Susan Sarandon è arrivata al Lido per un film che porta la firma postuma di Bernardo Bertolucci, ma la conferenza stampa di The Echo Chamber si è spostata quasi subito dal cinema alla politica. Interrogata sul presunto cambiamento di clima a Hollywood rispetto a Gaza, l’attrice premio Oscar ha detto di continuare a perdere ruoli a causa del suo aperto sostegno alla causa palestinese, e lo ha detto nella sala stampa di un festival dove il tema, quest’anno, torna con insistenza.
Le parole in conferenza stampa
Sarandon ha raccontato di essersi vista togliere film anche di recente, perché a suo dire alcune agenzie continuano a suggerire ai produttori di non ingaggiarla. Ha ricondotto la cosa a quella che ha definito una “struttura di potere”, precisando di sentirsi comunque accolta a livello internazionale. La resistenza più netta, secondo l’attrice, resta appannaggio dei grandi studios: quando c’è di mezzo una major, ha affermato, la porta tende a chiudersi, e non solo per lei.
In quella cornice ha voluto ringraziare il regista Andrea Pallaoro, sostenendo che gli fosse stato consigliato di non lavorare con lei e che lui abbia scelto di ignorare gli avvertimenti. È il passaggio che salda le due anime della conferenza, la vicenda personale dell’attrice e il film che la riporta in concorso.
Dal 2023 a oggi: la rottura con l’agenzia
La questione non nasce al Lido. Alla fine del 2023 Sarandon fu lasciata dall’agenzia che la rappresentava, la UTA, dopo alcune dichiarazioni pronunciate a una manifestazione a favore della Palestina. Poche settimane dopo, a dicembre, l’attrice pubblicò su Instagram un messaggio di scuse per una frase riferita agli ebrei americani che le era valsa accuse di antisemitismo, definendo quelle parole un grave errore. Da allora ha più volte sostenuto di essere stata messa ai margini dell’industria per aver chiesto il cessate il fuoco a Gaza.
A Venezia è tornata su quel percorso con un bilancio personale, descrivendo un mutamento nella percezione pubblica del rapporto tra Stati Uniti e Israele. Sono valutazioni che restano sue e che qui riportiamo come tali, senza farle proprie: la parte che riguarda direttamente il cinema, e cioè i ruoli mancati e il peso delle agenzie, è invece il cuore verificabile di quanto ha dichiarato.

The Echo Chamber, l’ultimo Bertolucci in concorso
A rendere il momento particolare è il film che la porta sul Lido. The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, in concorso per il Leone d’Oro, nasce dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, firmata insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Il regista, già in laguna con Hannah e Monica, torna al suo terreno d’elezione, le relazioni intime osservate al microscopio, e lo fa con un film girato interamente in inglese e sostenuto da un trio di interpreti internazionale.
Al centro c’è il rapporto tormentato tra Leo, un affermato produttore musicale segnato dalla dipendenza interpretato da Luca Marinelli, e Anne, una figura enigmatica affidata ad Alicia Vikander. Attorno a loro, e attraverso il tempo, risuona la voce di Ava, la cantautrice a cui presta corpo e presenza proprio Susan Sarandon. Coproduzione italo-belga di Indigo Film, Rai Cinema e Versus, il film arriva nelle sale italiane dal 10 settembre distribuito da 01 Distribution.
“Ho trovato la mia famiglia”: l’approdo europeo e la cornice del festival
La conferenza si è chiusa su una nota che ha strappato un lungo applauso: Sarandon ha detto di aver trovato la sua famiglia e la sua gente, e di stare bene. È l’immagine che l’attrice ha scelto per sé, quella di un’artista respinta da una parte di Hollywood e riaccolta dal cinema d’autore europeo, che qui la riporta al centro di un film in concorso.
Le sue parole cadono in un’edizione della Mostra attraversata dal tema del conflitto. Nei giorni scorsi alcune realtà hanno chiesto agli organizzatori di esporre la bandiera palestinese, richiesta a cui il direttore Alberto Barbera ha risposto ricordando che l’Italia non riconosce formalmente lo Stato di Palestina, pur segnalando la presenza al Lido di più film dedicati alla condizione dei civili palestinesi. In questo quadro, l’uscita di Sarandon non è un caso isolato ma un tassello di un festival in cui il cinema e l’attualità continuano a intrecciarsi.












