Un uomo respira dentro un casco, il buio preme contro le pareti di metallo, e per un istante non succede nulla. Quel nulla, quell’attesa che diventa insopportabile, è la firma di Ridley Scott. Non l’urlo, ma il silenzio che lo precede. Dal 1979 di Alien fino al kolossal che lo aspetta in sala questo mese, il regista di South Shields ha costruito un cinema fatto di ambienti che sembrano vivi e di attese che sanno di minaccia.
Scott arriva al lungometraggio già maturo, con un occhio educato alla pubblicità e alla televisione britannica, e questo si vede: il suo è un cinema che pensa per immagini prima ancora che per parole. Non a caso quando pensi a Ridley Scott, pensi alla fantascienza: ha realizzato epiche come il Gladiatore e avventure come Thelma & Louise, ma la fantascienza è il suo marchio, e la sua influenza sul genere è innegabile, da Alien a Blade Runner fino a The Martian. È una definizione che gli sta stretta e larga allo stesso tempo, perché Scott non è mai stato un regista di un solo genere. È un regista di un solo sguardo.
La cifra è la densità dell’immagine. Nei corridoi della Nostromo di Alien, come nella Los Angeles perennemente bagnata di Blade Runner, l’ambiente non è sfondo: è personaggio. La pioggia, il fumo, i fari controluce, l’umidità industriale costruiscono mondi che sembrano esistere anche fuori dall’inquadratura. Scott riempie ogni angolo dello schermo di dettagli, e proprio quella sovrabbondanza di informazioni visive genera la sensazione, tipicamente sua, che dietro l’immagine ci sia un intero universo già funzionante.
Poi c’è il gusto per la scala. Con Il gladiatore Scott ha riportato in vita il peplum e ha dato al genere una gravità nuova, fatta di polvere, sangue e architetture imperiali. È un cinema che ama l’epica ma diffida della retorica: i suoi eroi sono spesso soli, incrinati, mossi da un istinto di sopravvivenza più che da ideali. Anche quando affronta la Storia, come nel suo Napoleon con Joaquin Phoenix, resta un ritrattista di uomini sotto pressione più che un cantore di grandezze.

E qui va detta una cosa sul metodo, perché è la chiave della sua longevità. Scott gira molto e gira in fretta, senza che la velocità intacchi il controllo. Del suo ultimo film ha raccontato di aver chiuso le riprese di The Dog Stars, adattamento fantascientifico post-apocalittico, in appena 34 giorni tra aprile e maggio 2025, con il direttore della fotografia Erik Messerschmidt. È una disciplina da artigiano che gli permette di passare da un progetto all’altro con una rapidità che, alla sua età, ha del prodigioso. Non è un caso che, sul casting, dica di considerarlo forse la cosa che gli riesce meglio, e di guardare tutto ciò che un attore ha fatto prima ancora di parlargli.
Restano i grandi motivi ricorrenti. Le protagoniste femminili forti, in un cinema d’azione che a lungo ne è stato avaro: dalla Ripley di Alien alle due donne in fuga di Thelma & Louise. Il rapporto ambiguo tra l’uomo e la sua creazione, tra il creatore e ciò che ha generato, che percorre come un filo carsico Blade Runner e i prequel di Alien. E la fascinazione per la sopravvivenza, per l’individuo lasciato solo davanti a un ambiente ostile, che si tratti dello spazio profondo di The Martian o dell’antica Roma.
Il presente lo conferma instancabile. Dopo il ritorno all’arena con Gladiator II nel 2024, Scott firma ora il suo primo film di fantascienza da anni. Ridley Scott torna al genere il 28 agosto con The Dog Stars, la nuova epica distopica interpretata da Jacob Elordi e Josh Brolin. Il film segna un rientro atteso: sarà il primo film di fantascienza di Scott dal 2017, quando salutò la saga di Alien con Alien: Covenant. È tratto da un romanzo: il film è basato sul romanzo del 2012 The Dog Stars di Peter Heller, in una storia ambientata dopo che un letale virus influenzale ha sterminato gran parte della popolazione umana. Nel cast, accanto a Elordi e Brolin, figurano anche Margaret Qualley, Allison Janney e Guy Pearce, oltre a Benedict Wong. Vale la pena notare un dettaglio raro nella filmografia di Scott: The Dog Stars è un film inedito per lui, perché sarà il suo primo film post-apocalittico.
Ma la vera notizia sul suo conto è che non si vede alcuna intenzione di rallentare. A quasi ottant’anni suonati, Scott ha in programma di girare il western Freewalkers, progetto rimasto in sospeso per problemi di calendario, mentre un terzo copione pronto è un’epica sulla Prima guerra mondiale tratta dal romanzo di John Harris Covenant with Death. E c’è di più: dopo aver messo insieme il progetto Treasure Island con Hugh Jackman, Scott e l’attore hanno trovato una casa per il film, con Sony Pictures in trattativa e Jackman a bordo per interpretare il pirata Long John Silver.
Chiude un ritratto così una domanda che Scott, con la sua produttività da fabbro, sembra rifiutarsi di porsi: quando ci si ferma? Il suo cinema, in fondo, ha sempre parlato di questo. Di creature costruite per durare più a lungo del previsto, di sopravvissuti che non smettono di andare avanti. A più di quarant’anni dal primo respiro nel casco della Nostromo, l’attesa continua a essere la sua materia. E lui è ancora lì, dietro la macchina da presa, a decidere quando lasciarci trattenere il fiato.












