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Rita De Crescenzo, la serie è un gioco delle tre carte

Tra l'indiscrezione di Chi, le smentite di Netflix e Prime Video e la nota del Ministero sui fondi, resta un solo punto fermo: la carta vincente non si trova mai.

by Redazione

Chi conosce il gioco delle tre carte sa come funziona: segui la carta vincente, giureresti di sapere dov’è, e nel momento in cui la indichi non è più lì. La storia della serie su Rita De Crescenzo, nel giro di una settimana, si è mossa allo stesso identico modo. Ogni volta che qualcuno crede di aver inchiodato un fatto, la piattaforma, la casa di produzione, i soldi pubblici, la carta scivola altrove e la certezza si sfalda tra le mani.

Da un’indiscrezione di Chi alla shitstorm: come nasce il caso

Tutto parte il 24 agosto, quando il settimanale Chi, con una nota di Giuseppe Candela, lancia l’indiscrezione: una docuserie sulla vita della tiktoker napoletana, prodotta da Banijay e destinata a Netflix. Bastano poche ore perché i social si incendino, tra commenti indignati e minacce concrete di disdetta dell’abbonamento. Ad alzare la temperatura ci pensa la stessa De Crescenzo, che pubblica un messaggio entusiasta sul suo approdo a Netflix, salvo poi rimuoverlo poco dopo. La prima carta è già girata, e già non si trova più.

Netflix, Banijay e Prime Video: le smentite a catena

Il 25 agosto arriva la controsterzata. Netflix Italia smentisce all’Adnkronos, con una formula secca: non è nei suoi piani. Anche Banijay prende le distanze, dichiarando che non c’è nulla all’orizzonte con la creator campana. La carta sembra scoperta: nessuna serie. Poi il tavolo si rimescola di nuovo. Il giornalista Gabriele Parpiglia riporta di una fattura intestata a Groenlandia, legata al catering del progetto, e sostiene che la destinazione reale sarebbe Prime Video, con il regista che avrebbe confermato la pista. Amazon, dal canto suo, aveva già negato l’acquisizione. Il quadro che ne esce è surreale: tre soggetti che si sfilano uno dopo l’altro da un progetto che, intanto, continua a lasciare tracce concrete.

Svergognata: cosa risulta davvero del progetto

A dare corpo a quelle tracce è Davide Maggio, che rivela i dettagli produttivi. Il titolo sarebbe Svergognata, la lavorazione si articola in tre episodi, la produzione fa capo ad Anemone Film e Groenlandia, del gruppo Banijay. Alla regia Francesco Lettieri, napoletano già dietro i videoclip di Liberato e Calcutta e autore del film Lovely Boy, affiancato in sceneggiatura da Shadi Cioffi. Nel database pubblico della Direzione generale Cinema e audiovisivo l’opera compare con il titolo provvisorio Rita – Svergognata, documentario biografico in tre episodi per un’ora e mezza complessiva, con un costo di produzione dichiarato di 1.093.409,42 euro e un’uscita ipotizzata tra gennaio e febbraio 2027. Sullo stato dei lavori le fonti divergono, tra chi parla di riprese ancora in corso e chi le dà già concluse e in fase di montaggio: la sostanza è che la lavorazione appare in fase avanzata.

Fondi pubblici e nazionalità italiana: cosa ha chiarito il Ministero

Il punto più incendiario, e più frainteso, riguarda il denaro pubblico. Diverse testate, seguendo la scheda del database ministeriale, hanno raccontato di aiuti di Stato già concessi al biopic. Qui la carta è stata indicata con troppa sicurezza. La sera del 26 agosto il Ministero della Cultura ha diffuso una nota che nega alla radice:

la produzione di Svergognata non ha presentato alcuna domanda di contributo pubblico, tax credit o altra misura di sostegno economico, e il Ministero non ha approvato, riconosciuto o concesso alcun beneficio, né avviato alcuna valutazione. L’unica voce effettivamente approvata nella scheda è il riconoscimento della nazionalità italiana in via provvisoria: un timbro che certifica soltanto che l’opera è italiana, utile anche rispetto agli obblighi di programmazione delle piattaforme, ma che non sposta un centesimo. Quel milione abbondante è il costo dichiarato dalla produzione, non una somma versata dallo Stato.

Chi ha letto “lo Stato paga la serie” ha indicato la carta sbagliata.

Resta però un’ipotesi che vale la pena mettere sul tavolo, proprio perché finora è stata scongiurata solo a parole. Se anche un solo euro pubblico dovesse un domani finire su un progetto come questo, il problema smetterebbe di essere il chiacchiericcio da social e diventerebbe una questione di priorità culturali. Basta ricordare cosa è successo pochi mesi fa al documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti e prodotto da Fandango e Ganesh: la commissione selettiva del Ministero della Cultura gli ha negato per due volte il contributo richiesto, poco più di centomila euro su un budget di circa 328mila, con un caso politico che è costato le dimissioni di due commissari, tra cui il critico Paolo Mereghetti. Il ministro Alessandro Giuli ha difeso l’indipendenza delle commissioni respingendo l’accusa di censura, mentre l’opera si aggiudicava il Nastro d’argento per la legalità e veniva proiettata perfino al Parlamento europeo. Il confronto lascia l’amaro in bocca: da una parte la ricostruzione di una delle ferite civili più profonde del Paese, lasciata senza un euro di sostegno; dall’altra l’idea, per ora smentita, di far transitare dalle casse dello Stato il ritratto di un fenomeno da social. Nessuno chiede di finanziare l’uno per punire l’altro. Si chiede solo che, quando in ballo c’è il denaro pubblico, l’asticella del merito culturale resti dove è giusto che sia.

Il gioco delle tre carte e la scarpa da pulire

A questo punto un sospetto si fa largo, e vale la pena dirlo con chiarezza. Se qualcosa di vero in tutto questo c’è, e gli indizi dicono di sì, allora chi la sta gestendo sembra essersi accorto solo a giochi fatti di aver messo le mani in un vespaio molto più grande di sé. La reazione lo tradisce: annunci pubblicati e poi cancellati, post derubricati a scherzi realizzati con l’intelligenza artificiale, smentite a mezza bocca, persino la circolazione di una falsa denuncia. Non è la coreografia di chi lancia con orgoglio un titolo, è la fretta di chi prova a pulirsi la scarpa dopo aver pestato qualcosa di ingombrante e maleodorante, sperando che nessuno abbia visto. Nel gioco delle tre carte, di solito, chi tiene il banco vince sempre. Stavolta pare che perfino il banco stia cercando l’uscita.

Resta il dato che sopravvive a ogni smentita, ed è quello che dovrebbe far riflettere l’industria più di ogni polemica. Il nome di Rita De Crescenzo, da solo, è bastato a tenere in ostaggio per giorni le pagine di spettacolo, a mobilitare tre colossi dello streaming e a costringere un ministero a un comunicato. Non serve nemmeno che il prodotto esista con certezza: basta l’ipotesi che possa esistere. È la stessa logica che avevamo raccontato parlando della deriva delle piattaforme verso il rumore invece che verso la qualità , e qui la si vede allo stato puro, con la variante grottesca che nessuno, adesso, vuole prendersi il merito della carta vincente.

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