Studia pianoforte, composizione, direzione d’orchestra; si arruola nell’aeronautica statunitense come musicista; poi torna a Los Angeles per formarsi alla Juilliard. All’inizio degli anni ’60, Hollywood lo accoglie come pianista e orchestratore: suona per Henry Mancini in “Peter Gunn” e “Colazione da Tiffany”, orchestra per maestri che osserva in silenzio, imparando ciò che farà suo. È un giovane talento, ma nessuno immagina ancora che diventerà il compositore più iconico della storia del cinema. La prima scintilla avviene con disaster movies e drammi intensi, ma il film che lo impone definitivamente è “Lo squalo” (1975): due note, due soltanto, che diventano una delle melodie più riconoscibili del pianeta.
Williams dimostra una verità fondamentale: la semplicità, quando è geniale, può terrorizzare più di cento archi. Quell’Oscar è solo l’inizio di una rivoluzione. La sua collaborazione con Steven Spielberg – uno dei sodalizi artistici più longevi e profondi della storia del cinema – ridefinisce completamente la colonna sonora moderna. Per “Incontri ravvicinati del terzo tipo” scrive cinque note che diventano un linguaggio alieno; per “E.T.” compone un tema che è la sintesi pura dell’infanzia; per “Indiana Jones” crea una marcia eroica che sembra scolpita nella pietra del mito; per “Schindler’s List” scrive una pagina di dolore scolpito nel violino di Itzhak Perlman. Con “Jurassic Park” regala al mondo una fanfara d’avventura capace di farci credere ai dinosauri più della CGI.
Ogni colonna sonora non accompagna il film: lo definisce. Ma l’opera che trasforma Williams in un’icona intergenerazionale è “Star Wars”. Nel 1977 scrive il preludio più famoso della storia del cinema: un’esplosione di trombe e archi che non introduce solo un film, ma un intero universo. Ogni tema – da Leia a Yoda, da Darth Vader al Force Theme – è diventato parte del DNA emotivo di milioni di persone. Williams non crea semplicemente leitmotiv: costruisce una mitologia sonora, una grammatica emozionale che attraversa decenni, trilogie e generazioni.
In “Harry Potter e la Pietra Filosofale” firma un nuovo capolavoro: “Hedwig’s Theme”, una melodia magica, misteriosa, perfetta per un mondo di meraviglia e crescita. Anche se non comporrà tutte le colonne sonore della saga, quel tema resterà per sempre il suo sigillo, la prova di come in poche note sappia evocare un universo narrativo. La carriera di Williams, però, non è fatta solo di grandi franchise: scrive per il cinema intimista, (“Lincoln”, “The Post”), per la commedia (“Mamma, ho perso l’aereo”, “Hook”), per il dramma (“Salvate il soldato Ryan”), per il romanticismo sospeso di “Sabrina”.
Ogni volta, la sua musica ha una qualità rara: non ti chiede di ascoltarla, ti trova. Williams è anche un direttore d’orchestra raffinato: dal 1980 al 1993 guida la Boston Pops Orchestra, porta la musica da film nelle sale da concerto, abbatte barriere tra cultura “alta” e “popolare”, dimostrando che una grande melodia vale quanto una sinfonia di repertorio. Con oltre cinquanta nomination agli Oscar, cinque statuette vinte e una carriera di sette decenni, è il compositore più candidato della storia del cinema, secondo solo a Walt Disney per numero totale di candidature ai premi dell’Academy.
L’eredità di John Williams è un mistero semplice: non scrive solo colonne sonore, scrive emozioni riconoscibili. Appena parte un suo tema, sappiamo dove siamo: sulla moto con E.T., nel parco dei dinosauri, nella sala grande di Hogwarts, davanti alla prima inquadratura della galassia molto lontana. Williams ha fatto ciò che pochi compositori hanno saputo fare: ha trasformato la musica in ricordo, il ricordo in mito, e il mito in una parte permanente della nostra vita. Quando i suoi archi si alzano e i fiati rispondono, succede una magia che nessuna immagine, da sola, può compiere: il cinema diventa eterno.












