Home CuriositàNel 1990 Kiefer Sutherland sfidava la morte in Linea mortale, tra Frankenstein e Nightmare

Nel 1990 Kiefer Sutherland sfidava la morte in Linea mortale, tra Frankenstein e Nightmare

Un gruppo di studenti di medicina ferma il proprio cuore per spiare l'aldilà, e riporta indietro qualcosa di oscuro. Un cult da riscoprire.

by Valeria Bernardo

Prima che Scream riscrivesse le regole del terrore trasformandolo in un gioco autoconsapevole, gli anni Novanta avevano già consegnato al genere alcune delle idee più inquietanti del decennio. In mezzo a titoli diventati leggendari, uno è rimasto a lungo nell’ombra: Linea mortale (Flatliners), film del 1990 diretto da Joel Schumacher, che narra le vicende di un gruppo di studenti di medicina che sperimentano su sé stessi la morte indotta chimicamente con l’unico scopo di provare l’esistenza dell’aldilà.

Il titolo italiano scelto per la distribuzione è proprio Linea mortale, mentre il titolo originale del film deriva dal termine inglese flatline (“linea piatta”), la linea che viene visualizzata sulla strumentazione medica collegata a un paziente quando il cuore di quest’ultimo si ferma. Negli Stati Uniti il film è arrivato nell’estate del 1990.

Un esperimento al confine tra scienza e follia

Il cuore del racconto è un’idea temeraria, quasi blasfema. Nelson Wright, brillante ma presuntuoso e spericolato studente in medicina, riesce a convincere quattro suoi colleghi universitari a prendere parte a un progetto ambizioso quanto sconsiderato: provocare la morte tramite forti dosi di medicinali e resuscitare grazie alla scienza, per poi raccontare agli altri la propria esperienza nell’aldilà.

Attorno a lui si stringe un gruppo di ragazzi affascinati fino all’ossessione dallo stesso mistero. Rachel, David, Joe e Randy sono legati da una profonda amicizia, hanno comuni interessi, sono affascinati in maniera ossessiva dal mistero della morte e vorrebbero conoscere cosa c’è oltre il mondo visibile. Uno dopo l’altro, ognuno accetta di attraversare quella soglia. I cinque fanno a turno nel farsi fermare il cuore, fino a quando i monitor dei loro segni vitali indicano solo linee piatte; a questo punto vengono resuscitati dagli altri membri del gruppo.

Ma quello che riportano indietro non è la pace, né il nulla. È presto evidente che il ritorno da questi brevi viaggi nell’aldilà è condito di manifestazioni dei loro peccati passati, che li costringono ad affrontare il loro presente e a imparare dure lezioni sulla vita e sulla morte.

Il terrore che nasce dal senso di colpa

Linea mortale non è un horror convenzionale. Non punta sui jump scare né su creature grottesche: il terrore qui è interiore, alimentato dal peso di colpe rimosse e traumi mai risolti. Durante queste brevi parentesi, i ragazzi trovano i loro fantasmi dell’inconscio che si materializzano poi anche nella vita normale. È in questo doppio binario che il film trova la sua forza: da una parte l’ardire prometeico di voler penetrare il mistero della morte, dall’altra il dramma intimo di personaggi costretti a fare i conti con se stessi.

Il richiamo al Frankenstein di Mary Shelley non è casuale. Come Victor Frankenstein, Nelson è un genio accecato dall’ambizione, convinto di poter superare i limiti imposti dalla natura, e come nel romanzo giocare a fare Dio ha conseguenze devastanti. Non a caso il film viene letto come un ritratto della hubris giovanile e delle conseguenze che si devono pagare quando si gioca a fare Dio. L’altra ombra che aleggia sul film è quella dell’orrore onirico alla Nightmare, con visioni che invadono il reale e non concedono tregua.

Un cast destinato a diventare leggenda

La forza del film sta anche in un gruppo di interpreti che, all’epoca, stavano costruendo le proprie carriere. Nel cast figurano Kevin Bacon, Julia Roberts, Kiefer Sutherland, William Baldwin, Oliver Platt e Kimberly Scott. Kiefer Sutherland guida l’ensemble nel ruolo di Nelson Wright, con Julia Roberts, Kevin Bacon, William Baldwin e Oliver Platt al suo fianco come compagni dell’esperimento.

Per Julia Roberts si trattava di un passaggio decisivo. Linea mortale è stato il primo film interpretato dall’attrice dopo il successo di Pretty Woman, e proprio grazie alla partecipazione a questo film nacque la sua storia con il collega Kiefer Sutherland.

Dietro l’atmosfera visiva del film c’è anche il lavoro alla fotografia di Jan de Bont, che dona alle scenografie un aspetto quasi gotico. Le scenografie, spesso in ambienti goticheggianti come l’ospedale in disuso usato come laboratorio segreto, e la fotografia curata da Jan de Bont, con un uso drammatico di luci e ombre, creano un’atmosfera quasi da film in costume traslata in un contesto moderno.

Un piccolo cult da riscoprire

Sul fronte commerciale il film andò più che bene rispetto al suo costo contenuto: costato 20 milioni di dollari, ne incassò oltre 60 nel mondo. Con il tempo la reputazione dell’opera è cresciuta, fino a farne un titolo di culto per una nicchia di appassionati. È un film che, pur non essendo esente da difetti strutturali soprattutto nel ritmo e nella risoluzione, è invecchiato bene grazie al suo stile visivo inconfondibile e all’efficacia del concept, un prodotto di genere ibrido che mescola fantascienza medica, thriller psicologico e un pizzico di orrore soprannaturale.

Vale la pena ricordare che nel 2017 è arrivato un nuovo capitolo legato allo stesso spunto: Flatliners – Linea mortale, film del 2017 diretto da Niels Arden Oplev, sequel/remake dell’originale, in cui solo Kiefer Sutherland è presente anche in questa versione.

Resta però l’edizione del 1990 quella che continua a interrogare lo spettatore senza bisogno di effetti roboanti. Le domande che pone sono più semplici e più antiche di qualsiasi mostro: cosa si prova quando si è morti, e cosa saremmo disposti a riportare indietro dall’altra parte.

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