Aveva il volto che Hollywood sogna: mascella netta, occhi chiari, il sorriso pigro del ragazzo australiano che fa perdere la testa. Heath Ledger ha passato quasi tutta la sua breve carriera a distruggere quel volto. A nasconderlo dietro un cappello da cowboy che non sa dire ti amo, a coprirlo di cerone screpolato, a smontarlo pezzo per pezzo pur di non diventare l’idolo per cui il pubblico era pronto a comprarlo. È questa, più della sua morte a ventotto anni, la cosa che rende Ledger irripetibile: la scelta ostinata di rifiutare la strada facile, ogni singola volta.
Da Perth a Hollywood: il ragazzo che non voleva essere un idolo
Heathcliff Andrew Ledger nasce a Perth, in Australia occidentale, il 4 aprile 1979. Il nome glielo sceglie la madre, appassionata di Emily Brontë, in omaggio al tormentato protagonista di Cime tempestose: un dettaglio che con il senno di poi somiglia a una profezia. A sedici anni lascia Perth per Sydney con l’idea fissa di fare l’attore, e la strada è quella di tanti: piccole parti in serie televisive australiane, provini, porte in faccia.
Il salto arriva a cavallo del nuovo millennio. Nel 1999 è il ribelle Patrick Verona in 10 cose che odio di te, commedia adolescenziale accanto a Julia Stiles che lo trasforma di colpo in un idolo per teenager. L’anno dopo Roland Emmerich lo vuole ne Il patriota, dove interpreta il figlio maggiore di Mel Gibson. Nel 2001 arriva Il destino di un cavaliere, fantasy ironico in cui è lo scudiero che si finge nobile a colpi di We Will Rock You. Per chiunque altro sarebbe stato l’inizio di una carriera comoda da bello della porta accanto, da protagonista di commedie romantiche a ripetizione.

Ledger fa esattamente il contrario. Rifiuta i copioni che gli propongono di rifare all’infinito lo stesso personaggio, al punto da restare fermo per mesi pur di non firmare qualcosa che lo intrappoli. Ha capito prestissimo una cosa che a molti attori sfugge per tutta la vita: l’immagine da sex symbol è una gabbia, e più è comoda più è difficile uscirne.
La scelta di smontarsi in faccia
Il 2005 è l’anno in cui Ledger mette in fila quattro film completamente diversi tra loro, come a voler dimostrare che non esiste un ruolo suo. C’è lo skater di Lords of Dogtown di Catherine Hardwicke, c’è il seduttore di Casanova diretto da Lasse Hallström, c’è il fantasy barocco I fratelli Grimm e l’incantevole strega di Terry Gilliam. E poi c’è il film che cambia tutto.
Già in Monster’s Ball – L’ombra della vita del 2001 e nel western Ned Kelly del 2003, accanto a Naomi Watts, aveva mostrato la voglia di sporcarsi, di andare verso il dramma e il disagio. Ma è con Ang Lee che Ledger compie il gesto più radicale della sua carriera.
Ennis Del Mar: l’amore che non si può dire
In I segreti di Brokeback Mountain Ledger interpreta Ennis Del Mar, cowboy del Wyoming che ama un altro uomo, Jack Twist, e passa la vita a soffocare quell’amore sotto il peso della vergogna e della paura. È una prova costruita per sottrazione: Ennis parla poco, tiene la mascella serrata, comprime tutto quello che sente in un corpo che sembra sempre sul punto di spezzarsi. Ledger recita quasi di più con le spalle curve e con i silenzi che con le battute.

Per un attore di venticinque anni con un pubblico fatto in gran parte di adolescenti, accettare il ruolo di un cowboy gay nell’America del 1963 era una scommessa enorme. Ledger la vince: la critica lo consacra e nel 2006 arriva la sua prima candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista. Non lo vince, ma poco importa. Da quel momento nessuno può più liquidarlo come il bello di 10 cose che odio di te.
Brokeback Mountain gli cambia anche la vita privata. Sul set conosce Michelle Williams, che interpreta la moglie di Ennis: dalla loro relazione nasce nell’ottobre 2005 la figlia Matilda Rose. I due si separeranno nel 2007.
Il Joker: sei settimane per diventare un altro
Quando nel 2006 Christopher Nolan lo sceglie per interpretare il Joker ne Il cavaliere oscuro, in molti storcono il naso. Ledger è l’attore intenso di Brokeback Mountain, non l’antagonista di un cinecomic, e sopra il personaggio pesa l’ombra ingombrante del Joker pop e beffardo di Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton del 1989. Nolan lo sceglie proprio per questo: perché è il suo primo ruolo da cattivo, e perché vuole un Joker che nessuno abbia mai visto.
Ledger si prepara con un metodo che ha qualcosa di spaventoso. Si chiude per circa sei settimane in una stanza d’albergo a Londra, da solo, per costruire dal nulla la voce, i tic, la risata sadica del personaggio. Tiene un diario, poi diventato celebre come il Diario del Joker, dove annota pensieri e incolla immagini: il volto di Alex DeLarge di Arancia meccanica per i manierismi psicotici, il bassista punk Sid Vicious per l’aspetto sfatto e caotico. Anche il trucco nasce da lì: il cerone screpolato e imperfetto è frutto della scelta di accartocciare il viso mentre glielo applicavano, per rovinarlo.

Il risultato è uno dei villain più iconici della storia del cinema: un agente del caos senza origini e senza logica, che non vuole rubare, ma solo vedere il mondo bruciare. Un Joker così dark e disturbante che, a distanza di quasi vent’anni, resta il metro con cui si misura ogni nuova incarnazione del personaggio.
Quel metodo, però, ha un prezzo. Ledger stesso, in un’intervista al New York Times, raccontò lo stress e la fortissima insonnia che il personaggio gli aveva procurato: dormiva pochissime ore per notte, aiutandosi con i sonniferi. Le difficoltà di quella preparazione totale sono entrate, tragicamente, nella leggenda del film.
Un Oscar arrivato quando lui non c’era più
Il 22 gennaio 2008, a riprese de Il cavaliere oscuro ormai concluse e mentre stava girando Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo di Terry Gilliam, Heath Ledger viene trovato morto nel suo appartamento di Broome Street, nel quartiere di SoHo a Manhattan. Aveva ventotto anni. Le indagini attribuiscono il decesso a un’intossicazione acuta accidentale provocata dalla combinazione di più farmaci con obbligo di prescrizione: antidolorifici, ansiolitici e sonniferi assunti insieme.
La notizia travolge Hollywood e il pubblico di tutto il mondo. Nolan decide di non modificare una sola scena tra quelle interpretate da Ledger. Quando Il cavaliere oscuro esce nell’estate del 2008 e incassa oltre un miliardo di dollari, il suo Joker viene visto da milioni di persone come un addio.

Il tributo più alto arriva il 22 febbraio 2009, alla cerimonia degli Academy Awards. Heath Ledger vince l’Oscar come miglior attore non protagonista per il Joker: a ritirarlo, tra la commozione generale, sono i genitori e la sorella. È il secondo attore della storia a vincere un Oscar postumo dopo Peter Finch, premiato per Quinto potere. Allo stesso ruolo erano già andati un Golden Globe, un BAFTA e uno Screen Actors Guild Award.
Parnassus, uscito nel 2009, resta la sua ultima apparizione: per completare le scene mancanti, Gilliam affida il personaggio di Ledger a tre amici e colleghi, Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, che si alternano nei panni del suo personaggio dentro un mondo immaginario. Una soluzione narrativa che diventa, senza volerlo, un commiato collettivo.
Quello che restava da fare
La parte più dolorosa dell’eredità di Ledger è tutto ciò che non abbiamo visto. A ventotto anni era un attore nel pieno della sua maturità, che aveva appena consegnato la prova della vita e che guardava già oltre la recitazione: aveva diretto video musicali, fondato una propria casa di produzione e coltivava con serietà l’ambizione di passare dietro la macchina da presa. Il cinema che sapeva scegliere ruoli scomodi, rifiutare la comodità e reinventarsi a ogni film era appena cominciato.
Restano dodici anni di carriera e una manciata di interpretazioni che continuano a parlare: il cowboy che non sa dire il proprio amore e il clown che ride mentre il mondo brucia, le due facce di un talento che ha fatto della trasformazione la propria firma. Heath Ledger non ha avuto il tempo di diventare un maestro riconosciuto. Ha avuto però qualcosa di più raro: la lucidità di non sprecare nemmeno uno dei film che ha girato.












