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Serie Netflix sottovalutate firmate dai maestri del cinema

Da Sense8 di Lana e Lilly Wachowski a Midnight Mass di Mike Flanagan, un viaggio tra le serie del catalogo che hanno ricevuto molto meno di quanto valgono.

by Mauro Terrone

Il catalogo Netflix funziona come un fondale marino: in superficie galleggiano sempre gli stessi titoli, quelli che l’algoritmo spinge e di cui parlano tutti, mentre più in basso riposa un intero strato di serie che non hanno mai avuto la luce che meritavano. Alcune sono state cancellate quando stavano appena ingranando, altre sono semplicemente scivolate via, sepolte sotto la valanga di nuove uscite settimanali. Quasi tutte, però, hanno una cosa in comune, ed è quella che ci interessa di più: portano la firma di registi e autori che conosciamo dal grande schermo. Le Wachowski, David Fincher, Mike Flanagan, Peter Berg, Judd Apatow. Nomi che al cinema muovono folle e che, passando alla serialità, hanno lasciato piccoli tesori rimasti in ombra. Abbiamo scavato nel catalogo italiano per riportarne a galla una manciata che vale davvero la pena recuperare.

Le Wachowski e Fincher, quando la fantascienza allarga il formato

La prima fermata porta il cognome più pesante di tutti. Sense8 nasce dalla mente di Lana e Lilly Wachowski, le stesse che con Matrix avevano riscritto la grammatica dell’azione, affiancate da J. Michael Straczynski. Il punto di partenza è di quelli che solo loro potevano rendere credibili: otto sconosciuti sparsi ai quattro angoli del pianeta, da San Francisco a Nairobi, da Berlino a Seul, si ritrovano di colpo connessi da un legame telepatico che permette a ciascuno di vedere, sentire e persino usare le capacità degli altri. È un gruppo di protagonisti tenuto insieme non dalla trama ma dall’empatia, ed è proprio questa la scommessa della serie: raccontare la connessione umana attraverso otto vite lontanissime. Girata dal vero in giro per il mondo, elogiata per come mette al centro personaggi e temi LGBTQ, tanto da conquistare un GLAAD Media Award, Sense8 è stata interrotta bruscamente dopo due stagioni. Solo una campagna dei fan ha strappato a Netflix uno speciale conclusivo, arrivato nel 2018, per non lasciare tutto sospeso su un finale col fiato in gola. Resta una delle prove più ambiziose mai tentate dalla piattaforma.

Se Sense8 allargava i confini geografici, Love, Death & Robots li allarga a livello di forma. L’antologia animata ideata da Tim Miller e prodotta insieme a David Fincher è un contenitore in cui ogni episodio è un cortometraggio a sé, con un team di animazione diverso, uno stile diverso, un tono diverso: si passa dal fotorealismo più spinto allo stop-motion, dalla commedia nera all’orrore puro, dalla fantascienza distopica alla satira. Fincher non si è limitato al ruolo di produttore, ma ha diretto personalmente episodi come Bad Travelling e, nel quarto volume, l’omaggio animato al concerto dei Red Hot Chili Peppers. È una serie che si può iniziare da qualsiasi punto e che premia la curiosità, con picchi visivi che poche produzioni animate mainstream si concedono. Il quarto volume è arrivato nel 2025, segno che, a differenza di molti altri titoli di questa selezione, qui Netflix ha continuato a credere nel progetto. Il fatto che resti comunque poco citata nelle conversazioni sul meglio della piattaforma dice tutto su quanto sia sottovalutata.

Mike Flanagan e l’horror rimasto in ombra

Nel panorama dell’horror contemporaneo, pochi nomi pesano quanto quello di Mike Flanagan. Dopo aver conquistato Netflix con The Haunting of Hill House, il regista ha ottenuto il via libera per un progetto molto più personale, un’idea che si portava dietro da anni: Midnight Mass. La storia si svolge su Crockett Island, una piccola comunità isolata e in declino, dove l’arrivo di un giovane e carismatico prete, Padre Paul, cui presta il volto un Hamish Linklater in stato di grazia, coincide con una serie di eventi che sembrano miracolosi e che, invece, nascondono qualcosa di molto più oscuro. Flanagan usa il genere come lo usano i migliori: per parlare di fede, dipendenza, colpa e redenzione, lasciando che l’orrore emerga lentamente da monologhi lunghissimi e da un cast che comprende volti a lui fedeli come Zach Gilford e Kate Siegel. È stato lo stesso regista a dichiarare che una serie così, oggi, sarebbe difficile da far approvare. Sette episodi, nessuno di troppo, e una delle cose più coraggiose mai passate in sordina sulla piattaforma.

Il West di Peter Berg e il dramma di Margaret Qualley

Il western, per molti, resta materia da grande schermo. Peter Berg lo ha portato in una miniserie che del cinema ha il respiro e la brutalità. American Primeval ci trascina nel 1857, in un West americano fangoso e privo di ogni romanticismo, sullo sfondo del violento scontro tra coloni, comunità mormone e popoli nativi. Al centro ci sono Sara Rowell, una madre in fuga interpretata da Betty Gilpin, e suo figlio Devin, che per attraversare quelle terre ostili si affidano a Isaac Reed, la guida tormentata a cui presta il volto Taylor Kitsch. Berg gira con la stessa fisicità dei suoi film, e il risultato è un viaggio duro, a tratti insostenibile, retto dalla prova di una Gilpin che tiene insieme tenerezza e ferocia. Arrivata con meno clamore di quanto il suo peso avrebbe richiesto, è la conferma che il western, sul catalogo, ha ancora molto da dire.

Dal fango della frontiera al presente più concreto il salto è brusco, ma la posta in gioco è la stessa: sopravvivere. Maid, miniserie in dieci episodi tratta dal memoir di Stephanie Land, in Italia Donna delle pulizie, segue Alex, una giovane madre che fugge da una relazione abusiva con la figlia piccola e prova a ricostruirsi lavorando come domestica, tra un sistema di assistenza sociale kafkiano e la precarietà di chi non ha reti di salvataggio. A darle il volto è Margaret Qualley, che qui trova uno dei ruoli che ne hanno segnato l’ascesa, oggi consacrata sul grande schermo da film come The Substance e Povere creature!. Al suo fianco, nel ruolo della madre bipolare, recita Andie MacDowell, madre di Qualley anche nella vita, e questo gioco di specchi aggiunge un ulteriore strato a un racconto già durissimo. Candidata a diversi Emmy, Maid è rimasta un po’ schiacciata dalla successiva carriera cinematografica della sua protagonista: recuperarla significa scoprire da dove è partita.

Commedie che spiazzano, dal falso documentario allo zombie movie

La commedia, su Netflix, ha regalato almeno un piccolo colpo di genio rimasto quasi segreto. American Vandal si presenta come un falso documentario, un mockumentary che parodia con serietà assoluta i true crime alla Making a Murderer: due studenti aspiranti filmmaker indagano su un caso di vandalismo scolastico, ventisette auto di professori imbrattate con disegni osceni, e sul ragazzo accusato ingiustamente, Dylan Maxwell. Il gioco funziona perché la serie non ammicca mai, ma mantiene il tono compunto del genere che sta prendendo in giro, e proprio da lì nasce la comicità. Nella seconda stagione alza la posta con un caso ancora più grottesco in una scuola cattolica. Nonostante il consenso di critica e pubblico, Netflix l’ha cancellata dopo due stagioni, chiudendo una delle satire più intelligenti del suo catalogo.

Se American Vandal gioca con il documentario, Santa Clarita Diet gioca con l’horror. Drew Barrymore e Timothy Olyphant sono Sheila e Joel Hammond, coppia di agenti immobiliari della periferia californiana la cui vita ordinata deraglia quando lei sviluppa una fame improvvisa e insaziabile di carne umana. La trovata della serie è non perdere tempo: già dal secondo episodio l’intera famiglia è al corrente della trasformazione di Sheila, e il problema di procurarle i pasti diventa un affare domestico condiviso, con i figli Abby ed Eric complici loro malgrado. È una commedia macabra e stranamente solare, che regala a Olyphant l’occasione di sfoderare un talento comico troppo poco sfruttato. Tre stagioni, un finale lasciato a metà, e l’ennesima cancellazione che ancora brucia ai suoi affezionati.

Chiude il trittico comico un titolo più intimo e amaro. Love, creata da Judd Apatow insieme a Lesley Arfin e Paul Rust, racconta la relazione sghemba tra Gus e Mickey, interpretati da Rust e da Gillian Jacobs, già amatissima come Britta in Community. Lui è un nerd gentile e passivo-aggressivo, lei è irrequieta e sull’orlo dell’autodistruzione: insieme formano una delle coppie meno idealizzate e più realistiche mai messe in scena sul tema degli appuntamenti moderni. Apatow porta qui la sua commedia dell’imbarazzo, quella che fa stringere i denti prima di far ridere, e la stende su tre stagioni che scorrono con la leggerezza di un vero comfort watch. Che venga citata così di rado tra le produzioni originali della piattaforma è, di per sé, la prova della sua condizione di gemma nascosta.

Jonathan Entwistle e la promessa spezzata di I Am Not Okay With This

Alcune serie non vengono dimenticate perché brutte, ma perché interrotte sul più bello. I Am Not Okay With This è il caso limite. Tratta dalla graphic novel di Charles Forsman, lo stesso autore di The End of the F***ing World, e diretta da Jonathan Entwistle con la produzione della factory di Stranger Things, mette in scena Sydney Novak, adolescente alle prese con i lutti di famiglia, una sessualità in cerca di sé stessa e, come se non bastasse, poteri telecinetici che si risvegliano quando le emozioni prendono il sopravvento. A interpretarla è Sophia Lillis, già Beverly nei film di It, di nuovo in coppia con il suo compagno di Derry Wyatt Oleff nei panni del vicino Stanley. La colonna sonora porta la firma di Graham Coxon, chitarrista dei Blur, e contribuisce a quell’atmosfera sospesa tra il coming of age e l’incubo. Sette episodi, un finale a effetto e poi il buio: la pandemia ha convinto Netflix a non procedere con una seconda stagione, lasciando una delle sue serie più promettenti congelata sul suo cliffhanger.

Perché conviene scavare nel catalogo

Il filo che unisce questi titoli non è la fortuna, che è mancata quasi a tutti, ma la qualità della firma. Registi e autori che al cinema riconosceremmo a colpo d’occhio hanno lasciato su Netflix opere che il flusso continuo di novità ha finito per coprire. La logica della piattaforma, del resto, raramente premia le serie oltre le prime stagioni: la visibilità di lancio conta più della longevità, e così anche produzioni acclamate finiscono archiviate in fretta. Recuperarle è un piccolo atto di resistenza da spettatori, perché significa dare una seconda vita a storie che ne avevano ancora da raccontare. Il catalogo, per chi ha voglia di guardare sotto la superficie, resta pieno di sorprese di questo tipo.

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