Home Serie TV‘The 100’, quando restare vivi diventa una colpa

‘The 100’, quando restare vivi diventa una colpa

Dai cento ragazzi mandati a morire sulla Terra fino all'ultima guerra: sette stagioni in cui ogni scelta per restare vivi lascia una cicatrice.

by Valeria Bernardo

Cento detenuti minorenni vengono caricati su una navetta e spediti verso una Terra che nessuno vede da quasi un secolo. Sono cavie: se l’aria è respirabile lo scopriranno morendo o restando vivi. Da questa premessa brutale parte The 100, la serie ideata da Jason Rothenberg e liberamente tratta dai romanzi di Kass Morgan, andata avanti per sette stagioni e cento episodi tra il 2014 e il 2020. È fantascienza per ragazzi solo in apparenza. Sotto la scorza da teen drama post-apocalittico batte una delle riflessioni più dure che la televisione recente abbia dedicato a una sola domanda: cosa siamo disposti a diventare pur di restare vivi.

Cento ragazzi come cavie: la premessa

Novantasette anni prima, un’apocalisse nucleare ha reso la Terra invivibile. I superstiti si sono rifugiati in orbita, su una stazione chiamata Ark, dove più di duemila persone tirano avanti con risorse in esaurimento e una legge marziale mascherata da necessità. Quando l’ossigeno inizia a mancare, il consiglio prende una decisione cinica: mandare giù i cento prigionieri minorenni, quelli considerati sacrificabili, e osservare da lontano se sopravvivono.

Non sopravvivono da soli. La Terra non è vuota. Ad aspettarli ci sono i Grounder, i discendenti di chi non è mai salito sull’Ark e ha imparato a vivere tra le radiazioni, organizzati in clan, con una cultura, una gerarchia e una lingua propria. Il primo scontro è quello classico tra chi arriva e chi c’era già. Ma The 100 smonta in fretta lo schema del noi contro loro, perché nessuno dei due fronti è innocente e nessuno può permettersi di esserlo.

Non ci sono buoni e cattivi, solo vivi e morti

Il vero motore della serie è morale, non fantascientifico. Quasi ogni episodio mette i protagonisti davanti a un bivio in cui entrambe le strade portano a un cadavere, e li costringe a scegliere. La formula che la serie stessa ripete, che non ci sono eroi né villani ma solo i vivi e i morti, non è uno slogan: è la regola con cui il racconto tratta i suoi personaggi.

Il momento che definisce tutto arriva alla fine della seconda stagione. Per liberare i suoi dalle mani degli abitanti di Mount Weather, un bunker che tiene in ostaggio i ragazzi dell’Ark e drena il sangue dei Grounder per curarsi, Clarke Griffin abbassa una leva insieme a Bellamy Blake e irradia l’intera montagna. Muoiono tutti, compresi i bambini e le persone che l’avevano aiutata. È un genocidio commesso per salvare gli amici, e la serie non lo assolve mai. Da quel gesto Clarke esce con un nuovo nome affibbiatole dai Grounder, Wanheda, la comandante della morte, e con un peso che si porterà fino all’ultimo fotogramma.

Clarke, la coscienza che porta ogni peso

Interpretata da Eliza Taylor, Clarke è il cuore pulsante e la coscienza sporca del racconto. La serie ha il coraggio di renderla protagonista senza renderla giusta. Già nella seconda stagione è lei a piantare un coltello nel petto di Finn, il ragazzo che ama, per risparmiargli la tortura dei Grounder dopo che lui ha massacrato un villaggio. Un atto di pietà che è anche un omicidio, e che The 100 mette in scena senza musica consolatoria.

Attorno a lei si muove un gruppo di personaggi che la serie fa crescere e corrompere in parallelo: Bellamy (Bob Morley), il fratello maggiore per vocazione che oscilla di continuo tra protezione e ferocia; Octavia (Marie Avgeropoulos), la ragazza nascosta sotto il pavimento dell’Ark che diventerà una guerriera e poi qualcosa di molto più spaventoso; Raven Reyes (Lindsey Morgan), la mente tecnica che paga ogni miracolo con il proprio corpo; John Murphy (Richard Harmon), il sopravvissuto per eccellenza, cinico e vivo proprio perché ha smesso di aspettarsi giustizia dal mondo. Nessuno di loro esce pulito. È il punto.

Ogni stagione una nuova minaccia, la stessa domanda

Una delle qualità meno riconosciute di The 100 è la sua capacità di cambiare pelle a ogni stagione senza tradire il proprio nucleo. Cambiano gli scenari e i nemici, resta identica la domanda di fondo.

Dopo la guerra con Mount Weather arriva la terza stagione, dominata da A.L.I.E., un’intelligenza artificiale che offre agli umani un paradiso digitale, la Città della Luce, in cambio della loro libertà. La quarta stagione è una corsa contro il tempo: una nuova ondata di radiazioni, il Praimfaya, sta per rendere di nuovo invivibile il pianeta, e i superstiti si dividono tra chi si chiude nel bunker, chi torna in orbita e chi resta in superficie. Da lì la serie compie un salto di sei anni e ci consegna, nella quinta stagione, un’Octavia irriconoscibile: per tenere in vita la sua gente nel bunker ha instaurato un regime di combattimenti nell’arena, guadagnandosi il titolo di Blodreina. La sopravvivenza le ha mangiato l’anima esattamente come aveva fatto con Clarke.

Le ultime due stagioni spostano il racconto tra i pianeti. Nella sesta i superstiti si risvegliano su Sanctum, un mondo governato dai Primes, una casta che ha conquistato una forma di immortalità trapiantando la propria mente nei corpi altrui. Nella settima entrano in scena l’Anomalia, il pianeta Bardo e i Discepoli di Bill Cadogan, votati a una presunta ultima guerra che dovrebbe condurre l’umanità alla trascendenza. Astronavi, viaggi spaziali, culti tecnologici: ma sotto la superficie sempre lo stesso interrogativo, sempre lo stesso prezzo da pagare.

Il caso Lexa

Non si può raccontare The 100 evitando l’episodio che più di ogni altro ne ha segnato la storia pubblica. Nella settima puntata della terza stagione, Lexa, comandante dei Grounder interpretata da Alycia Debnam-Carey e diventata rapidamente uno dei personaggi più amati, muore colpita da un proiettile vagante pochi minuti dopo la prima notte con Clarke. Clarke, protagonista dichiaratamente bisessuale, era una delle poche figure del genere a occupare quel ruolo in una serie generalista.

La morte scatenò una reazione senza precedenti da parte del pubblico. Numerosi spettatori accusarono la serie di riproporre il cosiddetto Bury Your Gays, la tendencia a far morire i personaggi queer, e diedero vita a un movimento organizzato, LGBT Fans Deserve Better, che spostò la discussione ben oltre i confini del fandom. A distanza di settimane, lo stesso Rothenberg pubblicò delle scuse ufficiali, riconoscendo che la promozione aggressiva di quella relazione aveva alimentato un senso di tradimento e ammettendo il peso di quel cliché. Al di là di come si giudichi la scelta narrativa, resta un fatto: la vicenda di Lexa è diventata un punto di riferimento nelle conversazioni sulla rappresentazione, e il modo in cui una serie tratta i suoi personaggi ne condiziona l’eredità quanto la qualità della scrittura.

La morte di Bellamy e l’ultimo tradimento della sopravvivenza

Verso la fine dell’ultima stagione, la serie compie un altro gesto divisivo. Nel tredicesimo episodio, Clarke uccide Bellamy, l’uomo che le è stato accanto dal primo giorno, per impedirgli di consegnare ai Discepoli le informazioni che metterebbero in pericolo la figlia adottiva Madi. Una parte consistente del pubblico lo visse come un tradimento del percorso del personaggio e reagì con durezza, giudicando la svolta affrettata e la morte gratuita. Rothenberg difese la decisione richiamando l’idea che la serie fosse sempre stata un racconto sulle cose oscure che l’umanità è disposta a fare per sopravvivere, e su chi si sceglie di proteggere.

Si può discutere l’esecuzione, e in molti l’hanno fatto. Ma dal punto di vista della logica interna che The 100 si è data fin dalla prima puntata, quel gesto è coerente fino alla crudeltà: Clarke ha già ucciso per amore, ha già scelto i suoi contro il mondo, e la serie non ha mai promesso che l’affetto avrebbe fermato la sua mano.

Un mondo costruito fino alla lingua

Dietro i dilemmi morali c’è un lavoro di costruzione del mondo più solido di quanto il pregiudizio sul teen drama lasci immaginare. Il segnale più evidente è la lingua dei Grounder, il Trigedasleng, un idioma inventato da David J. Peterson, lo stesso linguista che aveva creato il dothraki per Il Trono di Spade. Non un accessorio decorativo, ma un evoluzione plausibile dell’inglese pensata per una cultura nata dopo la fine del mondo, con tanto di logica interna e regole di formazione. È il tipo di cura che distingue la fantascienza costruita davvero da quella soltanto evocata, e colloca The 100 a pieno titolo tra i titoli che hanno preso sul serio le regole della fantascienza post-apocalittica.

L’ultima guerra, e la scelta della pace

Dopo sette stagioni di conflitti, la serie chiude con una virata sorprendente. La presunta ultima guerra si rivela un fraintendimento: quello che i Discepoli hanno interpretato come una battaglia finale era in realtà un test per l’intera umanità, un giudizio sulla sua capacità di superare la logica della violenza. E a superarlo non è chi ha combattuto meglio, ma chi sceglie di deporre le armi. Non è Clarke la pacificatrice finale, è Octavia, la ragazza cresciuta a colpi di sopravvivenza che alla fine riconosce l’unica via d’uscita.

Il verdetto, per Clarke, ha il volto di una perdita: ha ucciso troppo per potersi elevare con gli altri, e il giudizio che la mette alla prova le appare nelle sembianze di Lexa, come a chiudere il cerchio con la ferita che non si è mai rimarginata. Resta indietro, sola, finché i suoi non decidono di rinunciare alla trascendenza per tornare a vivere accanto a lei una vita mortale e imperfetta. Dopo aver passato sette stagioni a raccontare cosa costa restare vivi, The 100 termina dicendo che vale comunque la pena farlo, insieme.

The 100, una fantascienza scomoda e necessaria

Sarebbe facile ridurre The 100 alle sue polemiche o alle sue disuguaglianze di scrittura, perché la serie è irregolare e in più di un passaggio inciampa. Eppure resta un titolo che merita di essere visto e rivisto, proprio perché non fa sconti a nessuno, tanto meno a chi guarda. Poche serie hanno insistito con tanta ostinazione sull’idea che sopravvivere non è mai un atto neutro, e che ogni vita salvata ne costa un’altra. È fantascienza che usa il futuro per parlare del presente, e che ha il coraggio di mandare in scena protagonisti che amiamo e che continuiamo a seguire anche quando fanno cose indifendibili. Per chi cerca nelle Serie TV qualcosa che vada oltre l’intrattenimento, The 100 offre un patto onesto e spietato: nessun personaggio è al sicuro, e nessuna scelta è gratis.

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