Home Personaggi raccontatiPedro Almodóvar: trasforma il melodramma in una lingua tutta sua

Pedro Almodóvar: trasforma il melodramma in una lingua tutta sua

Colori accesi, donne al centro, melodramma senza vergogna e la musica di Alberto Iglesias: viaggio nella cifra che rende ogni film di Almodóvar riconoscibile alla prima inquadratura.

by Redazione

Basta un fotogramma. Un rosso saturo che sanguina sullo schermo, una donna inquadrata di tre quarti mentre trattiene il pianto, una cucina che diventa teatro del dolore. Prima ancora di vedere il titolo, sai che stai guardando un film di Pedro Almodóvar. Pochi registi contemporanei possiedono una firma così immediata, e il regista di La Mancha l’ha costruita film dopo film fino a farne una lingua a sé.

La tesi è semplice: Almodóvar ha preso il melodramma, quel genere che il cinema d’autore aveva relegato al kitsch e al sentimentalismo, e lo ha riabilitato senza pudore. Nelle sue mani il pianto non è debolezza narrativa ma materia nobile, il colpo di scena non è artificio ma verità emotiva. È un cinema che non ha paura di commuovere, e che proprio in questo trova la sua radicalità.

Il centro di gravità del suo mondo sono le donne. Non muse decorative, ma figure che reggono da sole il peso di ogni storia: madri, attrici, infermiere, prostitute, monache, trapiantate d’organo. In Tutto su mia madre segue la storia di una madre imperfetta e di una figlia, il regista intreccia il lutto con il teatro, la maternità con l’identità di genere, e nel 1999 il film gli vale il premio per la miglior regia a Cannes. Tre anni dopo, con Parla con lei, spinge ancora più in là il paradosso: costruisce un melodramma delicatissimo attorno a due uomini che vegliano donne in coma, ribaltando ogni aspettativa sul genere e vincendo l’Oscar per la sceneggiatura originale.

C’è una geografia emotiva ricorrente nel suo cinema. Madrid come palcoscenico, gli interni domestici trasformati in scenografie di colore puro, i richiami alla pittura e al cinema classico americano digeriti e restituiti in una forma tutta spagnola. E poi l’autofinzione, il gesto di rivoltare la propria vita per farne racconto: lo aveva fatto in Dolor y gloria, dove un regista in crisi ripercorre la propria esistenza, e lo fa di nuovo, in modo quasi testamentario, con l’ultima opera.

Un elemento resta costante da decenni e merita un capitolo a sé: il suono. La collaborazione con il compositore Alberto Iglesias è una delle sodalizi più fecondi del cinema europeo contemporaneo. Le sue partiture, tese e malinconiche, non commentano l’immagine ma la abitano, dando al melodramma di Almodóvar quella temperatura sospesa tra tensione e struggimento che nessun altro suono saprebbe restituire. È una firma dentro la firma, il timbro acustico di un mondo visivo. Iglesias è anche l’autore delle musiche del film più recente.

Perché Almodóvar, a settantasei anni, non si è affatto fermato. Nel 2024 ha girato il suo primo lungometraggio in lingua inglese, The Room Next Door, distribuito in Italia da Warner Bros. come La stanza accanto. Il film ha vinto il Leone d’oro per il miglior film al Festival di Venezia 2024, la prima volta che il regista conquista il premio principale in uno dei tre maggiori festival. Tilda Swinton e Julianne Moore sono le protagoniste, affiancate da John Turturro e Alessandro Nivola; la trama segue il rapporto tra due amiche mentre una delle due affronta la prospettiva di porre fine alla propria vita a causa di una malattia terminale. Un tema durissimo, la morte dignitosa, affrontato con la consueta pienezza cromatica: il melodramma che diventa riflessione sull’ultima soglia.

E poi l’opera più recente. Nel 2026 Almodóvar torna al cinema in lingua spagnola con Amarga Navidad. È il nuovo film del regista, presentato in concorso al Festival di Cannes, un ritorno a un territorio intimo, fragile, dichiaratamente esposto. Il film è arrivato nelle sale spagnole a marzo 2026 e in quelle italiane è uscito il 21 maggio 2026, distribuito da Warner Bros Italia. Nel cast figurano Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Vicky Luengo e altri interpreti. Si tratta del venticinquesimo lungometraggio del regista. La protagonista è Elsa, una regista cinematografica che, dopo due film di scarso successo, si è ridotta a girare spot pubblicitari: ancora una volta il cinema che si guarda allo specchio, ancora una volta una donna al centro del dolore.

Ecco la cifra di Almodóvar, quella che lo rende riconoscibile alla prima inquadratura e che attraversa ormai mezzo secolo di lavoro: la convinzione che il sentimento più eccessivo sia anche il più vero, che il colore più acceso dica più della sobrietà, che una donna che piange in una cucina rossa possa contenere l’intera condizione umana. È un maestro perché ha trasformato il proprio gusto in grammatica, e quella grammatica in un modo di guardare il mondo che porta il suo nome.

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