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Venezia 83, il Leone d’Oro va a Woman Unknown

Il film danese di May el-Toukhy conquista il premio più importante dell'83esima Mostra, in un concorso che lascia l'Italia senza riconoscimenti ufficiali.

by Valeria Bernardo

Woman Unknown non era tra i pronostici fino a poche ore prima del verdetto, e proprio per questo il suo Leone d’Oro racconta meglio di ogni altro premio l’83esima Mostra del Cinema di Venezia. Un’edizione partita in sordina, priva della consueta pattuglia di star e autori statunitensi, che si è però rivelata più solida delle attese e ha chiuso, sabato 12 settembre in Sala Grande, con un palmarès sorprendente e nettamente internazionale. A imporsi è il film danese di May el-Toukhy, unica regista donna del concorso.

Woman Unknown, il Leone d’Oro all’unica regista in gara

Il Leone d’Oro per il miglior film va a Kvinde Ukendt (Woman Unknown), diretto da May el-Toukhy. Ambientato nella Danimarca del dopoguerra, il film segue Marie, una giovane domestica prossima alle nozze con il ricco vedovo per cui lavora, e usa il corpo femminile come terreno di conflitto. Fino a sabato non figurava tra i favoriti, tanto che la vittoria è arrivata come una delle poche vere sorprese del Lido. Il dato che pesa: el-Toukhy era l’unica donna alla regia di un film in concorso, e la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha scelto proprio lei per il riconoscimento più importante.

La solidità del film si legge anche nella doppietta. La Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile va a Mathilde Arcel, protagonista dello stesso Woman Unknown. Due premi allo stesso titolo raramente sono un caso: qui suonano come la conferma di un consenso costruito nella volata finale.

Possible Love e DAU, gli altri verdetti del concorso

Il Gran premio della giuria, di fatto il secondo posto, premia Possible Love di Lee Chang-dong. Il film fa parte del progetto Netflix che rilegge il Decalogo di Krzysztof Kieślowski, ed è dedicato al comandamento sul non desiderare la roba d’altri. Al Lido se n’era parlato fin da subito come del titolo più capace di mettere d’accordo l’intera giuria, e il palmarès lo ha certificato.

Il Leone d’Argento per la miglior regia va invece a Ilya Khrzhanovsky per DAU, l’opera più radicale e sperimentale vista in concorso. Una scelta che ricompensa l’ambizione formale più dell’equilibrio, e che si presta a un ragionamento più ampio sul mestiere di chi dirige, il cuore della nostra rubrica I Maestri della regia. Alla scrittura tocca il premio per la miglior sceneggiatura, assegnato a Un bon petit soldat del francese Stéphane Brizé.

Le Coppe Volpi, John Malkovich e Mathilde Arcel

Sul fronte delle interpretazioni, la Coppa Volpi maschile va a John Malkovich per Wild Horse Nine, prova che aveva già acceso il dibattito nei giorni della Mostra. Quella femminile, come detto, premia Mathilde Arcel per Woman Unknown. Il Premio Marcello Mastroianni, riservato a un interprete emergente, va a Malou Khebizi, protagonista di 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn.

Naza, il premio speciale e il caso politico del Lido

Il Premio speciale della giuria va a Naza, unico documentario in gara, prodotto dal quotidiano britannico Guardian a partire da immagini e testimonianze raccolte durante la guerra a Gaza. Il film, firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor, è stato uno dei momenti più discussi dell’edizione, accolto in sala da una lunghissima ovazione. Il direttore artistico Alberto Barbera ha rivendicato la scelta di ammetterlo in concorso, definendo un’eventuale esclusione, secondo quanto dichiarato, un atto di codardia.

Orizzonti, opera prima e un’Italia a mani vuote

Nella sezione Orizzonti il premio per il miglior film va a Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni, mentre il miglior cortometraggio è A Few Moments of Happiness di Shaden Safieddine Tazi. L’unico squillo italiano del palmarès arriva sempre da qui: la miglior sceneggiatura di Orizzonti premia I Figli della Scimmia, scritto da Tommaso Landucci e Damiano Femfert. Il Leone del Futuro per la miglior opera prima va invece a La maison du vent del regista camerunense Auguste Bernard Kouemo Yanghu.

Resta il dato destinato a far discutere in casa nostra: nel concorso principale l’Italia non porta a casa nulla. Un’assenza pesante per un cinema che al Lido gioca in casa, e che quest’anno ha trovato spazio solo nelle sezioni parallele.

Cosa lascia questa Venezia 83

Alla fine, un’edizione data per minore ha consegnato un palmarès che guarda lontano. La vittoria di una regista donna con un film uscito dai radar dei pronostici, un secondo premio a un maestro come Lee Chang-dong, la regia a un’opera-limite come DAU: sono scelte che raccontano una giuria disposta al rischio più che alla mediazione. Il Leone d’Oro, in base al nuovo regolamento dell’Academy, rende Woman Unknown selezionabile di diritto per la categoria del miglior film internazionale agli Oscar, e conferma ancora una volta il ruolo di Venezia come rampa di lancio verso la stagione dei premi. La cerimonia, condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas, ha chiuso undici giorni che, senza il traino delle grandi star americane, hanno riportato al centro i film. Che è poi il motivo per cui questa Mostra continua a contendere a Cannes il primato di festival più importante del mondo.

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