Legarsi a una sola identità per tutta la vita è una gabbia che Jodie Foster preferisce lasciarsi alle spalle. L’idea nasce da una sua riflessione in cui l’attrice descrive il presente come un tempo di ricerca del proprio io, dove sentirsi obbligati a scegliere un’unica appartenenza è più un limite che una conquista. Lei stessa si racconta come somma di più cose insieme: madre e figlia, cresciuta a metà tra la Francia e l’America, portatrice di due culture, capace di amare sia lo sci sia il football americano. Il suo augurio, spiegava, è che la società diventi più varia e plurale, invece di appiattirsi su un unico fuoco.
Il ragionamento tocca quello che Foster chiama la “simbiosi” delle identità: avere più di una radice sociale o culturale non è un’anomalia da correggere, ma una condizione naturale e persino auspicabile. Nel suo esempio, il fatto di venire da Los Angeles non le impedisce di capire cosa significhi vivere in una piccola città. Il punto è smettere di ridurre le persone alle loro esperienze formative, come se un solo tratto potesse definirle per intero.
In questa lettura entra anche la tecnologia. Foster ne riconosce i meriti nell’avvicinare le persone, ma osserva anche un livello di consapevolezza collettiva mai sperimentato prima, un’attenzione nuova verso le relazioni e i comportamenti umani. È proprio questa coscienza, secondo il suo discorso, ad alimentare il bisogno di riconoscersi in più sfaccettature della propria identità, in un mondo diventato più accessibile che mai.

Le parole assumono un peso particolare se si guarda alla parabola di chi le pronuncia. Alicia Christian “Jodie” Foster, nata il 19 novembre 1962, è un’attrice e regista statunitense che ha iniziato la carriera da bambina prima di affermarsi come interprete di primo piano nel cinema. Dopo l’esordio in alcune produzioni Disney, la giovanissima Foster arrivò a lavorare con Martin Scorsese in “Taxi Driver”, pellicola che nel 2026 compie mezzo secolo. Da allora il suo percorso l’ha portata a due premi Oscar, il più celebre dei quali legato al ruolo dell’agente Clarice Starling ne “Il silenzio degli innocenti”.
Negli ultimi anni Foster ha riportato la sua presenza sullo schermo con lavori di forte impatto. In televisione ha guidato la quarta stagione di “True Detective”, ambientata nel gelo artistico e nel mistero, prima di tornare al cinema con un progetto che sintetizza alla perfezione il tema dell’identità plurale di cui parla. “Vie privée” è un thriller misterioso francese del 2025 diretto e co-sceneggiato da Rebecca Zlotowski, con Jodie Foster affiancata da Daniel Auteuil, Virginie Efira, Mathieu Amalric, Vincent Lacoste e Luàna Bajrami, presentato in anteprima mondiale fuori concorso al Festival di Cannes 2025 il 20 maggio.
Il film le offre un banco di prova insolito e coerente con la sua storia personale. Il giallo imprevedibile e giocoso di Zlotowski vede protagonista Foster, nella sua prima interpretazione in lingua francese, nei panni di una psicoanalista americana a Parigi il cui mondo ordinato comincia a sgretolarsi dopo la morte improvvisa di una paziente. Il personaggio, la dottoressa Lilian Steiner, incarna proprio quella doppia appartenenza culturale che l’attrice rivendica nella sua riflessione. La critica ha accolto bene la prova: al debutto a Cannes il film ha ricevuto una standing ovation di dieci minuti e recensioni positive, con ampi elogi per la performance di Foster.

Il percorso della pellicola è proseguito lungo tutto l’anno seguente. Ha avuto la sua anteprima nordamericana al Toronto International Film Festival il 9 settembre 2025 ed è uscito nelle sale francesi il 26 novembre 2025, distribuito da Ad Vitam. In seguito, dopo l’acquisizione dei diritti da parte di Sony Pictures Classics per il Nord e il Sud America, è arrivato negli Stati Uniti il 16 gennaio 2026, dopo una settimana di programmazione qualificante a dicembre 2025.
Anche l’anagrafe di Foster sembra intrecciarsi con il tema. In un’intervista del 2026 l’attrice ha raccontato quanto sia liberatorio compiere sessant’anni e smettere di dare importanza a ciò che la assillava a quarantacinque o cinquanta, spostando l’interesse dall’essere al centro della scena all’offrire opportunità agli altri. Un cambio di prospettiva che, letto insieme al suo discorso sull’identità, racconta un’artista in continuo movimento, poco disposta a lasciarsi definire da una sola etichetta, sullo schermo come nella vita.












