Per un pugno di dollari arriva nei cinema italiani nel settembre del 1964, e nessuno, sul momento, sembra accorgersi che sta per cambiare la grammatica di un intero genere. Il film è firmato da un certo Bob Robertson: nome finto, dietro cui si nasconde Sergio Leone, regista romano al suo primo western dopo un esordio in costume che lo aveva portato in un vicolo cieco. Il film fu proiettato in pubblico per la prima volta il 12 settembre 1964 a Firenze, al cinema Supercinema. Da lì in poi, la storia che tutti conoscono: un successo di pubblico che nessuno aveva previsto, un pistolero senza nome interpretato da un giovane attore televisivo americano, Clint Eastwood, e una colonna sonora capace di uscire dalle sale per finire nei juke-box.
Lo spaghetti western nasce da un’esigenza molto concreta: rilanciare un genere, il western classico hollywoodiano, che a metà degli anni Sessanta viene percepito come esaurito. L’industria italiana, che in quegli anni produce a ritmi industriali film di genere per il mercato interno ed estero, trova nel West una miniera di archetipi riutilizzabili con budget ridotti, comparse spagnole, location nel deserto di Almería e una manciata di attori americani in declino ingaggiati per rendere il prodotto vendibile oltreoceano. Il termine “spaghetti western”, nato come etichetta un po’ sprezzante della critica anglosassone, finisce per diventare il nome ufficiale di uno dei generi più identitari del cinema italiano: non a caso, oggi, si preferisce spesso parlare di western all’italiana.
Va detto con chiarezza, perché è un dettaglio che smonta un luogo comune: Leone non inventa il genere dal nulla. Caposaldo del genere spaghetti western, Per un pugno di dollari viene erroneamente considerato il primo film del genere; in Europa, prima del 1964 erano già usciti diversi western di questo tipo, senza però riscontrare lo stesso successo. Quello che Leone fa, e che nessun altro aveva fatto con la stessa radicalità, è ridefinire gli archetipi del genere partendo da un remake non dichiarato di Yojimbo di Akira Kurosawa, trasformando l’eroe positivo del western classico in una figura ambigua, cinica, mossa da un tornaconto personale più che da un ideale di giustizia. Kurosawa, tra l’altro, si accorse della somiglianza e portò Leone in tribunale, vincendo la causa: la nascita del genere passa anche da qui, da un debito mai saldato con il cinema giapponese.

È qui che entra in scena il sodalizio che, più di ogni altro, definisce il suono dello spaghetti western: quello tra Leone e Morricone. Le musiche del compositore romano, con il fischio eseguito da Alessandro Alessandroni e gli arrangiamenti che trasformano il duello in un rituale quasi liturgico, diventano parte integrante della messa in scena tanto quanto l’inquadratura. La trilogia del dollaro comprende i primi tre film western diretti da Sergio Leone, con protagonista Clint Eastwood nei panni dell’uomo senza nome, e con le colonne sonore di Ennio Morricone. Non è un dettaglio da poco: è in quell’incontro tra immagine e suono che lo spaghetti western trova la sua identità più duratura, perché la musica non accompagna la scena, la detta, e il duello diventa un rito sospeso in cui il tempo si dilata fino allo spasimo.
È con C’era una volta il West, nel 1968, che Sergio Leone porta questa grammatica alla sua forma più ampia e solenne. Chiamando Henry Fonda, il volto buono del western classico americano, e affidandogli il ruolo di un killer spietato, Leone compie il suo gesto più radicale: ribalta il mito hollywoodiano servendosi delle sue stesse icone. I primissimi piani sugli occhi, i silenzi lunghissimi, le musiche di Ennio Morricone scritte prima delle riprese e diffuse sul set perché gli attori vi recitassero dentro, tutto concorre a trasformare il western in una liturgia laica sulla nascita dell’America e sulla fine della frontiera.
Ma ridurre lo spaghetti western al solo Leone sarebbe l’errore speculare a quello di attribuirgli l’invenzione del genere. Accanto a lui lavorano altri due registi che, non per caso, portano il suo stesso nome. Sergio Corbucci firma nel 1966 Django, con Franco Nero che trascina una bara nel fango, uno dei film più imitati e citati di sempre, e due anni dopo Il grande silenzio, western innevato e disperato dal finale che nega ogni consolazione. Sergio Sollima porta invece nel genere una coscienza politica esplicita, con film come La resa dei conti e Faccia a faccia, in cui la caccia all’uomo diventa lotta di classe. È la faccia più adulta e ideologica del western all’italiana, spesso attraversata da una critica al potere che il pubblico dell’epoca coglieva benissimo.

Il genere conosce anche la sua parodia, che ne segna insieme il trionfo commerciale e l’inizio del declino. Nel 1970 Lo chiamavano Trinità trasforma il pistolero cinico in gag, e la coppia Terence Hill e Bud Spencer sposta il western italiano dalla polvere alla risata. Da lì, esaurito il filone e cambiato il gusto del pubblico, a metà degli anni Settanta la produzione si spegne quasi del tutto, dopo aver sfornato in poco più di un decennio centinaia di titoli.
Cosa resta, oggi, di quella stagione. Resta una cifra riconoscibile ovunque: l’antieroe moralmente ambiguo, la violenza stilizzata e improvvisa, il primissimo piano che scava nei volti, il tempo dilatato del duello, e soprattutto uno sguardo disincantato che ha smontato il mito eroico della frontiera per restituirne una versione più sporca e più vera. È un’eredità che il cinema mondiale non ha mai smesso di saccheggiare. Quentin Tarantino ne ha fatto una religione personale, dal titolo stesso di Django Unchained al western parlato di The Hateful Eight, le cui musiche valsero a Morricone, nel 2016, il suo unico Oscar competitivo: un compositore italiano premiato a Hollywood per un western americano diretto da un regista che venera Leone. Il cerchio, in un certo senso, si chiude.
È forse questa l’ironia più bella dello spaghetti western: un manipolo di italiani, girando in Spagna con pochi soldi e attori americani in disarmo, ha raccontato il mito della frontiera in modo più memorabile di chi quel mito lo aveva inventato. Il western si credeva morto, e un gruppo di romani gli ha ridato vita cambiandogli lingua, sguardo e musica.












