Trentasette milioni di dollari nel primo weekend americano, un crollo del settantaquattro per cento in quello successivo, una perdita che gli analisti collocano tra gli ottanta e i centoventi milioni: Supergirl, con Milly Alcock nei panni di Kara Zor-El, è atterrato al botteghino nel modo peggiore che si potesse immaginare. Un film costato centosettanta milioni di produzione più circa centoventi di marketing che apre già basso e chiude il secondo fine settimana in caduta libera racconta qualcosa che va oltre il singolo insuccesso. Racconta di un pubblico che davanti al mantello ha smesso di mettersi in fila.
Supergirl, un flop che parte da lontano
Conviene essere onesti prima di trasformare un caso in una teoria. Supergirl è un film DC prodotto da James Gunn, non un prodotto Marvel, e buona parte del disastro se lo è cercato da solo: un personaggio secondario chiamato a reggere il secondo capitolo di un universo appena rifondato, un cinquantasei per cento su Rotten Tomatoes, un B meno di CinemaScore che per un cinecomic è una bocciatura. Non è la vittima di una congiura contro il genere, è un film mediocre affidato a una figura che non ha mai riempito le sale da sola. Tenere ferma questa distinzione serve a non fare l’errore opposto, quello di chi vede la fine del mondo in ogni incasso deludente.

Stanchezza da supereroi o stanchezza da film brutti
Il vero nodo è tutto qui, e divide gli addetti ai lavori. Da una parte c’è chi sostiene, come diversi analisti di settore, che di stanchezza da supereroi non ce ne sia affatto: c’è semmai stanchezza da film brutti, e Supergirl è la prova che il pubblico premia la qualità e punisce la pigrizia. A rafforzare questa lettura c’è un dettaglio scomodo: Supergirl è di fatto l’unico cinecomic arrivato in sala nel 2026 finora, difficile parlare di saturazione con una sola uscita all’attivo. Dall’altra parte c’è chi legge in quel flop la fine di un’epoca, quella in cui i film di supereroi erano la forma dominante dell’intrattenimento adulto mainstream. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo, e per vederla bisogna allargare lo sguardo oltre la Marvel e la DC.
Quando anche Star Wars smette di essere un evento
Il segnale più eloquente non arriva da un flop, ma da un successo a metà. The Mandalorian e Grogu, diretto da Jon Favreau, ha vinto il weekend americano del Memorial Day con circa ottantuno milioni nei tre giorni, cento nei quattro festivi, centosessantatré nel mondo su un budget contenuto di centosessantacinque. Numeri che, presi da soli, non gridano allo scandalo. Il problema è il contesto: quello è il peggior debutto di un film di Star Wars da quando Disney ha comprato Lucasfilm nel 2012, comparabile soltanto a Solo del 2018, l’altro grande incidente del franchise. Ed era il primo film di Star Wars al cinema dopo sette anni, dai tempi de L’ascesa di Skywalker: sulla carta un evento generazionale, nei fatti un’apertura ai minimi storici. L’incasso c’è, l’evento no. È la stessa febbre di Supergirl, solo mascherata meglio da un budget prudente e da un fine settimana di vacanza.

La vera overdose ha un nome, e non è la DC
Chi ha bombardato il pubblico fino a stordirlo è soprattutto la Marvel targata Disney. Dall’acquisizione in poi il flusso di film e soprattutto di serie su Disney+ ha prodotto quell’effetto compiti a casa che ha allontanato lo spettatore occasionale: per capire un film bisognava averne visti altri tre e seguito due show, e a un certo punto la fatica ha superato la voglia. Il 2025 lo ha certificato. Captain America: Brave New World si è fermato poco oltre i quattrocento milioni, Thunderbolts poco sotto, e persino il miglior risultato dell’anno, The Fantastic Four: First Steps, ha superato di poco i cinquecento restando lontano dalle vette a cui lo studio ci aveva abituati. L’overdose è reale, ma è una malattia Marvel, non l’alibi buono per ogni insuccesso altrui.
Il genere non è morto, l’automatismo sì
Prima di celebrare funerali affrettati, un dato di realtà: il botteghino del genere è calato di miliardi rispetto ai picchi del triennio 2017-2019, con meno titoli a calendario ogni anno. Ma quando il film è quello giusto, la gente c’è ancora. Superman, sempre di James Gunn, ha incassato oltre seicento milioni nel mondo appena un anno fa. Non si è rotto il genere, si è rotto il riflesso: il marchio da solo non basta più a trasformare l’uscita in un obbligo sociale. Il pubblico è diventato selettivo, e la selettività è una notizia sana per chi fa buoni film, pessima per chi contava sul pilota automatico.

Avengers: Doomsday, la prova del nove
Tutto converge sul 18 dicembre 2026. Avengers: Doomsday, diretto dai fratelli Russo, riporta Robert Downey Jr. non più come Iron Man ma nei panni del Dottor Destino, e mette in campo il cast più ampio mai assemblato dalla Marvel, con X-Men, Fantastici Quattro e mezzo universo a incrociarsi. Downey stesso lo ha definito l’antidoto alla crisi seguita a Endgame, e i teaser hanno già collezionato numeri record. Incasserà tanto, questo è quasi certo. Ma è proprio qui la trappola: se per far muovere il pubblico serve rovesciare in sala ogni volto disponibile e ogni grammo di nostalgia, quel risultato non dimostra la salute del genere, dimostra quanto sia diventato faticoso rianimarlo. Non a caso i fan già dubitano che possa avvicinare i due miliardi di Infinity War.
Non è la fine dei supereroi, e non è la fine del cinema di franchise: nel 2027 arriva Star Wars: Starfighter con Ryan Gosling, pensato come ripartenza pulita. È la fine di qualcosa di più sottile e più importante, l’automatismo. Il mantello e la spada laser non riempiono più la sala per diritto acquisito. Adesso tocca ai film meritarselo, uno per uno.












