Home Personaggi raccontatiAkira Kurosawa: il maestro che il Giappone scoprì grazie all’Occidente

Akira Kurosawa: il maestro che il Giappone scoprì grazie all’Occidente

Da Rashomon a Ran, il regista giapponese ha riscritto la grammatica del cinema. E quando Sergio Leone lo copiò senza dirlo, arrivò una lettera destinata a diventare leggenda.

by Mauro Terrone

Una lettera secca, arrivata sul tavolo di Sergio Leone dopo l’uscita di Per un pugno di dollari, condensa meglio di qualunque saggio chi fosse Akira Kurosawa. Kurosawa scrisse direttamente a Leone dicendo: “Signor Leone, ho appena avuto occasione di vedere il suo film. È un film molto bello, ma è il mio film.” Non era arroganza. Era la certezza di un autore che riconosceva la propria mano anche quando qualcun altro cercava di spacciarla per originale.

Quel film era Yojimbo, il samurai senza padrone del 1961. E quella vicenda dice tutto del posto che Kurosawa occupa nella storia del cinema: un regista talmente riconoscibile che le sue immagini restano sue anche dopo aver attraversato un oceano, cambiato genere e lingua.

Kurosawa nasce come pittore. Dopo essersi formato come pittore, tanto da disegnare gli storyboard dei suoi film come dipinti a grandezza naturale, entra nell’industria cinematografica nel 1936 come assistente alla regia, arrivando all’esordio dietro la macchina da presa con Sanshiro Sugata nel 1943. Questa origine non è un dettaglio biografico: è la chiave del suo stile. Ogni inquadratura è composta come una tela, con il movimento pensato dentro la cornice, non aggiunto dopo.

La cifra Kurosawa si definisce con un film che cambiò la percezione del cinema giapponese nel mondo. Dopo aver lavorato in una vasta gamma di generi, realizza il film della sua consacrazione internazionale, Rashomon del 1950, che vince il premio più alto alla Mostra di Venezia e rivela per la prima volta all’Occidente la ricchezza del cinema giapponese. Rashomon fa qualcosa che sembra semplice e invece è vertiginoso: racconta lo stesso fatto, un omicidio, da punti di vista inconciliabili, lasciando allo spettatore l’impossibilità di sapere dove sia la verità. Quel meccanismo narrativo è entrato talmente nel linguaggio comune da meritarsi un nome proprio, l’effetto Rashomon.

Da lì in avanti, la sua filmografia diventa una collezione di modelli che il resto del cinema continuerà a saccheggiare. I sette samurai del 1954, con i contadini che assoldano guerrieri per difendere il villaggio, viene rifatto a Hollywood come western. I suoi film sono stati riletti dai cineasti americani ed europei: Rashomon rifatto come The Outrage, I sette samurai come I magnifici sette, Yojimbo come Per un pugno di dollari e La fortezza nascosta come Guerre stellari.

Quest’ultimo legame merita una sosta. George Lucas ha citato La fortezza nascosta come una delle sue principali ispirazioni per Guerre stellari. Non è un caso isolato. L’influenza di Kurosawa attraversa generazioni di autori tra i più diversi. Federico Fellini lo considerava “il più grande esempio vivente di tutto ciò che un autore del cinema dovrebbe essere”, e Steven Spielberg ha indicato la visione cinematografica di Kurosawa come una forza che ha plasmato la propria.

C’è però un elemento umano che tiene insieme buona parte del suo cinema migliore, ed è il volto di un attore. Drunken Angel del 1948 segna la sua prima collaborazione con Toshiro Mifune, e nei decenni successivi i due realizzeranno sedici film insieme, con Mifune diventato associato al cinema di Kurosawa come John Wayne lo era ai film di John Ford, l’idolo dichiarato del regista giapponese. Il rapporto con Ford non è marginale: è la spia di come Kurosawa guardasse costantemente al western americano, per poi restituirlo trasformato. Ed è esattamente questo scambio a innescare il celebre contenzioso con Leone.

Perché il caso Yojimbo non è solo un aneddoto divertente, è la prova provata della forza di quelle immagini. Per un pugno di dollari è stato identificato come un remake non ufficiale del film di Kurosawa Yojimbo del 1961, cosa che portò a una causa vittoriosa da parte di Toho, la casa di produzione di Yojimbo. La vicenda giudiziaria ebbe conseguenze concrete e sorprendenti. Kurosawa e la Toho ricevettero il 15 per cento degli incassi del film, e Kurosawa guadagnò da questo accordo più denaro di quanto avesse guadagnato con Yojimbo stesso. Il capostipite dello spaghetti western, insomma, deve una parte del proprio DNA a un samurai giapponese. Chi voglia seguire quel filo può percorrere il nostro pillar sullo spaghetti western e il ritratto dedicato a Sergio Leone, dove la vicenda si guarda dall’altra sponda.

Vale la pena aggiungere una nota di onestà, perché la genealogia è più intricata di quanto le leggende vogliano. Lo stesso Kurosawa attingeva a piene mani dalla narrativa hard-boiled americana. Il romanzo detective a cui Leone si riferiva è The Glass Key di Dashiell Hammett del 1931, portato al cinema nel 1942, che lo stesso Kurosawa disse essere stato d’ispirazione per Yojimbo, anche se la trama del film è in realtà più vicina a un altro romanzo di Hammett, Red Harvest del 1929. Il western passa dall’America al Giappone e torna in Europa: Kurosawa è la cerniera di questo viaggio, non un punto d’arrivo.

La sua carriera non conobbe declino creativo, semmai difficoltà produttive. Dopo un tentativo di suicidio, Kurosawa continuò a realizzare diversi film, benché reperire finanziamenti nazionali fosse difficile nonostante la sua reputazione internazionale. Fu costretto a cercarli altrove, e a volte lontanissimo. Dersu Uzala, girato in Unione Sovietica e ambientato nella Siberia del primo Novecento, fu l’unico film di Kurosawa realizzato fuori dal Giappone e non in giapponese, racconta l’amicizia tra un esploratore russo e un cacciatore nomade e vinse l’Oscar per il miglior film in lingua straniera.

Le due opere della sua stagione più tarda restano tra le più imponenti mai firmate da un regista. Kagemusha, finanziato con l’aiuto dei suoi ammiratori più celebri, George Lucas e Francis Ford Coppola, racconta la storia di un uomo che è la controfigura di un signore feudale giapponese e ne assume l’identità dopo la morte del signore. E poi la vetta assoluta della vecchiaia, la sua rilettura shakespeariana. Ran era la versione kurosawiana del Re Lear, ambientata nel Giappone medievale, il più grande progetto della sua carriera tarda, che pianificò per un decennio cercando i fondi che ottenne infine con l’aiuto del produttore francese Serge Silberman.

Il riconoscimento ufficiale del mondo del cinema arrivò tardi e in forma particolare. Nel 1990 Kurosawa accettò l’Academy Honorary Award. Lui stesso non mancò di ironizzare sulla tempistica. Kurosawa scherzò dicendo che il premio onorario del 1990 gli era stato assegnato solo perché l’Academy pensava che sarebbe morto presto. A questo si aggiunsero onori di Stato di diversi paesi. Kurosawa fu nominato ufficiale della Legion d’onore francese nel 1984, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 1986, e fu il primo regista a ricevere l’Ordine della Cultura dal suo Giappone nel 1985.

Restò al lavoro fino alla fine, tenendo fede a un’idea di cinema in cui la scrittura veniva prima di tutto. La sua ultima regia è del 1993. Il suo primo film accreditato, Sanshiro Sugata, uscì nel 1943; l’ultimo, Madadayo, nel 1993. Kurosawa morì nel 1998, ma la sua penna sopravvisse alla macchina da presa: After the Rain è un film postumo del 1998 diretto dal più stretto collaboratore di Kurosawa, Takashi Koizumi, la cui sceneggiatura fu scritta da Akira Kurosawa.

Guardarlo oggi significa capire perché il suo nome resti un ponte tra Oriente e Occidente. Non solo per l’influenza esercitata, ma per un metodo di lavoro in cui ogni fotogramma è pensato, dipinto, difeso. Insieme a Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi forma quella triade giapponese che ha imposto il cinema del Sol Levante allo sguardo del mondo, tre sensibilità diversissime che rimandano ai rispettivi ritratti nella nostra rete. Kurosawa è quello che l’Occidente ha amato di più, forse perché parlava la sua lingua prima ancora che lui se ne accorgesse: quella del western, del melodramma, di Shakespeare. E poi gliela restituiva più affilata di come l’aveva presa.

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