Home CuriositàPoliziottesco: da ‘Milano calibro 9’ al mito riscoperto da Tarantino

Poliziottesco: da ‘Milano calibro 9’ al mito riscoperto da Tarantino

Nato tra gli anni sessanta e ottanta, il poliziesco all'italiana trasformò cronaca nera, città e rabbia collettiva in un cinema ruvido, popolare e oggi di culto.

by Mauro Terrone

Un pacco pieno di banconote passa di mano in mano tra la stazione Centrale di Milano e i vagoni della metropolitana, poi arriva a destinazione e dentro ci sono soltanto fogli bianchi. Bastano i primi minuti di Milano calibro 9, film del 1972 scritto e diretto da Fernando Di Leo, per capire cos’è il poliziottesco: velocità, doppi giochi, violenza secca e nessun codice d’onore a proteggere nessuno. Non è un dettaglio di trama, è una dichiarazione di poetica.

Il termine suona quasi come uno sfottò, e in parte lo era. Poliziottesco è la parola coniata dal critico Giovanni Buttafava per indicare quel poliziesco all’italiana che, tra la fine degli anni sessanta e i primi ottanta, riempì le sale con storie di poliziotti duri, criminali spietati e città ridotte a campo di battaglia. Fu un genere in voga fra la metà degli anni sessanta e i primi anni ottanta del Novecento, che toccò il culmine alla metà degli anni settanta.

Le radici affondano nella cronaca. Le tematiche si basavano generalmente su indagini di polizia che prendevano sovente spunto da fatti di cronaca nera dell’epoca per svilupparli in chiave enfatica, spesso in senso critico o demagogico. Non a caso i titoli sembrano strilli di prima pagina, e i film respirano l’aria degli anni di piombo: terrorismo, criminalità, sfiducia nelle istituzioni.

Sulla data di nascita del filone la critica non è del tutto univoca, ed è giusto dirlo. Diversi studiosi indicano tra i punti di partenza il cinema di Carlo Lizzani: il film Svegliati e uccidi del 1966, con Robert Hoffmann nella parte del criminale milanese Luciano Lutring, e soprattutto Banditi a Milano del 1968, sempre diretto da Lizzani, con Tomas Milian nel ruolo di un commissario e Gian Maria Volonté nel ruolo del criminale Pietro Cavallero. Il codice del genere si assesta però qualche anno dopo: La polizia ringrazia di Stefano Vanzina, alias Steno, del 1972, con Enrico Maria Salerno, e soprattutto La polizia incrimina, la legge assolve di Enzo G. Castellari del 1973 con protagonista Franco Nero, che codificò definitivamente il genere.

Che cosa lo rende riconoscibile a colpo d’occhio. Il poliziottesco è un incrocio, non un genere puro. Appare talvolta come un sottogenere di commistione tra molti generi adulti, tra cui il noir, l’horror e una metamorfosi dello spaghetti-western, dal quale provengono registi ed attori. Da quel western nasce anche il suo sguardo più tipico: la visione da far west che in questo periodo storico veniva data alle realtà urbane italiane, dove per lo più i film erano ambientati. Milano, Roma e Napoli diventano frontiere, e il commissario è il pistolero solitario che le attraversa.

Al centro c’è sempre lui, il poliziotto oltre la legge. Un genere che ruotava spesso attorno a poliziotti, mai carabinieri, duri e puri, che lottavano contro la violenza e interpretavano quel bisogno di sicurezza che avvertivano gli italiani. Il volto simbolo di questa figura è Maurizio Merli, con i suoi commissari che catturano il criminale infischiandosene delle regole, come accade in Roma a mano armata, diretto da Umberto Lenzi nel 1976, dove il protagonista è il commissario Tanzi.

Sul versante opposto, e spesso più affascinante, ci sono gli antieroi. Qui il re ha un nome solo: Tomas Milian. Il cubano è l’assoluto re del poliziottesco, molto abile nel trasformarsi per interpretare ruoli completamente diversi tra loro: un crudele maniaco omicida ma anche un onesto poliziotto. È il piccolo delinquente vigliacco di Milano odia, ma anche il popolarissimo Nico Giraldi delle commedie poliziesche, prova di quanto il genere sapesse virare dal cupo all’ironico senza perdere pubblico. Un dettaglio spesso ignorato: non essendo di lingua italiana, la sua voce era doppiata da Ferruccio Amendola.

Ma il caso più interessante per capire l’anima del filone resta proprio Milano calibro 9. Il film prende il titolo dall’omonima raccolta di racconti di Giorgio Scerbanenco ed è parzialmente basato su tre delle sue storie. Di Leo lavora più sul noir che sull’azione pura: il film abbandona il focus sull’azione che caratterizza gran parte del genere poliziottesco a favore di un approccio più drammatico e incentrato sui personaggi. Non un dettaglio da poco, se si pensa che Milano calibro 9 è il primo capitolo della Trilogia del Milieu di Di Leo, seguito da La mala ordina nel 1972 e da Il boss nel 1973.

Il suono è parte del racconto quanto le sparatorie. La colonna sonora fu composta da Luis Enriquez Bacalov ed eseguita dalla band di rock progressivo Osanna. È un tratto ricorrente del genere: colonne sonore memorabili, spesso firmate da maestri come Stelvio Cipriani o Franco Micalizzi, e soprattutto inseguimenti automobilistici girati senza effetti digitali e sparatorie coreografate con grande energia.

Attorno ai nomi più noti si muove un’intera squadra di artigiani. Registi che hanno fatto del genere un lavoro a tempo pieno come Umberto Lenzi e Fernando Di Leo, ma anche Enzo G. Castellari e Sergio Martino, tuttora testimoni di quella stagione: entrambi, di recente, hanno spiegato in pubblico alcune tecniche utilizzate all’epoca per riprendere inseguimenti e azioni operative nei film poliziotteschi. Sul fronte degli interpreti la galleria è vastissima, da Franco Nero a Fabio Testi, da Henry Silva a John Saxon, con attrici come Barbara Bouchet e Florinda Bolkan.

Va detto senza sconti: il genere non fu amato dalla critica del tempo. La critica italiana dell’epoca non amava il poliziesco all’italiana, e spesso i film venivano accusati di veicolare messaggi reazionari, di qualunquismo politico e di apologia della violenza e della giustizia sommaria. Un’accusa non sempre infondata, ma che rischiava di appiattire opere molto diverse tra loro. Di Leo, per dire, infilava nei suoi film discorsi sul rapporto tra mafia, banche e potere che di rassicurante avevano ben poco.

Poi è arrivata la riscoperta. A partire dalla metà degli anni novanta, anche grazie a riviste di genere come Nocturno e Cine 70, il poliziottesco è stato rivalutato, e tra i suoi sostenitori il regista Quentin Tarantino ha in più occasioni ribadito il suo apprezzamento e il suo debito nei confronti dei film e dei registi del filone. Oggi il poliziottesco è diventato un vero e proprio oggetto di culto, e registi contemporanei come Tarantino hanno dichiarato di esserne stati influenzati, mentre festival e retrospettive continuano a riportare sul grande schermo questi film.

Resta la domanda su cosa questo cinema abbia lasciato. Chi lo ha vissuto sostiene che sia irripetibile, legato com’è a un’Italia scomparsa: i film polizieschi non mancano nel cinema italiano odierno, ma non è la stessa cosa, per le atmosfere, per le città e la società ormai cambiate. Il poliziottesco, alla fine, vale proprio per questo: a distanza di oltre cinquant’anni resta una testimonianza potente di un periodo turbolento della storia italiana e di un cinema capace di trasformare la cronaca, la paura e la rabbia collettiva in spettacolo.

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