horror in fenomeno da grande pubblico, capace di terrorizzare intere platee.

Poi arriva il 1978 e cambia di nuovo tutto. Halloween di John Carpenter, girato con pochissimi soldi, codifica quasi da solo la grammatica di un intero filone: l’assassino mascherato, la soggettiva che diventa lo sguardo del killer, la ragazza che sopravvive, la festa suburbana violata dal male. È il modello a cui guarderà una generazione di film di paura, ed è il punto di partenza ideale per capire l’intera famiglia dello slasher, che merita un discorso a sé.

Le tante anime del genere

L’horror non è un blocco unico, è un arcipelago. C’è l’orrore soprannaturale, quello delle case infestate, dei fantasmi e delle possessioni, che gioca sulla soglia tra il visibile e l’invisibile e resta forse il filone più popolare di sempre. C’è il body horror, ossessionato dalla carne che muta, si corrompe, si trasforma: il territorio dove registi come David Cronenberg hanno fatto del disgusto una forma di pensiero sul corpo e sull’identità.

Poi c’è lo slasher già citato, il creature feature del mostro fuori controllo, il folk horror che pesca nelle tradizioni contadine e nei riti, l’horror psicologico che lavora sull’ambiguità della mente. Sono famiglie con regole proprie, tono proprio, pubblico proprio. Ed è esattamente questa varietà a rendere il genere così longevo: quando un filone si esaurisce, un altro rinasce.

L’Italia, una potenza dimenticata della paura

Chi pensa che l’horror sia faccenda solo americana dimentica che per un lungo tratto l’Italia è stata una superpotenza del genere. Mario Bava, con il suo uso pittorico del colore e della luce, ha influenzato mezzo cinema mondiale. Dario Argento ha portato il thriller-horror, il celebre “giallo all’italiana”, a un livello di stile quasi astratto, dove l’omicidio diventa coreografia e il colore un’emozione, come in Suspiria. Lucio Fulci ha spinto l’orrore fisico e viscerale fino a limiti che ancora oggi fanno scuola all’estero.

Quella stagione ha lasciato eredi. Federico Zampaglione, per anni frontman dei Tiromancino, si è affermato come una delle voci più riconoscibili dell’horror italiano contemporaneo. Il suo The Well, interpretato tra gli altri da Lauren LaVera e Claudia Gerini, è stato venduto in oltre cento Paesi nel mondo, tra cui Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Giappone, un record per un film di genere italiano. Il regista è atteso al ritorno con un nuovo lavoro, The Nameless Ballad, un horror ambientato nel mondo della musica.

Perché l’horror non muore mai (anzi, comanda al botteghino)

L’idea che l’horror sia un genere minore è smentita ogni anno dai numeri. Il 2025 lo ha dimostrato in modo clamoroso: mentre diversi grandi blockbuster faticavano, sono stati proprio i film di paura a tenere in piedi le sale. Final Destination Bloodlines ha incassato 317,8 milioni di dollari, il record della sua saga, e insieme a Weapons ha rappresentato uno dei fenomeni dell’anno. E poi c’è stato Sinners di Ryan Coogler, vampire movie dalle radici gotiche del Sud americano, che ha ufficialmente conquistato un posto nella storia del genere, entrando tra i cinque horror più redditizi di sempre e superando titoli come Alien: Romulus.

Il segreto economico è semplice: l’horror costa poco e può rendere moltissimo. Weapons, per dire, ha incassato 269,9 milioni di dollari a fronte di un budget di 38 milioni, arrivando a ottenere anche riconoscimenti importanti, tra cui una candidatura all’Oscar per Amy Madigan come miglior attrice non protagonista. È la prova che il brivido, oggi, è tornato a essere anche materia da premi.

Il presente del genere, tra creepypasta e ritorni d’autore

L’horror di oggi guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Da un lato i grandi ritorni: Sam Raimi, uno dei nomi fondativi del cinema di paura moderno, è rientrato nel genere con Send Help, un survival thriller interpretato da Rachel McAdams e Dylan O’Brien, due colleghi in conflitto bloccati su un’isola deserta dopo un tremendo incidente aereo.

Dall’altro, la novità più significativa arriva dalla rete. Backrooms segna il passaggio del regista Kane Parsons da creatore di contenuti virali su YouTube a regista di lungometraggi, trasformando una celebre creepypasta in un incubo per il grande schermo. È il segnale di dove sta andando la paura: nel gennaio 2022 Parsons, appena sedicenne, pubblica su YouTube il suo found footage e riduce l’orrore alla sua essenza, una porta da attraversare, dietro cui si apre uno spazio digitale e impersonale, un’architettura mentale del vuoto senza via d’uscita.

È esattamente questo a rendere l’horror il genere più vivo che ci sia. Come nota bene la critica, la cosa più interessante è la varietà: l’horror resta uno dei pochi territori davvero liberi, dove i registi possono osare senza compromessi, e può essere intimo o cosmico, ironico o devastante. Dalla doccia di Psyco a un corridoio giallo generato al computer, la paura cambia forma ma non smette mai di trovarci. Perché in fondo, di qualunque epoca sia, l’horror parla sempre della stessa cosa: di noi, e di ciò che non vogliamo guardare in faccia.

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