Home Film“Ghost in the Cell”, la sintesi del film di Joko Anwar tra carcere e grottesco

“Ghost in the Cell”, la sintesi del film di Joko Anwar tra carcere e grottesco

by Martina Bernardo

Un carcere di massima sicurezza, presentato come ordinato e quasi “funzionale”, diventa il teatro di una frattura improvvisa: una serie di omicidi feroci scuote l’istituto, con corpi esposti in composizioni volutamente spettacolari.

In Ghost in the Cell (Indonesia, 2026), Joko Anwar usa la cornice del prison film come contenitore elastico, capace di assorbire registri lontani tra loro e trasformare lo spazio della detenzione in un dispositivo narrativo e simbolico. La storia prende forma nella tensione tra controllo e caos. Sotto un direttore descritto come tirannico, i detenuti si ritrovano a reagire a un nemico che sembra sfuggire a ogni logica ordinaria: la minaccia viene percepita come invisibile e ultraterrena, mentre il carcere si chiude su se stesso come un laboratorio in cui le rivalità interne possono anche lasciare spazio a un’alleanza di necessità. L’obiettivo diventa duplice: capire il movente delle uccisioni e interrompere la catena prima che colpisca ancora.

Uno degli elementi centrali è l’estetizzazione della violenza. Gli omicidi non appaiono soltanto come atti brutali, ma come messinscene: i cadaveri vengono disposti come “opere” di un’arte macabra, tra amputazioni, decapitazioni e ricomposizioni del corpo secondo una logica di composizione che cerca un impatto visivo disturbante. L’idea del delitto come installazione porta il film verso un grottesco spinto, sostenuto da un uso dichiaratamente abbondante di effetti gore, con punte che arrivano allo scatologico.

Questo impianto non rimane però confinato al thriller sanguinoso. Ghost in the Cell si presenta come un ibrido di generi: accanto alle componenti horror e fantasy, entrano in campo arti marziali, risse coreografate e persino momenti musicali, con “sfide di ballo” che irrompono nel clima di terrore. Il corpo, in questo senso, è il centro di tutto: corpo come bersaglio, come strumento di lotta, come oggetto di coreografia, come materia da modellare. Anche la dimensione religiosa è parte integrante dell’atmosfera, con riferimenti all’Islam e con immagini che legano l’elemento soprannaturale a una simbologia che include versi del Corano.

Unwar intreccia inoltre un livello di critica sociale che attraversa il racconto: emerge il tema della battaglia contro le cave di nichel e, più in generale, dello sfruttamento del territorio, con accenni a miniere illegali e alla devastazione delle risorse locali. Il film dissemina anche riferimenti alla realtà politica, come allusioni a corruzione e a dinamiche di potere che si insinuano nelle storie personali, senza trasformarsi in tesi dichiarata ma restando un sottofondo ricorrente.

Sul piano del tono, la cifra è quella di una miscela volutamente “impura”, dove la cultura pop e l’ambizione teorica vengono fatte coesistere. Nel film compaiono citazioni filosofiche, da Aristotele a Søren Kierkegaard, inserite in un contesto di exploitation, fantasy e splatter: un cortocircuito che non cerca la separazione tra alto e basso, ma il loro attrito. Anche gli ambienti del carcere, con spazi pensati per la preghiera e per attività artistiche come pittura e scultura, contribuiscono a questa ambiguità: luoghi che sulla carta suggeriscono rieducazione e disciplina, ma che sullo schermo diventano scenografia di un’ossessione estetica e di una violenza organizzata come spettacolo.

Presentato alla Berlinale 2026 nella sezione Forum, Ghost in the Cell dura 106 minuti e vede nel cast Abimana Aryasatya, Bront Palarae, Danang Suryonegoro, Endy Arfian, Lukman Sardi, Morgan Oey. Anwar firma regia e sceneggiatura, oltre al montaggio; la fotografia è di Ical Tanjung e le musiche di Aghi Narottama e Tony Merle.

Il risultato, per come si configura nei suoi elementi pubblici, è un film che usa il carcere come microcosmo narrativo: un luogo dove il controllo istituzionale, la fede, la creazione artistica e la violenza spettacolarizzata si urtano fino a diventare un’unica, disturbante coreografia.

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