Home Curiosità‘Don’t Look Up’: come il profitto vince sulla fine del mondo

‘Don’t Look Up’: come il profitto vince sulla fine del mondo

Nel film di Adam McKay la cometa non viene ignorata per stupidità: viene messa a bilancio. Un ritratto lucido dei meccanismi che rendono impossibile agire davanti a una minaccia reale.

by Mauro Terrone

Un asteroide grande quanto l’Everest punta dritto verso la Terra e ha meno di sette mesi prima dell’impatto. Kate Dibiasky, dottoranda in astronomia, e il suo relatore Randall Mindy portano la scoperta alla Casa Bianca, poi in televisione, poi ovunque possano gridarla. La risposta del mondo non è la paura. È l’indifferenza, la distrazione e, alla fine, il calcolo di quanto quella cometa possa rendere. Don’t Look Up di Adam McKay, uscito su Netflix il 24 dicembre 2021, prende una premessa da disaster movie e la usa per un obiettivo diverso: non spaventare lo spettatore con la fine, ma mostrargli con precisione chirurgica tutti i motivi per cui non faremmo nulla per evitarla.

McKay ha dichiarato apertamente di aver pensato la cometa come allegoria della crisi climatica. Ma il film funziona su un registro più ampio, e il suo bersaglio più affilato non è la negazione: è il momento in cui la minaccia smette di essere un pericolo e diventa un’opportunità di guadagno.

La cometa che nessuno vuole guardare

La struttura del film è quella di una corsa contro il tempo che si affloscia di continuo contro un muro di indifferenza. Mindy e Dibiasky hanno dalla loro i numeri, la peer review, la certezza matematica dell’impatto. Non basta. La presidente Janie Orlean, interpretata da Meryl Streep, li liquida perché la notizia arriva nel momento politico sbagliato. I conduttori del talk show mattutino, Brie Evantee e Jack Bremmer, trattano la fine della civiltà come un segmento leggero da alternare al gossip musicale su Riley Bina.

Il paradosso narrativo è che il film non ha bisogno di rendere stupidi i suoi personaggi. Sono tutti perfettamente razionali dentro i propri incentivi: la presidente pensa alle elezioni di midterm, i media pensano agli ascolti, il pubblico preferisce non guardare in alto. La cometa è inconfutabile, eppure ogni ingranaggio del sistema ha un buon motivo per non muoversi. È qui che Don’t Look Up smette di essere una commedia sull’idiozia e diventa un ritratto lucido di come funzioniamo davvero.

Quando la catastrofe diventa un affare

Il vero salto del film, il punto in cui la satira mostra i denti, arriva con Peter Isherwell, il fondatore della multinazionale tecnologica BASH interpretato da Mark Rylance. Quando la missione internazionale per deviare la cometa con testate nucleari è ormai avviata e ha buone probabilità di riuscita, Isherwell la fa abortire. Le sue scansioni hanno rivelato che la cometa contiene terre rare e minerali preziosi per oltre 140.000 miliardi di dollari. Distruggerla sarebbe uno spreco.

Il piano alternativo è grottesco nella sua freddezza: lasciare che la cometa si avvicini, frammentarla con droni ed esplosivi in trenta pezzi più piccoli, farli cadere nell’oceano e raccoglierli. Un piano mai sottoposto ad alcuna revisione scientifica, venduto all’opinione pubblica come creazione di ricchezza e posti di lavoro. Isherwell lo giustifica persino con la promessa di sconfiggere povertà e fame nel mondo, una motivazione umanitaria appiccicata sopra un’operazione puramente estrattiva.

In questo passaggio il film dice la cosa più scomoda. Il problema non è che i potenti non abbiano i mezzi per salvare il pianeta. Li hanno tutti. Scelgono di non usarli perché diventare più ricchi conta più che restare vivi. La minaccia non viene ignorata per stupidità, viene monetizzata. Isherwell non è un pazzo: è la logica del profitto portata alla sua conclusione, quella per cui anche un’estinzione, se abbastanza redditizia, si trasforma in un asset da mettere a bilancio. Non a caso il piano fallisce, e la responsabilità diretta dell’annientamento di ogni forma di vita ricade proprio su chi aveva scambiato la sopravvivenza per un’occasione di mercato.

I media che trasformano la fine del mondo in intrattenimento

Prima ancora del profitto, il film mette sotto accusa il modo in cui l’informazione decide cosa merita attenzione. Quando Dibiasky va in televisione e perde la calma di fronte alla leggerezza dei conduttori, non diventa la scienziata che ha ragione: diventa un meme. Il suo sfogo viene ritagliato, ridicolizzato, trasformato in contenuto virale mentre la sostanza di ciò che dice svanisce.

L’economia dell’attenzione è spietata nel film esattamente come lo è nella realtà. Una notizia si valuta per la sua capacità di intrattenere, non per la sua importanza. La catastrofe, non essendo divertente, viene scartata. La comunicazione, quando prova a farsi urgente, viene percepita come isteria. McKay mostra un ecosistema mediatico che non nasconde la verità, semplicemente la annega sotto un flusso continuo di distrazioni più appetibili.

La politica che ragiona col calendario elettorale

La presidente Orlean incarna una politica che tratta ogni fatto, anche la fine del mondo, come una variabile di consenso. Inizialmente ignora l’allarme perché scomodo, poi lo abbraccia solo quando uno scandalo personale rende utile una distrazione, infine lo abbandona nel momento in cui un donatore le offre un affare migliore. La minaccia esistenziale non viene mai affrontata per ciò che è, ma sempre filtrata attraverso il breve termine del ciclo elettorale.

Lo slogan da comizio che dà il titolo al film, l’invito a non guardare in alto, condensa questa dinamica. La negazione smette di essere ignoranza e diventa appartenenza, bandiera identitaria, tribù. Guardare o non guardare la cometa non è più una questione di prove, è una questione di schieramento. Ed è forse l’intuizione che il tempo ha reso più riconoscibile.

Il tecno-soluzionismo del miliardario illuminato

Isherwell non è solo l’avidità. È anche una figura precisa dell’immaginario contemporaneo: il fondatore tech circondato da un’aura quasi mistica, capace di leggere il futuro attraverso i suoi algoritmi, la cui parola vale più di qualsiasi consesso scientifico. Il suo dispositivo che predice il momento della morte degli utenti, la sua interfaccia che monitora le emozioni, la deferenza con cui la Casa Bianca lo tratta compongono il ritratto di un potere privato che ha soppiantato quello pubblico.

Il film coglie una tendenza reale, quella per cui la soluzione a ogni problema collettivo viene delegata al genio del singolo miliardario. La comunità scientifica, con le sue verifiche lente e i suoi dubbi metodici, viene scavalcata da chi promette di risolvere tutto con una tecnologia mai testata. Quando la fiducia si sposta dai processi verificabili al carisma del fondatore, il disastro smette di essere evitabile.

La scienza ridotta a rumore di fondo

Mindy e Dibiasky rappresentano due modi diversi di fallire nella comunicazione scientifica. Lei dice la verità con la rabbia che merita, e viene emarginata come profetessa di sventura. Lui viene addomesticato, reso presentabile, trasformato in un volto rassicurante da talk show finché non ne resta quasi nulla dello scienziato. Il film suggerisce che avere ragione non serve a niente se il sistema è progettato per non ascoltare.

Il valore della peer review, richiamato più volte, è il vero cuore etico del racconto. La cometa è reale perché più osservatori indipendenti la confermano, non perché qualcuno la dichiara tale. Eppure questa forma di conoscenza condivisa e verificabile è la prima a essere sacrificata: prima dalla logica dell’intrattenimento, poi da quella del profitto, infine da quella del carisma. Alla fine il rumore vince sul segnale.

Perché oggi Don’t Look Up fa molto meno ridere

Alla sua uscita, il film divise. Parte della critica lo trovò troppo insistito, una satira che urlava le proprie tesi invece di lasciarle emergere. Eppure ottenne quattro candidature agli Oscar 2022, per il miglior film, la migliore sceneggiatura originale di Adam McKay e David Sirota, il miglior montaggio di Hank Corwin e la miglior colonna sonora di Nicholas Britell, e divenne uno dei film più visti nella storia di Netflix.

A distanza di anni, l’impressione è che l’iperbole si sia avvicinata alla cronaca più di quanto sembrasse allora. I meccanismi che McKay caricava fino alla caricatura, la notizia catastrofica derubricata a gossip, la scienza trattata come opinione tra le opinioni, il potere economico che detta l’agenda pubblica, la negazione trasformata in identità collettiva, sono diventati familiari. Il film che sembrava esagerare ha finito per assomigliare a un documentario.

L’immagine finale sigilla tutto senza bisogno di parole. Mentre i potenti fuggono a bordo delle astronavi di BASH, Jason Orlean, il figlio della presidente, emerge dalle macerie del centro di controllo, unico sopravvissuto sulla Terra devastata, e fa l’unica cosa che sa fare: documenta la propria fine sul telefono, sperando di ricevere almeno qualche like. La battuta più amara del film non riguarda la cometa. Riguarda noi, e la nostra incapacità di smettere di cercare approvazione anche davanti all’apocalisse.

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