Tim Curry se n’è andato il 25 agosto 2026, a ottant’anni, nella sua casa di Los Angeles. Con lui scompare il volto che ha dato corpo a una delle creature più celebri e ambigue del cinema di culto: il dottor Frank-N-Furter, lo scienziato in corsetto e calze a rete di The Rocky Horror Picture Show. Ripercorrere la storia di quel film significa raccontare come un insuccesso commerciale del 1975 sia diventato il rito collettivo più longevo che una sala cinematografica abbia mai ospitato. E come quel rito sia arrivato, cambiando lingua e accento, fino a un’arena estiva di Bologna.
Da un teatrino di Londra al grande schermo
Prima del film venne il palcoscenico. A scrivere musica, testi e canzoni fu Richard O’Brien, attore inglese squattrinato che immaginò una parodia amorosa dei film di fantascienza e horror di serie B che aveva divorato da ragazzo. The Rocky Horror Show debuttò il 19 giugno 1973 in una saletta da poche decine di posti, il Theatre Upstairs del Royal Court di Londra, con la regia di Jim Sharman. A vestire i panni di Frank-N-Furter, lo scienziato transilvano e transessuale che dà vita a una creatura perfetta, fu proprio Tim Curry, che portò in scena il personaggio quando ancora nessuno immaginava cosa sarebbe diventato.

Lo spettacolo fu un successo immediato, passò a sale più grandi, sbarcò a Los Angeles nel 1974 e convinse la produzione a tentare il salto sul grande schermo. Sharman restò alla regia, Curry mantenne il ruolo che ormai gli apparteneva, e nel 1975 arrivò The Rocky Horror Picture Show.
Il film che nessuno voleva, e che non è mai più uscito dalle sale
L’accoglienza fu gelida. Alla sua uscita il film venne trattato come un oggetto bizzarro e ingombrante, incassò poco e sparì in fretta dalla programmazione ordinaria. Sarebbe finito nel dimenticatoio se qualcuno non avesse avuto l’idea di proiettarlo a mezzanotte. Nella primavera del 1976, al Waverly di New York, nel Greenwich Village, il film cominciò una seconda vita che non si è più interrotta: le proiezioni notturne calamitavano un pubblico fisso, che tornava ogni settimana e si moltiplicava. È così che The Rocky Horror Picture Show è diventato la pellicola rimasta più a lungo ininterrottamente nei cinema nella storia del cinema.
Attorno a Curry si muoveva un gruppo di interpreti destinati a restare nella memoria collettiva: Susan Sarandon e Barry Bostwick nei panni dei fidanzatini Janet e Brad, capitati per caso nel castello sbagliato, Richard O’Brien come il maggiordomo Riff Raff, Patricia Quinn, Nell Campbell, Meat Loaf. Ma era la presenza di Curry a tenere insieme tutto: la voce cavernosa, l’ironia tagliente, l’entrata di “Sweet Transvestite” che ribaltava in pochi secondi ogni idea di decoro. Frank-N-Furter non era un cattivo qualunque, era una dichiarazione di libertà travestita da numero da music hall.
Il rito della mezzanotte
La vera invenzione di Rocky Horror non sta sullo schermo, ma nella platea. Nel giro di pochi anni le proiezioni si trasformarono in una liturgia partecipata, con regole non scritte tramandate di sala in sala. Gli spettatori arrivavano vestiti come i protagonisti, rispondevano a voce alta alle battute dei personaggi, lanciavano riso durante il matrimonio iniziale, aprivano giornali e schizzavano acqua quando sullo schermo pioveva, lanciavano fette di pane tostato al momento del brindisi. Sotto lo schermo, gruppi di appassionati recitavano in tempo reale ogni scena, in una doppia rappresentazione tra pellicola e sala.
Quel meccanismo ha reso il film immune al tempo. Non lo si guarda, lo si agisce, e ogni proiezione è diversa dalla precedente. È il motivo per cui Rocky Horror ha attraversato mezzo secolo restando un fenomeno vivo, capace di parlare a generazioni lontanissime tra loro, e ha finito per rappresentare un capitolo a sé dentro il cinema di genere: non horror, non musical, non commedia, ma un ibrido irriducibile che ha fatto della trasgressione una festa.
Quando Rocky Horror parlò bolognese: ‘il Puccini Horror Comic Show’
La forza rituale di Rocky Horror ha viaggiato ben oltre i confini anglosassoni, e in Italia ha lasciato una traccia curiosa e locale. Nell’estate del 1992, all’Arena Puccini del Dopolavoro ferroviario di Bologna, andò in scena il Puccini Horror Comic Show, uno spettacolo comico ispirato al film e affidato a un gruppo di volti noti della scena bolognese. Sul palco c’erano i Gemelli Ruggeri nei panni dei Meat Loaf Brothers, Roberto Malandrino e Paolo Maria Veronica in quelli dello scienziato pazzo e transessuale, e poi Vito, Tita Ruggeri, Olga Durano, con l’accompagnamento delle band Fandango e Rock e Sudore. I testi erano di Francesco Freyrie, la regia di Daniele Sala, le scene del pittore Gino Pellegrini.

La stagione era prevista per tutta l’estate, ma l’avvio fu tutt’altro che semplice. Le prime sere si contavano sì e no una cinquantina di spettatori, e un paio di serate di pioggia misero alla prova la pazienza di chi restava in arena con i sacchetti in testa per ripararsi, quasi a rifare per necessità il gesto che il pubblico del film compie per gioco. Poi qualcosa scattò. Da un certo punto in avanti l’arena fu ogni sera strapiena, con la gente che cantava, ballava e partecipava esattamente come nelle sale di mezzanotte oltreoceano.
Attorno allo spettacolo fiorirono aneddoti e piccole leggende, a partire dalla cosiddetta maledizione del fantasma interpretato da Tita Ruggeri, cui vennero attribuiti alcuni incidenti di percorso: una distorsione alla caviglia per lo stesso Veronica e un infortunio dell’allora assessore Nicola Sinisi, tra i promotori dell’iniziativa. Il successo, in ogni caso, fu tale che la rappresentazione finale venne trasmessa in diretta dalla televisione, su ordine del Prefetto, per motivi di ordine pubblico. Un dettaglio che dice molto sul contagio di Rocky Horror: bastava tradurne lo spirito, non le parole, perché la festa si accendesse anche sotto il cielo della città Felsinea.
Che cosa resta
A mezzo secolo dal debutto, The Rocky Horror Picture Show resta un caso unico nella storia del cinema, perché è uno dei pochissimi titoli che non si limita a essere guardato: si abita, si recita, si canta. La sua vera eredità non è un incasso né un premio, ma un modo di stare in sala che nessun altro film ha saputo costruire con la stessa forza. Ogni proiezione è irripetibile, perché dipende da chi la riempie, e proprio questo lo ha reso immune all’usura del tempo, mentre intere stagioni di successi annunciati invecchiavano nel giro di pochi mesi.
La prova di quella forza sta anche nella distanza che ha saputo percorrere. Dalle proiezioni di mezzanotte del Waverly di New York fino all’Arena Puccini di Bologna, dove nell’estate del 1992 un pubblico italiano fece proprio lo stesso rito, cantando e ballando all’aperto come nelle sale notturne d’oltreoceano. È un meccanismo riconoscibile ovunque: uno spazio in cui la trasgressione diventa festa condivisa, e ciò che altrove veniva nascosto o deriso trova finalmente un palco e un applauso.












