Un lungo corridoio sotterraneo, una fila di celle, una giovane recluta dell’FBI che avanza mentre i detenuti la scrutano. In fondo, dietro un vetro, l’uomo aspetta immobile, già in piedi, come se sapesse. Il primo incontro tra Clarice Starling e Hannibal Lecter dura pochi minuti, eppure è il motivo per cui, trentacinque anni dopo, continuiamo a tornare su Il silenzio degli innocenti. Il film diretto da Jonathan Demme nel 1991, tratto dal romanzo di Thomas Harris, viene ricordato per la paura, per il cannibale dai modi gentili, per i cinque Oscar. Il suo vero motore, però, è altrove: nel duello verbale tra due persone che si studiano attraverso un vetro antiproiettile.
Un duello, non un inseguimento
Sulla carta è un thriller sulla caccia a un serial killer. Un mostro soprannominato Buffalo Bill rapisce giovani donne e le scuoia, l’FBI arranca, il tempo stringe perché l’ultima rapita è figlia di una senatrice. Ma tutta questa meccanica è la cornice, non il quadro. Il quadro è il rapporto tra Clarice e Lecter, e funziona secondo una regola precisa che il film ripete come un mantra: quid pro quo. Lecter accetta di aiutarla a tracciare il profilo dell’assassino, ma pretende un pagamento a ogni passo, e la moneta è la biografia di lei. Un ricordo dell’infanzia in cambio di un indizio. Una ferita esposta in cambio di un nome.

È questo scambio a trasformare un poliziesco in qualcosa di più raro. Clarice non insegue soltanto Buffalo Bill, si consegna pezzo per pezzo all’uomo più pericoloso che abbia mai incontrato, e Lecter, dal canto suo, non risolve un caso: seziona una persona. La tensione non nasce dalla corsa contro il tempo, nasce dal fatto che ogni conversazione lascia Clarice più nuda e Lecter più affamato, non di carne ma di verità. Il film capisce che il vero terrore non è essere inseguiti, è essere capiti fino in fondo da chi non ci vuole bene.
Lo sguardo puntato dritto in macchina
Demme e il direttore della fotografia Tak Fujimoto compiono una scelta che sembra minima e invece decide tutto: nei momenti chiave, gli attori guardano dritti nell’obiettivo. Quando Clarice parla con gli uomini che la circondano, questi la osservano con lo sguardo appena spostato di lato. Quando lei e Lecter si affrontano, entrambi fissano la macchina da presa, e quindi noi. Per pochi istanti diventiamo Clarice sotto esame, poi diventiamo il bersaglio dello sguardo di Lecter. Non c’è modo più diretto per mettere lo spettatore dentro la testa dei due protagonisti.

Il resto della regia lavora nella stessa direzione, con una cura del dettaglio che sfugge alla prima visione e si sente sotto pelle. I suoni metallici e cavernosi che accompagnano la prima discesa di Clarice verso la cella di Lecter, quasi rumori di sottomarino, costruiscono un mondo che scricchiola prima ancora che il personaggio appaia. Sono le piccole decisioni dei mestieri del cinema a rendere il film una macchina di suspense così precisa, dove la paura si accumula nei silenzi e non negli spaventi.
Sedici minuti che valgono un Oscar
Ecco il dato che continua a lasciare a bocca aperta: Anthony Hopkins vince l’Oscar come miglior attore protagonista restando in scena poco più di sedici minuti, in un film che ne dura centodiciotto. Il Guinness dei primati lo registra come la vittoria da protagonista con il minor tempo sullo schermo. Il ruolo, prima di lui, era stato offerto a Sean Connery, che lo rifiutò; Hopkins arrivò grazie alla sua interpretazione in The Elephant Man e, letta la sceneggiatura, disse che era la parte migliore che gli fosse mai capitata.
La lezione è tutta lì. Demme costruisce Lecter attraverso la paura degli altri molto prima di mostrarlo, così che quando finalmente compare, immobile dietro il vetro, ha già occupato la nostra immaginazione. Hopkins non alza mai la voce, non ringhia, resta cortese, colto, disturbante nella calma. Lo stesso regista lo definì un drago in forma umana. Un attore che appare a sprazzi e si porta via l’intero film: è la prova che la presenza scenica non si misura in minuti.

Clarice Starling, sola in un mondo di uomini
Se Lecter è il volto che tutti ricordano, il cuore emotivo del film è Clarice, e Jodie Foster le dà una fragilità corazzata che vale ogni premio ricevuto. Il silenzio degli innocenti guarda con insistenza al modo in cui gli uomini guardano lei: l’ascensore pieno di reclute più alte di una testa, gli sceriffi di provincia che non la ascoltano sulla scena del crimine, il dottor Chilton che ci prova, il suo stesso mentore Jack Crawford che la usa come esca. Clarice si muove in un mondo maschile che la sottovaluta a ogni porta, e ogni scena registra quel peso senza bisogno di spiegarlo.
Il titolo racchiude la sua ferita. Da bambina, in una fattoria di parenti, Clarice sentì le urla degli agnelli portati al macello e tentò di salvarne uno, fallendo. Il silenzio che insegue è quello di quelle urla, e la scommessa segreta che stringe con Lecter è che salvare Catherine, l’ultima rapita, possa finalmente farle tacere. È un dettaglio che alza il caso poliziesco al livello del mito personale. Non a caso il ruolo era stato proposto a Michelle Pfeiffer, che lo rifiutò: difficile immaginare oggi Clarice con un altro sguardo che non sia quello di Foster, insieme spaventato e irremovibile.

Da Thomas Harris a Hannibal Lecter
Prima del film c’è il romanzo, pubblicato da Thomas Harris nel 1988, e prima ancora del romanzo c’è già Lecter. Il personaggio era infatti apparso sullo schermo nel 1986 in Manhunter di Michael Mann, dove era interpretato da Brian Cox e il cognome compariva come Lecktor. Fu però la versione di Demme e Hopkins a farlo esplodere nell’immaginario collettivo. La sceneggiatura, adattata da Ted Tally, vinse anch’essa l’Oscar e resta un modello di economia narrativa, capace di condensare un romanzo denso senza perdere né i personaggi né il ritmo.
La musica di Howard Shore
A tenere insieme questa tensione c’è una colonna sonora spesso data per scontata, e a torto. Il silenzio degli innocenti segna la prima collaborazione tra Demme e Howard Shore, compositore canadese che si era fatto le ossa sui film disturbanti di David Cronenberg, da Videodrome a La mosca, e che di lì a pochi anni avrebbe firmato Il Signore degli Anelli. Registrata a Monaco con la Munich Symphony Orchestra, la sua partitura è cupa e quasi operistica, e sceglie di non farsi notare. Shore stesso ha spiegato di aver voluto una musica che entrasse nel tessuto del film, tanto da non accorgersene guardandolo. È proprio questa discrezione a renderla efficace: non commenta la paura, la respira insieme a noi. Un lavoro che merita un posto tra i grandi maestri del suono del cinema.

Cinque Oscar, un record che resiste
Alla cerimonia del 1992, tredici mesi dopo l’uscita nelle sale americane, Il silenzio degli innocenti conquistò i cinque premi più importanti in una sola notte: miglior film, miglior regia, miglior attore, miglior attrice, migliore sceneggiatura non originale. È un’impresa riuscita a soli tre film in tutta la storia degli Oscar, dopo Accadde una notte nel 1934 e Qualcuno volò sul nido del cuculo nel 1975. Da allora nessuno ha più eguagliato quel bottino.
Il riconoscimento non si fermò all’Academy. A Berlino il film valse a Demme l’Orso d’argento per la regia, i BAFTA premiarono ancora Hopkins e Foster, e nel 2011 la Biblioteca del Congresso lo inserì nel National Film Registry come opera da preservare. Costato diciannove milioni di dollari, ne incassò oltre duecentosettanta in tutto il mondo: un successo pieno, di critica e di pubblico, che raramente coincidono con questa nettezza.

Il caso Buffalo Bill, un personaggio ancora discusso
Non tutto il film ha attraversato indenne i decenni. La figura di Buffalo Bill, al secolo Jame Gumb, interpretata da Ted Levine, è stata oggetto di critiche da parte della comunità transgender, che vi ha letto una rappresentazione dannosa che associa identità di genere e violenza. Va detto che la sceneggiatura mette in bocca allo stesso Lecter una precisazione: Gumb non è un vero transessuale, ma qualcuno che odia se stesso e la propria identità al punto da volersene costruire un’altra. Lo stesso Levine, negli anni, ha riconosciuto che alcune battute rilette oggi risultano infelici. Il dibattito resta aperto, ed è giusto conoscerlo per guardare il film con occhi consapevoli, senza per questo cancellarne il valore.

Un’eredità lunga trentacinque anni
Difficile sopravvalutare quanto Il silenzio degli innocenti abbia plasmato ciò che è venuto dopo. Da qui passa buona parte della fascinazione popolare per i serial killer che ancora oggi riempie sale e cataloghi. Il film generò una discendenza fatta di seguiti e prequel: Hannibal nel 2001, diretto da Ridley Scott, con Hopkins di nuovo nei panni di Lecter e Julianne Moore a raccogliere il testimone di Clarice; Red Dragon nel 2002 di Brett Ratner; e più tardi persino la televisione, dalla serie Hannibal con Mads Mikkelsen fino al tentativo di dare un seguito diretto alla storia di Clarice. Nessuno di questi capitoli, per quanto riusciti, ha ritrovato la scintilla di quel duello originario.
Jonathan Demme, scomparso nel 2017, ha diretto molte altre cose belle, ma è a questo film che il suo nome resta legato tra i grandi maestri della regia. E se oggi Il silenzio degli innocenti torna sul grande schermo in una versione restaurata in 4K per festeggiare i suoi trentacinque anni, il motivo non sono gli Oscar né la paura. Il motivo sono due attori, un vetro e un silenzio: una recluta che chiede aiuto al proprio incubo, e l’incubo che, guardandola dritto negli occhi, la vede meglio di chiunque altro.









