Home News‘Mel Brooks’, i 100 anni di un genio della comicità

‘Mel Brooks’, i 100 anni di un genio della comicità

Mel Brooks compie cento anni. Il racconto in prima persona di chi ama alla follia il genio dietro Frankenstein Junior, Balle spaziali e Mezzogiorno e mezzo di fuoco

by Mauro Terrone

Lo dico senza giri di parole: Mel Brooks è il motivo per cui ho capito che si può ridere di tutto, persino di Hitler, persino della morte, persino di se stessi. Oggi, 28 giugno 2026, compie cento anni, ed è uno di quei compleanni che mi sembra giusto festeggiare ad alta voce, da fan prima ancora che da chi scrive di cinema. Non lo nascondo e non voglio nasconderlo: amo questo uomo, amo la sua sfrontatezza, amo il fatto che a un secolo di vita resti più giovane e più libero di tanti ragazzi.

Nato Melvin Kaminsky a Brooklyn nel 1926, Brooks arriva al cinema dopo una gavetta che da sola varrebbe un libro: gli anni a scrivere per Sid Caesar in Your Show of Shows accanto a Carl Reiner, il personaggio del Vecchio di 2000 anni, la co-creazione della serie Get Smart. Ma quello che mi fa impazzire è che il suo primo film da regista, Per favore, non toccate le vecchiette del 1968, sia già un colpo da maestro. Una commedia su due truffatori che vogliono produrre il più grande flop di Broadway, un musical su Hitler, e che si ritrovano fra le mani un successo. Brooks ci vinse l’Oscar per la sceneggiatura originale, e quel film resta una delle cose più audaci mai uscite da Hollywood. A pensarci oggi, ti chiedi come abbia fatto a passare.

Se devo indicare il vertice, indico un anno solo: il 1974, quando nel giro di pochi mesi firma Mezzogiorno e mezzo di fuoco e Frankenstein Junior. Il primo è la sua parodia del western, lo sceriffo nero in una cittadina di bianchi bigotti, la satira sul razzismo più feroce e impagabile che ricordi, oltre che il suo più grande incasso di sempre. Il secondo è, per me, semplicemente perfetto: il bianco e nero, le scenografie che omaggiano l’horror degli anni Trenta, Gene Wilder, Marty Feldman, Madeline Kahn e il suo Aigor. Lo so a memoria, battuta per battuta, e ogni volta rido come fosse la prima. Due capolavori nello stesso anno: chi altro può dire una cosa simile.

Quello che venero in Brooks è il coraggio. In un’epoca in cui tutti calcolano cosa si può e cosa non si può dire, lui ha passato la vita a prendere a calci i tabù, partendo dall’umorismo ebraico e dalla cosa più seria del mondo: la sua gente sterminata dai nazisti. La sua risposta è stata mettere Hitler in scena e farne una macchietta canterina, perché ridere del mostro è il modo più radicale di disinnescarlo. Non è cattivo gusto, è una posizione morale travestita da gag. E secondo me è anche il segreto della sua longevità artistica.

Ridurlo alle parodie sarebbe un torto. C’è il muto sfacciato di L’ultima follia di Mel Brooks, in cui l’unica parola pronunciata la dice, beffardamente, il mimo Marcel Marceau. C’è la sua dichiarazione d’amore a Hitchcock in Alta tensione. C’è la cavalcata irriverente di La pazza storia del mondo. C’è Balle spaziali, che ha preso Guerre stellari e l’ha smontato pezzo per pezzo con una tenerezza che solo chi ama davvero qualcosa sa avere. E poi Robin Hood – Un uomo in calzamaglia e Dracula morto e contento, le ultime regie, quelle che da ragazzo passavo in loop. Non tutto è allo stesso livello, ma è tutto inconfondibilmente suo.

Brooks è uno dei pochissimi ad aver vinto Emmy, Grammy, Oscar e Tony, il leggendario EGOT, a cui si è aggiunto un Oscar onorario alla carriera. Nel 2001 ha portato Per favore, non toccate le vecchiette a teatro col titolo The Producers, e quel musical ha vinto la cifra record di dodici Tony Award. Ma c’è un dettaglio che a noi italiani piace particolarmente: sua moglie, l’attrice premio Oscar Anne Bancroft, era figlia di emigrati italiani, all’anagrafe faceva Italiano di cognome. Brooks ha amato lei per quarant’anni e ha amato l’Italia di riflesso, e non è un caso.

Da produttore, con la sua Brooksfilms, ha persino regalato al mondo The Elephant Man di David Lynch, dimostrando che sapeva riconoscere la grandezza anche quando non faceva ridere.

La cosa che più mi commuove è che non si è mai fermato. A cento anni sta lavorando a Balle spaziali 2, ha appena pubblicato un’autobiografia e si è raccontato in un documentario fresco di uscita. Cento candeline e ancora la voglia di mettersi in gioco, di far ridere, di esserci. Se la comicità è una forma di resistenza alla vita che ti viene addosso, Mel Brooks è il combattente più tenace che il cinema abbia avuto.

Quindi sì, lo scrivo davvero: buon compleanno, fottuto genio! Grazie per ogni singola risata, e per avermi insegnato che la cosa più seria che possiamo fare è non prenderci troppo sul serio.

Related Articles