Un uomo cammina per Roma con il figlio, alla ricerca di una bicicletta rubata di cui dipende il pane della famiglia. Non succede nulla di eccezionale, eppure è uno dei momenti più laceranti della storia del cinema. In quella semplicità sta tutto Vittorio De Sica, il regista che ha insegnato a guardare la gente comune come se fosse degna di una tragedia greca.
La sua firma è riconoscibile prima ancora che parta la trama. I suoi film enfatizzavano trame semplici e oneste, uno stile documentario, temi sociali e fiducia nell’umanità. Non c’era studio, non c’era divismo: Ladri di biciclette e Sciuscià ne sono l’esempio, con il ritratto delle vite della classe lavoratrice italiana e dei bambini durante l’occupazione americana, affidato a cast di non professionisti per accrescere il realismo. È questa la cifra che rende De Sica inconfondibile: il rifiuto dell’idealizzazione, la macchina da presa piantata nel fango della realtà.
La scelta più radicale fu proprio quella dei volti. Per Ladri di biciclette rinunciò a un’occasione che avrebbe cambiato la scala del progetto: fu proprio l’autore romano a rifiutare per Ladri di biciclette una partecipazione produttiva statunitense e un attore americano, Cary Grant, che avrebbero garantito un successo internazionale squillante. Preferì un operaio con la faccia giusta a una star. È il gesto che definisce un artista: la coerenza pagata di persona. Per produrre Ladri di biciclette, De Sica dovette investire denaro proprio e affidarsi al sostegno di diversi imprenditori italiani.
Dietro quei capolavori c’è un nome che è impossibile separare dal suo: Cesare Zavattini. De Sica aveva incontrato lo sceneggiatore Cesare Zavattini a Verona nel 1934. Da lì nacque uno dei sodalizi più fecondi del Novecento. Per molti anni divennero collaboratori inseparabili e crearono alcuni dei film più celebri dell’età neorealista del dopoguerra, come Sciuscià e Ladri di biciclette, entrambi diretti da De Sica. Zavattini era la teoria fatta parola, l’idea che la cronaca minima potesse diventare cinema: la sua visione del Neorealismo enfatizzava uno stile documentario del realismo filmico, l’uso di attori non professionisti, il rifiuto delle convenzioni hollywoodiane, le location reali contrapposte ai set di studio. De Sica ne era la mano, la sensibilità, la capacità di far vivere quei principi attraverso lo sguardo di un bambino.
E i bambini sono forse la sua ossessione più tenera. Da attore abile qual era, De Sica lavorava bene con i non professionisti, specialmente con i bambini piccoli, dai quali riusciva a ottenere interpretazioni magistrali. Il figlio in Ladri di biciclette, i due ragazzini di Sciuscià: sono loro a portare il peso morale delle sue storie, testimoni innocenti di un mondo di adulti che non sa proteggerli.

De Sica non fu solo un caposaldo del neorealismo insieme a Roberto Rossellini e Luchino Visconti; fu anche l’italiano che il mondo imparò a premiare. Quattro dei film che diresse vinsero premi dell’Academy: Sciuscià e Ladri di biciclette (onorari), mentre Ieri, oggi, domani e Il giardino dei Finzi Contini vinsero l’Oscar per il miglior film in lingua straniera. Non è un dettaglio da collezionisti di statuette: il grande successo critico di Sciuscià, il primo film straniero a essere riconosciuto così dall’Academy, e di Ladri di biciclette contribuì a istituire il premio permanente per il miglior film straniero. In un certo senso, De Sica ha aiutato a costruire la categoria stessa che poi avrebbe dominato.
Il riconoscimento più iconico resta però quello del 1950. Il 23 marzo del 1950 il cinema italiano trionfa a Hollywood: Ladri di biciclette vinse l’Oscar come miglior film straniero. Il film era già leggenda tra gli addetti ai lavori: nel 1952 fu ritenuto il più grande film di tutti i tempi dal sondaggio di cineasti e critici della rivista Sight & Sound.
C’è poi una seconda vita, quella del De Sica commerciale e internazionale, che qualche purista storse il naso a vedere ma che oggi si legge come parte integrante del suo talento. Fu il regista che seppe valorizzare Sophia Loren come pochi. Molti degli altri film che diresse in questo periodo vedono protagonista Sophia Loren, salita alla ribalta in gran parte grazie a interpretazioni in film di De Sica come L’oro di Napoli (1954), La ciociara (1961), Ieri, oggi, domani (1963) e Matrimonio all’italiana (1964). La ciociara segnò un momento storico: il film valse a Sophia Loren il premio Oscar. Un’attrice diretta verso la vetta assoluta da un uomo che sapeva, per esperienza, cosa significa stare davanti alla macchina da presa.
Perché De Sica non smise mai di essere attore. Fu candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista per il ruolo del maggiore Rinaldi nell’adattamento del 1957 di Addio alle armi di Ernest Hemingway diretto da Charles Vidor. E in un cortocircuito che dice molto del legame tra i maestri del neorealismo, fu proprio Rossellini a offrirgli uno dei suoi ruoli più memorabili: la sua interpretazione di un ladruncolo diventato spia in Il generale Della Rovere (1959) di Roberto Rossellini.
La sua carriera si chiude in coerenza con l’inizio. Nel 1971 Il giardino dei Finzi Contini, dal romanzo di Bassani, è l’occasione per una poetica rievocazione del clima bellico. È il ritorno alle radici emotive: De Sica ritrova la sensibilità umanitaria e il decoro magico dei suoi capolavori nelle scene d’amore pudico di due giovani ebrei condannati dalla loro nascita, e in quelle strazianti della deportazione. Con quel film arriva il suo quarto Oscar. Il 13 novembre 1974 moriva a Parigi il maestro del neorealismo Vittorio De Sica.
Resta la lezione, intatta. De Sica ci ha insegnato che non serve la spettacolarità per commuovere, che una bicicletta rubata può contenere il destino di un uomo, che dietro ogni volto anonimo per strada c’è una storia degna di essere raccontata. È il cinema come atto di pietà e di attenzione. E forse è per questo che, a mezzo secolo dalla sua scomparsa, quel padre e quel figlio continuano a camminare dentro di noi.












