Una mappa spiegazzata, un orizzonte da raggiungere, un protagonista che parte per un altrove e torna cambiato. Il cinema d’avventura nasce da questo impulso semplicissimo e antichissimo: andare a vedere cosa c’è oltre. Non è un genere che si definisce per quello che accade, ma per la direzione in cui accade. Verso l’ignoto.
È la differenza più utile per capirlo, e per non confonderlo con il suo cugino più muscolare. L’azione si costruisce sul conflitto immediato, sulla tensione fisica dello scontro; l’avventura si costruisce sul viaggio, sull’esplorazione, sulla scoperta. Le due cose convivono di continuo, si contaminano, spesso abitano lo stesso film. Ma la bussola resta diversa: dove l’azione chiede “chi vincerà lo scontro?”, l’avventura chiede “cosa troveremo là in fondo?”.
Le radici affondano nella letteratura popolare dell’Ottocento, nei romanzi di viaggio e nei feuilleton, in Salgari, Verne, Stevenson, Dumas. Il cinema eredita quel patrimonio quasi subito e lo traduce in immagini con il filone del cappa e spada, dove il duello non è mai fine a se stesso ma serve a far avanzare un intrigo, una fuga, una cavalcata. Sono gli anni in cui Hollywood costruisce il suo eroe agile e sorridente: Douglas Fairbanks che scavalca balconi, Errol Flynn che incrocia la lama in “Le avventure di Robin Hood”, i pirati e i moschettieri che diventano immaginario collettivo. Lo spadaccino è il primo vero avventuriero del grande schermo, e il suo codice, coraggio, lealtà, ironia sotto pressione, arriva intatto fino a oggi.

Con il tempo il genere si dirama. C’è l’avventura esotica delle spedizioni e delle giungle, quella marinara dei galeoni e dei tesori sommersi, quella del deserto e delle piste carovaniere. Proprio la vena marinara è tornata popolare in tempi recenti con la saga di Pirati dei Caraibi, che in Italia esordisce nel 2003 con un sottotitolo, La maledizione della prima luna, che dell’originale non conserva nulla e ne inventa uno tutto suo. Ci sono i film di caccia al tesoro, dove l’oggetto del desiderio, un manufatto, una città perduta, una reliquia, funziona da motore narrativo. E c’è tutto il versante epico e cavalleresco che sfuma nel fantasy senza mai staccarsi del tutto dalla logica del viaggio.
Il punto di svolta moderno porta una data e un cappello. Nel 1981 Steven Spielberg e George Lucas rilanciano il cinema d’avventura con I predatori dell’arca perduta, primo capitolo di Indiana Jones, un omaggio consapevole ai serial degli anni Trenta trasformato in linguaggio contemporaneo. L’archeologo con la frusta condensa tutto ciò che il genere sa fare: la mappa, il reperto, il nemico, la corsa contro il tempo, l’ironia che alleggerisce il pericolo. È il modello che ha ridefinito l’immaginario per generazioni, e non a caso la saga è tornata di recente sul grande schermo. Indiana Jones e il Quadrante del Destino, diretto da James Mangold, è uscito nelle sale italiane il 28 giugno 2023, con Harrison Ford e Phoebe Waller-Bridge e, nel cast, anche Mads Mikkelsen, Antonio Banderas, John Rhys-Davies e Toby Jones. È stato, per esplicita natura del progetto, un capitolo pensato come commiato, e conferma quanto la formula regga il tempo: è il primo film di Indiana Jones a non essere diretto da Steven Spielberg, eppure resta riconoscibilissimo nel suo DNA di genere.
Attorno a quella pietra miliare gravita una costellazione di titoli che hanno tenuto viva l’avventura pura, spesso mescolandola all’azione senza mai perderne la vocazione al viaggio. Il filone della caccia al tesoro ha prodotto film dichiaratamente giocosi, da Il mistero dei Templari con Nicolas Cage a Sahara, fino a Uncharted, che porta sul grande schermo un cacciatore di tesori nato come videogioco e affida ad Antonio Banderas il ruolo dell’antagonista, lo stesso attore che ritroviamo, non per caso, nell’ultimo Indiana Jones. La giungla e le rovine sono tornate come teatro di missioni rocambolesche, da Tomb Raider a Jumanji: Benvenuti nella giungla, dove l’avventura si fa gioco nel senso più letterale. E persino il cinema d’animazione ha fatto propria la grammatica dell’esplorazione, con Oceania e il suo oceano da attraversare o Atlantis – L’impero perduto e la sua città sommersa. Il denominatore comune resta lo stesso: un altrove che chiama e un personaggio che accetta la chiamata.

E l’Italia? Il nostro cinema ha un rapporto tutto suo con l’avventura, meno legato all’eroe solitario e più al mescolarsi dei generi. Il cappa e spada e il filone storico-mitologico hanno avuto una lunga stagione popolare, con i peplum e i film in costume che riempivano le sale: Le fatiche di Ercole, nel 1958, aprì proprio quella stagione. Ma la vena più originale è arrivata quando l’avventura si è ibridata con la commedia e con il western all’italiana, dando forma a un immaginario di viaggio ironico e disincantato, dove la corsa al bottino diventa occasione per raccontare i personaggi più che per celebrare l’impresa. Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone ne è la prova più limpida: la caccia all’oro sepolto in un cimitero è struttura d’avventura pura, ma serve soltanto a mettere a fuoco tre volti. È un tratto molto italiano: prendere una struttura di genere e piegarla allo sguardo, all’umanità, alla risata amara.
Il cinema d’avventura è, insieme alla commedia, uno dei generi più antichi e resistenti proprio perché tocca un bisogno che non passa di moda: uscire dal recinto del conosciuto. In un panorama che privilegia le saghe seriali e gli universi condivisi, l’avventura resta il luogo dove il singolo film può ancora essere un mondo compiuto, con la sua partenza, il suo pericolo e il suo ritorno. Non promette la vittoria; promette il viaggio. Ed è per questo che, di generazione in generazione, continuiamo a seguire chi apre la mappa e decide di andare a vedere.












