Home Film‘September 5’ racconta il massacro di Monaco 1972 dalla sala regia della ABC

‘September 5’ racconta il massacro di Monaco 1972 dalla sala regia della ABC

Candidato all'Oscar per la sceneggiatura, il thriller di Tim Fehlbaum trova la tensione dentro una sala di controllo televisiva, non sul luogo dell'assedio.

by Mauro Terrone

Il colpo di genio di September 5 sta tutto in una scelta di campo: raccontare una delle tragedie più note del Novecento senza mai uscire da una stanza. Il film ricostruisce il massacro di Monaco del 1972 dalla prospettiva della troupe di ABC Sports e della loro copertura degli eventi. Niente ricostruzione dell’assedio, niente scene d’azione nel villaggio olimpico: solo la sala di controllo dove un gruppo di professionisti si trova, nel giro di poche ore, a gestire la più grande diretta della storia della televisione.

Diretto da Tim Fehlbaum, il film ha esordito alla Mostra del Cinema di Venezia il 29 agosto 2024, prima di arrivare progressivamente nelle sale. Le Olimpiadi del 1972 avrebbero dovuto rappresentare la rinascita della Germania: la cosiddetta “città degli studenti” aveva ospitato il villaggio olimpico quando Monaco cercava di ridefinire la Germania come luogo di pace, cancellando la memoria dei Giochi propagandistici del 1936, ma il sogno di una competizione utopica venne distrutto quando membri di un gruppo terroristico filo-palestinese uccisero undici membri della squadra israeliana.

La forza del film è tutta nel suo funzionamento da thriller procedurale, quel sottogenere che trova la suspense nelle procedure e nell’attrezzatura. La squadra sportiva della ABC, arrivata a Monaco per raccontare gare e record, si ritrova all’improvviso a dover coprire una crisi con ostaggi. Ambientato durante le Olimpiadi del 1972, il film segue la troupe di ABC Sports costretta a passare dalla copertura sportiva al racconto della crisi degli ostaggi che coinvolge gli atleti israeliani, con una pressione intensa dentro la sala di controllo mentre si prendono decisioni etiche in pochi secondi, trasmettendo in diretta una tragedia a un pubblico globale.

Fehlbaum lavora sulla claustrofobia come strumento narrativo. La ricostruzione della sala regia è stata al centro dell’intero progetto: partendo dai progetti originali, il production designer Julian Wagner ha setacciato l’Europa alla ricerca di pezzi diversi prima di assemblarli in una replica funzionante costruita in teatro di posa. E la scelta era precisa: invece di muri mobili che facessero spazio alle macchine da presa, la produzione voleva l’opposto, uno spazio che risultasse claustrofobico, condensato e buio come una vera sala di controllo televisiva.

Il cast corale comprende Peter Sarsgaard, John Magaro, Ben Chaplin e Leonie Benesch. Il film intreccia le vicende di alcune figure realmente coinvolte in quella copertura, a partire dal produttore sportivo Geoffrey Mason, con cui la troupe ha parlato durante la lavorazione. Prima di iniziare a scrivere la sceneggiatura, gli autori fecero un’enorme ricerca, che comprese una conversazione chiave con il produttore Geoffrey Mason, interpretato da John Magaro nel film.

Accanto a lui compaiono altre figure di quella redazione improvvisata, mentre il personaggio di Marianne, l’unica tedesca presente nella sala di controllo, diventa il ponte tra la squadra americana e la tragedia che si consuma nel suo paese. Il film si spinge oltre la finzione, integrando materiale d’archivio reale: Fehlbaum utilizza filmati dei veri reporter Jim McKay e Peter Jennings, che interagiscono con i personaggi in un modo che non appare esibito e che anzi valorizza il racconto.

La regia di Fehlbaum rifiuta lo spettacolo della violenza. La sua direzione trattenuta si rifiuta di sensazionalizzare la violenza, optando per un ritratto grezzo e non filtrato degli eventi, e restringe volutamente il campo alla sala regia, un modo controintuitivo per aumentare la tensione. È una distanza calcolata rispetto a chi aveva già raccontato quegli stessi fatti: diversamente da rappresentazioni più drammatizzate come Munich, il film di Fehlbaum evita forzature e riscritture dei fatti, presentando gli eventi attraverso una lente distaccata e spesso trattenuta, che finisce per approfondirne l’impatto.

Questa freddezza analitica ha però un rovescio. Il film adotta deliberatamente una posizione apolitica, presentando il conflitto israelo-palestinese svuotato di contesto storico. È un limite di cui i realizzatori sono consapevoli, anche perché il tema si è caricato di attualità dopo la fine delle riprese: Fehlbaum ha ammesso che il film era già stato completato prima della più recente escalation del conflitto israelo-palestinese del 7 ottobre 2023.

Nonostante un passaggio in sala molto contenuto, September 5 ha raccolto una candidatura importante. Alla 97ª edizione degli Academy Awards ha ottenuto una nomination per la migliore sceneggiatura originale, firmata da Moritz Binder e Tim Fehlbaum e co-scritta da Alex David. In quella categoria si è misurato con una concorrenza di primo piano: Anora, The Brutalist, A Real Pain e The Substance.

Il percorso nelle sale è stato limitato, come conferma il risultato commerciale contenuto, ma il film ha trovato nuova vita nel mercato dello streaming. In Italia lo si può vedere su Netflix.

Dietro September 5 c’è un autore che non arriva dal cinema di prestigio, ma dal genere. Tim Fehlbaum, nato nel 1982, è un regista svizzero che nel 2011 ha esordito nel lungometraggio con Hell, un cupo horror post-apocalittico di cui ha anche co-scritto la sceneggiatura. Prima di sentirsi pronto ad affrontare un tema così delicato, ha costruito un percorso lontano dalla cronaca. Fehlbaum ha realizzato diversi film horror e di fantascienza prima di sentirsi pronto a girare un film sull’attacco terroristico.

L’interesse per quei fatti, del resto, affonda le radici nella sua formazione. Gli eventi del 5 settembre 1972 lo accompagnano fin dall’inizio della carriera: studiando cinema a Monaco, frequentava e girava in un quartiere che era stato teatro di uno degli attacchi terroristici più noti della storia. September 5 rappresenta oggi il suo lavoro più riconosciuto, quello che gli è valso la prima candidatura all’Oscar.

Resta, alla fine, un film che tiene incollati alla poltrona e che apre più domande di quante ne chiuda: fino a che punto è lecito mostrare la violenza in diretta, e chi ha il diritto di decidere cosa milioni di persone possono vedere. Interrogativi nati in quella sala di regia nel 1972, e che riguardano ancora il modo in cui guardiamo le notizie oggi.

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