Home Personaggi raccontatiBernardo Bertolucci: i nove Oscar che portarono l’Italia dentro la Città Proibita

Bernardo Bertolucci: i nove Oscar che portarono l’Italia dentro la Città Proibita

Da Ultimo tango a Parigi a Novecento fino a L'ultimo imperatore: ritratto di un regista che fece del desiderio, della Storia e del colore la propria firma.

by Redazione

Un appartamento vuoto a Parigi, due sconosciuti che decidono di restare senza nome. Bastano quei primi minuti di Ultimo tango a Parigi per riconoscere lo sguardo di Bernardo Bertolucci: la Storia grande spinta ai margini, mentre al centro resta il corpo, il desiderio, la ferita privata di chi lo prova. Nato a Parma nel 1941, allievo e assistente di Pier Paolo Pasolini, Bertolucci ha attraversato mezzo secolo di cinema restando fedele a un’ossessione precisa, quella per l’intreccio tra pubblico e privato, tra eros e ideologia.

La sua cifra non è la trama, è la temperatura dell’immagine. Il colore come emozione fisica, la macchina da presa che si muove come se avesse un corpo, la musica che diventa personaggio: sono questi gli elementi che rendono un fotogramma riconoscibile a occhio nudo. Non a caso il nome di Bertolucci è quasi inseparabile da quello del direttore della fotografia Vittorio Storaro, presente in molti dei suoi titoli maggiori: la luce è la voce dell’autore quanto la scrittura.

Ultimo tango a Parigi, scritto e diretto da Bernardo Bertolucci e interpretato da Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Maria Michi e Massimo Girotti, uscì nelle sale cinematografiche italiane il 16 dicembre del 1972. Il film ebbe un percorso giudiziario tormentato: la censura italiana avviò un procedimento penale contro la pellicola che sfociò nella condanna al rogo del film, decretata il 29 gennaio 1976, per poi essere riabilitata nel 1987.

È un’opera che nel tempo ha cambiato pelle, non solo per i tribunali. Nel 2013, Bernardo Bertolucci si scusò con Maria Schneider per aver girato quella scena. “Sono stato orribile nei confronti di Maria perché non le ho detto cosa stava per succedere. Volevo una sua reazione come donna, non come attrice.” È un nodo che oggi accompagna inevitabilmente ogni discorso sul film, e che il tempo ha reso parte integrante della sua eredità critica. Sul piano puramente commerciale, invece, il dato resta clamoroso: una volta riabilitato nel 1987, è divenuto il più grande incasso di sempre per il cinema italiano con circa 87 miliardi di lire incassati, record detenuto fino al 1997 con l’uscita nelle sale de La vita è bella di Roberto Benigni.

Se Ultimo tango è cinema da camera, Novecento è il suo esatto opposto: l’ambizione totale. Un affresco epico sulla lotta di classe nella campagna emiliana, con un cast internazionale che incrociava il cinema americano e quello europeo. In Novecento, epica di più di quattro ore, un elenco internazionale era guidato da Robert De Niro e Gérard Depardieu. Qui la Storia non è più sfondo: diventa protagonista, con la sua violenza e le sue utopie. È il Bertolucci più esplicitamente politico, marxista dichiarato, che prova a raccontare un secolo intero attraverso il legame tra due uomini nati lo stesso giorno da parti opposte della barricata sociale.

Poi arriva l’opera che consegna il suo nome alla Storia del cinema mondiale. L’ultimo imperatore, un film epico e biografico del 1987, diretto da Bernardo Bertolucci, con John Lone, Joan Chen, Peter O’Toole, Vivian Wu, Ying Ruocheng. La produzione ottenne un accesso senza precedenti: il film ricevette il rarissimo permesso, soprattutto per un regista non cinese, di girare entro le mura della Città Proibita, divenendo di fatto il primo film occidentale in cui si mostra l’autentica ambientazione della corte imperiale cinese.

Il risultato agli Oscar è entrato nella leggenda. Nove premi Oscar sono stati assegnati a questo film di Bertolucci. Si tratta del primo film italiano a vincerne così tanti. E c’è un dettaglio che rende il trionfo ancora più raro: è la prima opera cinematografica ad aggiudicarsi tutti gli Oscar per cui era candidata. Le statuette coprirono ogni reparto: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior fotografia, miglior scenografia, migliori costumi, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior colonna sonora. Bertolucci resta a lungo un riferimento assoluto: vinse l’Oscar per la migliore regia, unico italiano finora riuscito a ottenere l’ambitissima statuetta per la regia.

Dopo il grande respiro dei kolossal, Bertolucci non ha mai smesso di tornare al formato piccolo e al corpo giovane. Riprese le sue predilette tematiche intimiste a partire da Io ballo da sola (1996), per proseguire con L’assedio (1998) e The Dreamers – I sognatori (2003), che ripercorre una vicenda di passioni politiche e rivoluzioni sessuali di una coppia di fratelli, nella Parigi del 1968. Il cerchio si chiude con un film raccolto e adolescenziale: Io e te è un film del 2012 diretto da Bernardo Bertolucci, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti, che ha preso parte alla stesura della sceneggiatura; qui il regista è alla sua ultima regia, tornando dietro la macchina da presa dopo The Dreamers – I sognatori del 2003.

I riconoscimenti alla carriera arrivarono dai due templi europei del cinema. Nel 2007 gli fu conferito il Leone d’oro alla carriera alla 64esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e nel 2011 la Palma d’oro onoraria al festival di Cannes.

Bernardo Bertolucci è morto nel novembre 2018, aveva 77 anni e il suo ultimo film, Io e te, risale al 2012. Quel che resta è un modo di guardare: la convinzione che la Storia si racconti meglio dalla soglia di una stanza, che il desiderio sia una forma di conoscenza e che il colore, prima ancora delle parole, sia il vero linguaggio del cinema. In questo, Bertolucci resta un maestro difficile da imitare e impossibile da confondere.

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