Home EditorialeCommedia all’italiana: nata nel 1958, battezzata nel 1961

Commedia all’italiana: nata nel 1958, battezzata nel 1961

Nato da un film di rapinatori goffi e battezzato tre anni dopo da un capolavoro di Pietro Germi, il genere ha raccontato l'Italia del boom con un sorriso amaro.

by Mauro Terrone

Una banda di ladri romani prova a scassinare un Monte di Pietà e fallisce nel modo più maldestro possibile. Da questa idea, quasi una parodia dei noir francesi e dei gangster movie americani, nasce nel 1958 uno dei generi più riconoscibili della storia del cinema italiano. Il film è I soliti ignoti, film commedia italiano del 1958 diretto da Mario Monicelli, e da lì in avanti niente, nella commedia nostrana, sarà più come prima.

Curiosamente, il genere non porta ancora il proprio nome quando nasce. Ci vogliono tre anni perché qualcuno lo battezzi: I soliti ignoti sancisce la nascita della vera e propria commedia all’italiana a cui poi Divorzio all’italiana di Pietro Germi nel 1961 attribuirà il suddetto nome. È un dettaglio che dice molto di come funzionano i generi cinematografici: si riconoscono a posteriori, quando la critica trova le parole per definire ciò che il pubblico ha già imparato a distinguere sullo schermo.

Cosa rende un film “commedia all’italiana” e non semplicemente un film comico italiano. La differenza sta nel meccanismo, non nel tono. Una delle caratteristiche della commedia all’italiana consiste nel trattare temi seri e tragici con toni scherzosi, e l’elemento motore delle vicende è sicuramente quello della povertà che diventa la base su cui sono costruite tutte le scene comiche. Non si ride nonostante il dramma, si ride attraverso il dramma. I protagonisti non sono eroi né macchiette assolute: sono uomini sempliciotti, rozzi, inclini alle scorciatoie e all’evitare la fatica, gente che sopravvive con l’arte dell’arrangiarsi in un paese che sta cambiando pelle troppo in fretta.

Quel cambiamento ha un nome preciso, il boom economico, e la commedia all’italiana lo guarda con un occhio diverso da quello del neorealismo che l’ha preceduta. Dove il neorealismo raccontava la povertà con serietà documentaria, questo nuovo filone la racconta con satira, senza perdere però la capacità di far male. È lì, in quello scarto tonale, che si gioca tutta l’identità del genere: la risata che si spegne un attimo prima dei titoli di coda, quando emerge il retrogusto amaro della vicenda.

Dietro questa macchina narrativa così precisa non ci sono solo i registi. La commedia all’italiana è, prima di tutto, un lavoro di scrittura, ed è qui che entra in scena il duo di sceneggiatori che ha probabilmente definito più di ogni altro il genere: Age e Scarpelli, insieme a firme come Suso Cecchi D’Amico, Ennio Flaiano, Ruggero Maccari ed Ettore Scola prima ancora che diventasse regista lui stesso. Il copione de I soliti ignoti porta già la loro mano, e da lì il sodalizio proseguirà per una parte consistente della storia del genere.

Il periodo che gli storici del cinema definiscono l’età dell’oro della commedia all’italiana copre circa quindici anni. Il periodo d’oro della commedia all’italiana va dal 1958 al 1974, anno di C’eravamo tanto amati e Profumo di donna. In mezzo, un catalogo di titoli che ha attraversato generazioni di spettatori. Il sorpasso, diretto da Dino Risi nel 1962, sposta il baricentro del genere sulla strada: è un road movie italiano del 1962 con Vittorio Gassman, Catherine Spaak e Jean-Louis Trintignant, considerato il capolavoro di Risi e uno dei migliori esempi del genere commedia all’italiana. Il personaggio di Gassman, spavaldo e superficiale, diventa il ritratto di un’Italia che scopre il benessere e non sa ancora cosa farsene, mentre il giovane studente che gli siede accanto rappresenta l’osservatore prudente travolto da quella euforia. Il finale, tutt’altro che consolatorio, è forse la firma più riconoscibile del genere: la commedia che si rompe all’improvviso in tragedia.

Divorzio all’italiana, che ha dato il nome al filone, porta la satira su un terreno ancora più scivoloso, quello dei costumi e della legge, con Pietro Germi regista di uno sguardo tagliente sulla società meridionale del tempo. Ed è proprio questa capacità di usare la risata come bisturi sociale, senza mai perdere l’eleganza della messa in scena, a distinguere il genere da qualunque comica generica.

Mario Monicelli, che aveva acceso la miccia con I soliti ignoti, continua a essere uno degli autori di riferimento anche quando il genere comincia a cambiare pelle negli anni Settanta. Con il passaggio ai maggiormente disincantati e amari Amici miei, Un borghese piccolo piccolo e Il marchese del grillo, fotografie disilluse della nuova Italia, quella del terrorismo rosso e nero e dell’incertezza politico-istituzionale post-Boom. Il tono si fa più cupo, la satira più graffiante, ma l’impianto resta lo stesso: personaggi comuni, spesso meschini, misurati contro una storia collettiva che li supera.

Accanto a Monicelli, Risi e Germi, il genere si arricchisce di altre voci essenziali: i vari Dino Risi, Luigi Comencini, Luciano Salce, Ettore Scola, Steno e Pietro Germi continueranno a farsi interpreti della nostra società e delle sue storture, sempre coadiuvati da sceneggiatori-filosofi illuminati come Age e Scarpelli, Ennio Flaiano, Sergio Amidei. Ognuno porta una variazione sul tema: Comencini più attento all’infanzia e ai rapporti familiari, Scola destinato a diventare regista in proprio con opere che guardano indietro proprio a quella stagione, Salce con una vena più farsesca. È un ecosistema di autori che si scambiano sceneggiature, attori e complicità, tanto che ricostruire chi ha scritto cosa diventa spesso un esercizio da cinefili.

Il genere non nasce dal nulla. Prima de I soliti ignoti, un film come Guardie e ladri aveva già mostrato una possibile fusione tra commedia di costume e deriva drammatica, senza però arrivare a codificare uno stile riconoscibile. È solo con Monicelli che gli ingredienti si assestano in una formula che il pubblico impara a riconoscere film dopo film: ambientazione italiana contemporanea, protagonisti mediocri più che eroici, satira dei costumi, finale spesso amaro o comunque privo di vera redenzione.

Perché la commedia all’italiana conti ancora oggi ha a che fare con quello che ha lasciato in eredità. Ha insegnato al cinema italiano che si può parlare di povertà, ipocrisia, provincia, matrimonio e tradimento senza rinunciare all’intrattenimento, e senza però scadere nella barzelletta fine a sé stessa. Molti dei tratti di quella stagione, la satira di costume, il personaggio maschile mediocre e vanitoso, il finale che smorza la risata, sopravvivono ancora nella commedia italiana contemporanea, anche quando i riferimenti diretti a quei film si perdono nella memoria collettiva. Rivedere oggi I soliti ignoti o Il sorpasso significa non solo godersi due film scritti e interpretati magistralmente, ma anche riconoscere la grammatica di un’intera nazione che, ridendo di sé stessa, ha provato a capirsi.

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