Quando nel 2018 Solo: A Star Wars Story uscì nelle sale, fu accolto come il primo vero flop commerciale della saga. Il film incassò circa 393 milioni di dollari in tutto il mondo, a fronte di un budget produttivo stimato intorno ai 300 milioni: per raggiungere il pareggio, avrebbe dovuto superare i 600 milioni. Un risultato che, per uno Star Wars, suona come una sconfitta sonora. Molti analisti interpretarono l’underperformance come un sintomo di stanchezza da franchise: Solo era il quarto film della saga distribuito in ventinove mesi, e arrivò solo cinque mesi dopo The Last Jedi.
Eppure, mettere Alden Ehrenreich sul banco degli imputati sarebbe sbagliato. Le ragioni del naufragio commerciale furono molteplici: la saturazione del mercato, la cattiva stampa legata ai problemi dietro le quinte, persino il titolo. Nessuna di queste, però, aveva a che fare con la performance dell’attore nel ruolo del giovane Han.
Una produzione nata storta
Il film è noto per la sua produzione travagliata: i registi originali Christopher Miller e Phil Lord abbandonarono il progetto dopo quattro mesi e mezzo di riprese, citando divergenze creative. Ron Howard li sostituì e rigirò circa il 70% del film. Lo stile improvvisativo di Lord e Miller cozzava con la visione di Lucasfilm, e Lawrence Kasdan, co-autore della sceneggiatura, aveva espresso preoccupazioni sul fatto che i due si stessero allontanando troppo dal copione.
Ehrenreich si trovò quindi a costruire un personaggio iconico sotto la guida di due visioni registiche diametralmente opposte: un contesto in cui anche il più solido degli attori avrebbe potuto vacillare. Solo soffrì del cambio di regia a metà produzione, ma la sua interpretazione del giovane Han rimase consistente dall’inizio alla fine.
Non un’imitazione, ma un personaggio
Il nodo della questione non era tecnico, era quasi filosofico: come si rimpiazza Harrison Ford? La risposta di Ehrenreich fu di non provarci nemmeno. Lo spettatore non si trovava davanti a un giovane attore che imitava Harrison Ford, ma davanti al giovane Han Solo, con tutto il fascino che ricordiamo dalla trilogia originale e la naïveté propria della gioventù.
Il suo trampolino di lancio era stato Hail, Caesar! dei fratelli Coen nel 2016, film che gli valse un’ampia attenzione critica. Dopo Star Wars, invece di sparire, Ehrenreich ha continuato a costruire una carriera di sostanza. Nel 2023 ha recitato in Cocaine Bear e nel thriller Fair Play, oltre ad avere un ruolo di supporto in Oppenheimer di Christopher Nolan. Nel 2025 è apparso nella miniserie Marvel Ironheart e nel film horror Weapons. Nel 2026 ha fatto il suo debutto a Broadway, vincendo il Tony Award come miglior attore non protagonista in uno spettacolo.
Un percorso che racconta di un attore capace di navigare generi diversi con risultati concreti.

La porta non è chiusa
Ehrenreich non esclude un ritorno a Star Wars. In un’intervista, ha dichiarato che tornerebbe nel franchise come Han Solo, a patto di poter interpretare “la versione giusta” del personaggio. Ha spiegato: “È un personaggio così divertente, e la storia che ho raccontato è quella della formazione di Han Solo. Nell’ultimo pezzo del film ho potuto essere davvero l’Han Solo che tutti conosciamo, e se fosse la cosa giusta sarebbe bello interpretarlo in quel modo.”
Una risposta diplomatica, senza entusiasmo incondizionato, che tradisce la consapevolezza di quanto quella produzione fosse stata logorante. Vederlo rubare le scene in Oppenheimer e Weapons ha ricordato di che pasta sia fatto, sotto la guida dei registi più capaci.
Un show, non un film
Il formato giusto per riportarlo in scena, semmai, potrebbe non essere il grande schermo. Il problema principale di Solo era che non aveva bisogno di essere un film: funzionava meglio quando scavava nel passato tragico del personaggio e in come quel passato lo aveva plasmato, materia che si presta a una narrazione seriale. Sul piano narrativo, tra la fine di Solo e Episodio IV intercorrono circa dieci anni: uno spazio temporale con un potenziale reale per nuove storie legate alla vita da contrabbandiere di Han.
Del resto, dopo la deludente accoglienza di Solo, Lucasfilm aveva già ripensato la propria strategia, convertendo progetti su personaggi come Boba Fett e Obi-Wan Kenobi in serie per Disney+. Il modello esiste, ha funzionato in almeno alcuni casi, e potrebbe funzionare ancora.
La domanda vera non è se Ehrenreich sia all’altezza. Lo ha già dimostrato, in condizioni difficili. La domanda è se Lucasfilm abbia la volontà e la lucidità di rimettere in piedi un’occasione sprecata, questa volta con le fondamenta giuste.












