Un ragazzo di venticinque anni entra a Hollywood con un contratto che gli concede il controllo totale sul montaggio, e ne esce con il film che quasi ogni corso di storia del cinema ancora oggi è obbligato a mostrare. Orson Welles lascia dietro di sé dodici lungometraggi terminati, tra cui il più celebre primo film della storia del cinema: Citizen Kane, realizzato a venticinque anni. In italiano quel film si chiama Quarto potere, ed è il punto da cui conviene partire per capire perché la sua firma sia rimasta riconoscibile a distanza di ottant’anni.
La cifra di Welles non è un trucco isolato, è un modo di pensare l’immagine. Immenso creatore di forme cinematografiche, ha rinnovato brillantemente l’uso del piano sequenza, della profondità di campo e del montaggio rapido, non smettendo mai di sorprendere attraverso l’aspetto proteiforme del suo lavoro. La profondità di campo è la sua ossessione più celebre: in Quarto potere il primo piano e lo sfondo restano entrambi a fuoco, così che una figura in primissimo piano e un dettaglio lontano competano nella stessa inquadratura. Non è virtuosismo fine a sé stesso: è un modo di raccontare il potere, la distanza, la solitudine di un uomo circondato da tutto e da nessuno.
C’è poi il gusto per la macchina da presa bassa, per i soffitti che schiacciano i personaggi, per l’ombra usata come materia narrativa. È qui che il suo nome incrocia una storia più ampia, quella del noir e dell’espressionismo che arrivava dall’Europa: chi ama quel modo di scolpire con la luce trova un ponte naturale verso il cinema di Fritz Lang, l’altro grande architetto delle ombre. In Welles quella grammatica diventa barocca, teatrale, eccessiva nel senso più nobile del termine.

La sua carriera, però, non è la parabola discendente che una certa vulgata ripete da decenni. Chi conosce solo Quarto potere si perde L’orgoglio degli Amberson, L’infernale Quinlan, Il processo tratto da Kafka e quel Falstaff che molti considerano la sua opera più matura. Dopo aver realizzato Quarto potere e L’orgoglio degli Amberson, Welles ha trascorso gran parte dei decenni successivi in Europa, mettendo insieme i finanziamenti per progetti come Falstaff. È il ritratto di un autore che ha pagato con l’indipendenza la libertà di non ripetersi mai.
Quella libertà ha avuto un prezzo: una scia di film incompiuti, mutilati o rimasti in scatola per decenni. Il più clamoroso è tornato alla luce solo di recente. Uno dei film di Welles, che si è rivelato il suo ultimo, ha impiegato quasi cinque decenni prima di essere distribuito su Netflix nel 2018: L’altra faccia del vento. Welles lo girò nel corso degli anni Settanta e riuscì persino a montarne una parte prima di rimanere senza fondi. È una satira di Hollywood su un regista che tenta un ritorno, e tra gli interpreti figurano John Huston, Dennis Hopper e Peter Bogdanovich. Vederlo oggi significa assistere a un dialogo tra il Welles degli anni Settanta e i montatori che, decenni dopo, ne hanno ricomposto la visione.
Il fatto che se ne parli ancora, e che nuovi materiali continuino a riemergere, dice qualcosa sulla portata della sua eredità. Decenni dopo la sua produzione, l’eredità dell’uomo considerato uno degli inventori del cinema contemporaneo resta viva e ancora piena di tesori da scoprire o da rivelare al pubblico. Lo confermano i restauri in corso e le iniziative degli archivi europei: circa cinquantamila metri di negativo del suo Don Chisciotte, recuperati da Oja Kodar nel 2017, sono destinati alla digitalizzazione da parte della Cineteca Nazionale.

E lo conferma soprattutto il modo in cui la cultura ufficiale è tornata a celebrarlo. La Cinémathèque française ha dedicato al regista la mostra My Name is Orson Welles, dall’8 ottobre 2025 all’11 gennaio 2026. La retrospettiva che l’accompagna è la più esaustiva mai organizzata fino a oggi, con i lungometraggi ma anche tutti i frammenti sparsi che costellano la sua carriera frammentata e proliferante. Saggi, film incompiuti o mutilati, trailer o spettacoli di magia, ma anche un’ampia selezione di film in cui Welles recita come attore. È il ritratto giusto per un artista che non si è mai lasciato ridurre a una sola etichetta.
Nel frattempo, altri tesori bussano alla porta. Un documentario dal titolo di lavorazione Welles in the Land of Silence, dedicato al materiale girato in Brasile negli anni Quaranta, ha una data di uscita prevista per il 2026. È la conferma che, quarant’anni dopo la sua morte, Welles è ancora capace di riservare inquadrature mai viste. Poche firme del cinema possono dire lo stesso, e nessuna con la sua stessa smisurata ambizione.












