Home Personaggi raccontatiLudovico Einaudi: trasforma il pianoforte in una lingua che il mondo capisce

Ludovico Einaudi: trasforma il pianoforte in una lingua che il mondo capisce

Poche note ripetute, un pianoforte che respira: viaggio nella cifra di Ludovico Einaudi, dal minimalismo delle origini alle colonne sonore che gli hanno aperto il cinema d'autore.

by Redazione

Nuovo episodio della serie: I Maestri del suono

Bastano quattro battute di Nuvole Bianche perché una stanza cambi temperatura. Ludovico Einaudi ha costruito la sua intera carriera su questo: la capacità di dire moltissimo con pochissimo, di trasformare una manciata di note ripetute in qualcosa che sembra parlarci direttamente. Non è un caso se oggi resta, secondo le fonti di settore, l’artista classico contemporaneo più ascoltato al mondo.

La sua cifra è la sottrazione. Dove la tradizione accademica premia la complessità, Einaudi lavora per levare: motivi brevi, cellule melodiche che tornano e si spostano di poco, un pianoforte lasciato respirare in primo piano mentre archi ed elettronica entrano in punta di piedi. È un linguaggio che nasce da studi tutt’altro che leggeri. Si diploma al Conservatorio di Milano con Azio Corghi, perfezionandosi poi con Luciano Berio, di cui diventa assistente, e con Karlheinz Stockhausen, e nel 1982 vince una borsa di studio per il Tanglewood Music Festival, dove entra in contatto con le nuove tendenze del minimalismo americano. Quel minimalismo americano è la chiave: Einaudi lo assorbe e lo piega verso una temperatura più emotiva, più mediterranea, meno cerebrale.

Il punto di svolta arriva quando la sua musica esce dalle sale da concerto ed entra nelle classifiche pop. Con l’album “Una Mattina” del 2004 la musica di Einaudi si fa più concentrata e introspettiva, mentre nel successivo “Divenire” si espande nelle sonorità della Royal Liverpool Philharmonic Orchestra, ed entrambi i dischi, che già primeggiano nelle chart di musica classica, irrompono per la prima volta in quelle pop. Da lì in avanti il paradigma è chiaro: un pubblico che non ascolta musica classica scopre di poter ascoltare Einaudi. Il brano che meglio riassume questo passaggio è “Experience” del 2013, il suo brano più ascoltato di sempre.

C’è poi la dimensione civile, che è diventata parte della sua immagine pubblica quanto la musica stessa. Elegy for the Arctic, eseguita da Einaudi su una piattaforma galleggiante nell’Oceano Artico per Greenpeace nel 2016, è l’esempio più celebre di come sappia caricare un gesto artistico di significato ambientale, senza mai alzare la voce.

Ma il ponte più solido tra Einaudi e il grande pubblico internazionale passa dal cinema. La sua musica ha una qualità intrinsecamente filmica: motivi che accompagnano senza invadere, che lasciano spazio alle immagini. Non stupisce che il cinema d’autore lo abbia cercato. Le sue composizioni spaziano su più mezzi, comprese le colonne sonore dei film premiati con l’Oscar Nomadland e The Father. Vale la pena essere precisi: quei film hanno vinto premi importanti, ma Einaudi non ha vinto un Oscar per la sua musica. Il suo contributo a Nomadland, in particolare, è un caso da manuale del suo metodo: brani preesistenti tratti dal ciclo Seven Days Walking che, calati nel deserto americano di Chloé Zhao, sembrano scritti apposta per quei paesaggi. Chi ha amato quel film e vuole capire come la sua musica ne definisca il respiro può leggere il nostro ritratto di Nomadland.

Lo stesso discorso vale per la commedia francese che ha portato Einaudi in milioni di case. In Intouchables, il suo pianoforte diventa la voce interiore di un’amicizia improbabile: la delicatezza dei suoi motivi fa da contrappeso all’energia comica del racconto. È il ritratto perfetto di come funziona la sua musica al cinema, e ne parliamo nel nostro pezzo dedicato a Intouchables.

La carriera di Einaudi, va detto, non si è mai fermata, e continua a muoversi con una prolificità sorprendente. A successi più recenti come Adieux (2024), record di streaming con 2,5 milioni di ascolti nel giorno di uscita, e come Jay, dall’album The Summer Portraits che ha primeggiato nelle classifiche del 2025, si uniscono altre composizioni emblematiche della sua storia artistica. The Summer Portraits è forse il progetto che meglio riassume la sua fase attuale: con l’album The Summer Portraits, Ludovico Einaudi ha voluto raccontare in musica le estati come stagioni di un tempo sospeso, infinito e meraviglioso, traducendo al pianoforte suggestioni, pensieri e riflessioni.

Nel 2026 arriva anche un gesto quasi riassuntivo. Einaudi annuncia la pubblicazione della sua prima raccolta discografica interamente dedicata al pianoforte solo, intitolata semplicemente Solo Piano, uscita per Decca il 27 febbraio 2026. È il ritorno a dove tutto è cominciato: lo strumento nudo, senza ensemble, quasi a ribadire che la sua forza è sempre stata lì, in una tastiera lasciata parlare da sola. La raccolta arriva insieme a un tour imponente. Il 2026 di Einaudi si concluderà con la ripresa del Piano Solo Tour per una serie di concerti in Canada e Stati Uniti, dove suonerà due concerti alla storica Carnegie Hall di New York, oltre all’ormai tradizionale residence pre-natalizia al Teatro Dal Verme di Milano tra la fine di novembre e dicembre.

È interessante notare che l’evoluzione più recente non è solitaria. Il percorso comprende anche l’inedito progetto Einaudi vs Einaudi, nato dal confronto creativo tra Ludovico Einaudi e il figlio Leo: un dialogo tra due visioni artistiche complementari che ha dato vita a una rilettura originale del repertorio, capace di preservarne l’identità e, al tempo stesso, di ampliarne l’orizzonte sonoro.

Resta la domanda che accompagna sempre il suo nome: è musica classica, colonna sonora, o qualcosa di nuovo? La risposta, probabilmente, è che Einaudi ha smesso di preoccuparsi delle etichette molto prima di noi. Ha trovato una lingua fatta di poche parole, l’ha resa comprensibile ovunque, e ha continuato a scriverci sopra per trent’anni. Il pianoforte, nelle sue mani, non racconta trame complicate: racconta stati d’animo. E gli stati d’animo, a differenza delle mode, non passano mai del tutto.

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