Home Editoriale‘Neorealismo’: quando il cinema italiano scese in strada

‘Neorealismo’: quando il cinema italiano scese in strada

Cos'è stato il neorealismo, il cinema che dopo la guerra rinunciò agli studi per filmare la realtà, dai capolavori di Rossellini e De Sica alla sua eredità nel mondo.

by Martina Bernardo

Nel 1948 un operaio disoccupato e suo figlio attraversano una Roma ferita in cerca di una bicicletta rubata, senza la quale l’uomo perderà l’unico lavoro che era riuscito a trovare. Ladri di biciclette non ha una star, non ha un set, non ha una musica che consoli: ha la strada, la fame e la dignità di due volti qualunque. In quel film di Vittorio De Sica batte il cuore del neorealismo, la stagione più celebre e influente del cinema italiano, quella in cui il cinema smise di raccontare favole e cominciò a filmare la realtà.

Il neorealismo nasce dalle macerie. Caduto il fascismo e finita la guerra, un gruppo di registi e sceneggiatori volta le spalle al cinema di regime, fatto di commedie eleganti e salotti borghesi, i cosiddetti film dei telefoni bianchi, per puntare la macchina da presa su ciò che quel cinema aveva tenuto fuori dall’inquadratura: la povertà, la disoccupazione, l’occupazione tedesca, la Resistenza, la vita delle persone comuni. Niente studi di posa ma strade vere, spesso attori non professionisti presi dalla vita, luce naturale, storie di gente qualunque e finali che non rassicurano. Il termine neorealismo, usato dalla critica di quegli anni, finisce per battezzare non una scuola con un manifesto preciso, ma un modo condiviso di guardare il mondo.

La prima scintilla viene di solito indicata in Ossessione, che Luchino Visconti gira nel 1943, ancora sotto il fascismo e tra mille problemi con la censura. Ma è con Roberto Rossellini che il movimento trova il suo atto di nascita: Roma città aperta, nel 1945, girato con mezzi di fortuna in una città appena liberata, con Anna Magnani e Aldo Fabrizi, ha l’urgenza e la ruvidezza di un documentario, e mostra al mondo un’Italia che si era da poco lasciata la guerra alle spalle. Rossellini prosegue con Paisà e Germania anno zero, componendo quella che viene ricordata come la sua trilogia della guerra.

Accanto a lui, Vittorio De Sica forma con lo sceneggiatore Cesare Zavattini il sodalizio che dà al movimento la sua anima teorica. Zavattini sogna un cinema che segua le persone comuni nella loro vita di ogni giorno, che rinunci all’intreccio costruito per pedinare la realtà così com’è. Da quell’intesa nascono Sciuscià, sui ragazzi di strada del dopoguerra, Ladri di biciclette, che diventa il simbolo stesso del neorealismo nel mondo, e Umberto D., ritratto di un pensionato solo e della sua dignità offesa, spesso considerato la vetta più pura e insieme il canto del cigno del movimento.

Visconti, dal canto suo, porta l’idea alle sue conseguenze più radicali con La terra trema, nel 1948: pescatori siciliani veri, che recitano se stessi parlando il proprio dialetto. Altri autori attraversano la stagione, da Giuseppe De Santis di Riso amaro ai giovani che proprio lì si formano e che diventeranno i maestri del decennio successivo, a cominciare da Federico Fellini, che firma come sceneggiatore diversi film di Rossellini prima di trovare la propria strada.

Come tutte le stagioni, anche questa finisce. All’inizio degli anni Cinquanta l’Italia entra nel boom economico e vuole guardare avanti, non indietro: continuare a mostrare la miseria comincia a dare fastidio, soprattutto al potere. Restano celebri le parole del sottosegretario Giulio Andreotti, che invitava a lavare in casa i panni sporchi, e la legge del 1949 che porta il suo nome, con cui lo Stato poteva ostacolare i film giudicati troppo pessimisti sull’Italia. Tra la pressione politica, un pubblico in cerca di evasione e il richiamo dei generi commerciali, il neorealismo nella sua forma più pura si spegne verso la metà del decennio.

Ma non scompare: si trasforma. La sua vena più addolcita, il cosiddetto neorealismo rosa, apre la strada alla commedia all’italiana, che ne eredita l’attenzione alla realtà sociale e la piega al riso amaro. E la sua lezione confluisce nel grande cinema d’autore, in Fellini, in Michelangelo Antonioni, nello stesso Visconti che virerà verso il melodramma. Fuori dai confini l’influenza è incalcolabile: la Nouvelle Vague francese, il cinema indiano di Satyajit Ray, il realismo sociale inglese e cento altre esperienze devono qualcosa a quei registi italiani che, con pochi soldi e molta necessità, scelsero di filmare la vita così com’era. Il neorealismo è durato pochi anni, ma ha cambiato per sempre l’idea di cosa il cinema possa guardare.

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