Home Netflix‘Stranger Things’: la quarta stagione era il vero finale, la quinta no

‘Stranger Things’: la quarta stagione era il vero finale, la quinta no

Cinque stagioni, un voto per ognuna e un bilancio finale: la parabola di Hawkins dal 2016 al 2026, con la quarta stagione nel ruolo di vero epilogo.

by Mauro Terrone

Otto mesi dopo l’ultimo respiro de “Il Mondo Reale”, con la febbre dell’attesa ormai smaltita, si può finalmente guardare Stranger Things per quello che è stata davvero: una delle cavalcate più amate dell’ultimo decennio e, insieme, una serie che il proprio finale lo aveva già scritto molto prima di scriverlo per davvero. I fratelli Duffer sono partiti da una notte di Dungeons & Dragons e da un bambino inghiottito dal nulla, e hanno accompagnato quel gruppo di ragazzini fino al giorno del diploma. Nel mezzo, cinque stagioni diseguali: qualcuna memorabile, qualcuna dimenticabile, una che sembra esistere solo per rimandare l’addio.

Le ho rimesse in fila, una per una, con un voto per ciascuna. Il quadro che ne esce racconta un’ascesa, un picco e una coda di troppo.

Prima stagione: l’incantesimo del 1983

Autunno 1983, Hawkins, Indiana. Will Byers sparisce mentre torna a casa in bicicletta dopo una partita di ruolo, trascinato dal Demogorgone in una dimensione parallela che impareremo a chiamare Sottosopra. Sua madre Joyce si ostina a cercarlo comunicando attraverso le lucine di Natale, mentre il capo della polizia Hopper indaga sul serio. Nel frattempo Mike, Dustin e Lucas incontrano Undici, una ragazzina dai poteri telecinetici fuggita dal laboratorio del dottor Brenner, dove era una cavia. Sul fronte degli adolescenti corrono Nancy e Jonathan, e resta impressa la fine di Barb, risucchiata nel Sottosopra e dimenticata da tutti tranne che dagli spettatori. Undici distrugge il Demogorgone e svanisce, Will torna a casa, ma l’ultima immagine ci avverte che quel legame con l’altro mondo non si è spezzato.

Qui la serie è al suo stato più puro. L’atmosfera anni Ottanta non è cartolina ma sostanza: il debito con Spielberg, Stephen King e John Carpenter è dichiarato e digerito, il mistero è dosato con precisione, i personaggi te li porti nel cuore dopo due episodi. La suspense è vera, i colpi di scena spiazzano, il senso di meraviglia regge dalla prima all’ultima scena. È la stagione che ha creato il caso planetario, e a rivederla oggi non ha perso un grammo di magia.

Voto: 9

Seconda stagione: la fotocopia ancora accettabile

Halloween 1984. Will è tornato ma non è più lo stesso: dentro di lui mette radici il Mind Flayer, un’entità immensa e famelica che lo usa come antenna. Arrivano volti nuovi, Max e il suo violento fratellastro Billy, e arriva Bob Newby, il fidanzato buono di Joyce, destinato a morire per salvare il gruppo. Dustin alleva Dart, una creatura che cresce fino a diventare un democane. Undici parte per Chicago e ritrova Kali, una “sorella” del laboratorio, in una deviazione che molti hanno percepito come una zavorra. Poi rientra a Hawkins per chiudere il varco.

Il problema è tutto qui: la seconda stagione ricalca la prima quasi battuta per battuta, minaccia più grande e schema identico. La confezione resta di alto livello, il ritmo tiene, la parentesi di Chicago a parte, e la si guarda con piacere. Ma è la prima crepa, il momento in cui capiamo che la formula può ripetersi. Accettabile, non memorabile.

Voto: 6

Terza stagione: quando i ragazzi crescono

Estate 1985. Apre lo Starcourt, apre lo Scoops Ahoy con Steve e la nuova Robin, e sotto il centro commerciale i russi provano a riaprire il varco. Il Mind Flayer torna e si costruisce un corpo di carne fusa a partire dai flagellati, Billy viene posseduto e poi si redime sacrificandosi per proteggere Undici, che perde i poteri. Hopper sembra morire nell’esplosione della macchina, i Byers e Undici lasciano Hawkins.

La stagione funziona proprio sulla crescita dei ragazzi. Qui la serie diventa adulta insieme ai suoi protagonisti. I primi amori e le prime gelosie, l’amicizia tra Undici e Max, la confessione di Robin a Steve, i sentimenti confusi dell’adolescenza trattati con affetto e verità. L’orrore diventa sfondo, il cuore del racconto sono loro che diventano grandi. È la stagione più calda dal punto di vista umano, e per questo la si perdona quando gira un po’ a vuoto sul versante sovrannaturale.

Voto: 7

Il vero finale della serie: la quarta stagione

Primavera 1986, con la narrazione spezzata su tre fronti: Hawkins, la California dove si sono trasferiti i Byers e Undici, e una prigione sovietica dove scopriamo che Hopper è vivo. La stagione dà finalmente un nome al male: Vecna, che è Henry Creel, il ragazzo noto come Uno, la primissima cavia di Brenner, autore del massacro al laboratorio e bandito da Undici nel Sottosopra, dove è diventato l’origine di ogni cosa, Mind Flayer compreso. Vecna uccide gli adolescenti di Hawkins nutrendosi del loro trauma, e prende di mira Max, strappata alla morte dalla sua canzone, “Running Up That Hill” di Kate Bush, in una delle sequenze più belle mai prodotte dalla serie. Entra in scena Eddie Munson, emarginato accusato ingiustamente, che muore da eroe nel Sottosopra. Undici rivive il proprio passato per recuperare i poteri e conosce tutta la verità. Nel finale quattro varchi lacerano Hawkins, il Sottosopra si rivela congelato al 6 novembre 1983, la notte in cui Will fu rapito, il cuore di Max si ferma, viene rianimata ma resta in coma e cieca, Vecna ferito fugge, e la cittadina comincia a marcire mentre i due mondi si fondono.

Questo è il vero finale. Qui la mitologia si chiude, l’origine viene spiegata, la posta sale al massimo, il peso emotivo colpisce dritto. Tutto ciò che la serie aveva promesso converge in questa stagione: il villain definitivo, la spiegazione del Sottosopra, la sensazione precisa che il racconto abbia raggiunto il suo culmine e che da lì manchi solo l’ultimo atto. La quarta è ambiziosa, cupa, cinematografica, e lascia i personaggi sull’orlo dell’abisso con una tensione che nessun’altra stagione aveva saputo costruire. Bastava chiudere qui, o quasi.

Voto: 8

Quinta stagione: la stagione di troppo

Autunno 1987, diciannove mesi dopo l’apertura dei portali. Hawkins è sotto quarantena militare, il governo dà la caccia a Undici, che si allena nascosta sotto la protezione di Hopper e Joyce, mentre Max giace in coma con Lucas al suo fianco e il gruppo continua a onorare la memoria di Eddie. La stagione retroattivamente svela il segreto di Will: catturato e infettato da un tentacolo di Vecna già nel 1983, è lui il barometro dell’invasione, tormentato da visioni sempre più forti. Il Sottosopra filtra nella realtà come un’infezione, Dustin scopre che è un ponte verso un’altra dimensione, l’Abisso, e il Mind Flayer riemerge di fianco a Vecna. Kali ricompare soltanto per morire. Il gruppo attira e abbatte il Mind Flayer, Undici con l’aiuto di tutti uccide Henry nell’Abisso, poi, invece del sacrificio che la quarta stagione aveva preparato, sopravvive allo scontro e sceglie di svanire insieme al Sottosopra che collassa, per porre fine agli esperimenti del governo sui bambini speciali, essendone l’ultima in vita. Il corpo non viene mai mostrato. Diciotto mesi dopo, primavera 1989, il gruppo si diploma, Dustin tiene il discorso, Hopper chiede a Joyce di sposarlo, Ted Wheeler è vivo, e un’ultima partita di Dungeons & Dragons ricalca la primissima scena della serie. A chiudere ci pensa Mike, con la teoria che Undici sia ancora viva, salvata da Kali che, in punto di morte, ne avrebbe proiettato una falsa fine per lasciarla fuggire per sempre.

Ed è qui che i conti non tornano. La quinta aggiunge pochissimo e ricicla quasi tutto. Il Mind Flayer viene tirato fuori dalla naftalina per affiancare un Vecna che era già il villain perfetto e definitivo, come se servisse a tutti i costi riempire lo spazio. La cornice di Dungeons & Dragons e i rimandi alla prima scena sono nostalgia messa a fare il lavoro che spetterebbe alla trama. Il destino sospeso di Undici, viva o non viva, non è una scelta ma una porta lasciata socchiusa per non decidere. Kali torna in pratica solo per morire e consegnare a Mike una teoria di comodo. I nodi vengono sciolti di fretta o lasciati penzolare, e servono due ore di finale per dire ciò che una quarta stagione un po’ più lunga avrebbe detto meglio. Non a caso il pubblico si è spaccato. Le cose ripetute a pappagallo si sentono tutte, e si sente soprattutto che questa stagione poteva non esserci.

Voto: 4

Considerazioni finali

La verità scomoda è che Stranger Things era già finita. La quarta stagione è il vero finale: spiega l’origine, porta la tensione al massimo, spacca in due Hawkins e lascia il gruppo affacciato sull’abisso. Bastavano un paio d’ore in più lì, un epilogo più denso e più duro, per chiudere tutto ed evitare lo stillicidio della quinta, con le sue cose buttate lì a caso e molte neanche concluse. Invece è stata costruita un’intera stagione per rimandare il commiato, e il commiato ne è uscito più debole.

Resta una serie che vale la visione, per la prima stagione soprattutto, per come è cresciuta insieme ai suoi personaggi, per una manciata di sequenze destinate a restare. Ma la lezione è vecchia come il racconto stesso: sapere quando fermarsi fa parte del saper raccontare. I Duffer lo sapevano, avevano il finale già in mano alla quarta stagione, e hanno scelto di aspettare un giro di troppo.

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