Home Curiosità‘Giallo all’italiana’: il colore che ha inventato un genere

‘Giallo all’italiana’: il colore che ha inventato un genere

Dalle copertine gialle Mondadori ai guanti neri di Mario Bava, come un colore editoriale è diventato un intero linguaggio cinematografico italiano.

by Mauro Terrone

Nora Davis scende da un aereo a Roma per una vacanza e nel giro di una notte si ritrova testimone di un delitto che nessuno, intorno a lei, sembra disposto a credere sia mai avvenuto. Quella vicenda, raccontata da Mario Bava nel 1963, non è solo la trama di un film: è l’atto di nascita di un genere che l’Italia ha coniato, esportato e poi visto tornare indietro, trasformato, sotto altre bandiere. Il film si intitola La ragazza che sapeva troppo, diretto da Mario Bava, generalmente considerato come il capostipite del giallo all’italiana.

Prima di essere un genere cinematografico, il giallo era già un’invenzione tutta italiana applicata alla carta stampata. Il termine nasce da una scelta editoriale: nel marzo del 1929 Arnoldo Mondadori e Lorenzo Montano avviarono la collana “I libri gialli”, pubblicando La strana morte del Sig. Benson di Van Dine, e la copertina scelta per distinguerla in libreria era, appunto, gialla. Da quella intuizione grafica è nato un vocabolario che l’italiano usa ancora oggi per indicare un intero filone narrativo, letterario e poi cinematografico, mentre il resto del mondo continua a parlare di crime o mystery. Il cinema italiano, però, non ha semplicemente tradotto in immagini i romanzi Mondadori: li ha riscritti, mescolandoli con l’orrore, l’erotismo e una messa in scena barocca che non ha eguali altrove.

Prima che Bava girasse il suo film simbolo, il terreno era già stato arato per decenni. Il giallo all’italiana, per come lo intendiamo oggi, mescola atmosfere thriller e temi tipici del cinema dell’orrore, ma le sue radici affondano in una lunga tradizione di pellicole poliziesche che, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, avevano già cominciato a costruirne il linguaggio: la produzione cinematografica si intensifica con l’avvento del sonoro, e film come Un maledetto imbroglio, Persiane chiuse, Cronaca di un delitto costituiscono un linguaggio peculiare, quello del cinema protogiallo, che sfocia poi nella nascita ufficiale del genere nel 1963.

È con Bava che tutto si mette a fuoco. La ragazza che sapeva troppo introduce l’archetipo del testimone involontario trascinato in un’indagine più grande di lui, ma è l’anno successivo a fissare davvero il codice visivo del giallo: nel 1964, con Sei donne per l’assassino, sempre per la regia di Bava, si delineano definitivamente i tratti caratteristici del genere, l’assassino vestito con un impermeabile scuro, guanti e cappello, le soggettive del killer, scene dei delitti particolarmente elaborate e cruente. Sono gli elementi che chiunque, anche senza aver mai visto un giallo, associa istintivamente all’immaginario italiano del brivido: la mano guantata, il coltello che entra in campo prima del volto dell’assassino, la musica che anticipa la paura più delle immagini.

Il salto successivo porta la firma di Dario Argento, che nel 1970 esordisce dietro la macchina da presa con un film che cambia le regole del gioco. L’uccello dalle piume di cristallo è il primo film diretto da Argento, liberamente ispirato al romanzo La statua che urla di Fredric Brown, e apre la cosiddetta trilogia degli animali, completata l’anno dopo e nel 1972 da altri due titoli della stessa serie tematica. Da lì in avanti Argento porta il genere verso una dimensione sempre più visionaria, fino a un film che segna una cesura nella sua carriera: Profondo rosso, scritto e diretto da Argento nel 1975, segna il passaggio fondamentale tra la fase thriller, iniziata nel 1970, e quella horror, proseguita poi nel 1977 con Suspiria. Bava e Argento meritano ciascuno un ritratto a parte, che questa serie dedicherà loro più avanti: qui restano le due colonne portanti su cui si regge tutto l’edificio del giallo all’italiana.

Tra il 1971 e il 1972 il filone esplode letteralmente in sala. Solo in quei due anni vengono girati e distribuiti oltre trenta film appartenenti al filone, diretti dai maggiori registi italiani del cinema di genere, tra cui titoli oggi riscoperti dalla critica come Mio caro assassino di Tonino Valerii. Accanto ad Argento lavora Sergio Martino, che firma Lo strano vizio della signora Wardh (1971), Tutti i colori del buio (1972) e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972), contribuendo a definire un sottofilone specifico, quello del giallo erotico, in cui la componente sessuale della vicenda diventa centrale quanto l’enigma poliziesco. Ne è un altro artefice Umberto Lenzi, autore di una tetralogia composta da Orgasmo, Così dolce così perversa, Paranoia e Il coltello di ghiaccio.

Non tutto il genere insegue però la strada più esplicita e barocca inaugurata da Argento. Accanto al filone più spettacolare cresce una vena più autoriale, che guarda al giallo come pretesto per un cinema più sobrio e ambiguo: Giornata nera per l’ariete di Luigi Bazzoni, Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli, Cosa avete fatto a Solange? di Massimo Dallamano, Chi l’ha vista morire? di Aldo Lado, La donna della domenica di Luigi Comencini, Gran bollito di Mauro Bolognini dimostrano che il genere può piegarsi anche a un registro più letterario, meno interessato all’effetto scenico e più alla psicologia dei personaggi.

Il giallo all’italiana conta perché ha anticipato, spesso senza saperlo, un pezzo di cinema horror che sarebbe esploso altrove un decennio dopo. Il killer mascherato, silenzioso, quasi impersonale, che insegue vittime isolate in ambienti apparentemente sicuri, è un’invenzione che il pubblico americano riconoscerà come propria negli anni Ottanta, ma che il cinema italiano

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