Pochi registi hanno cambiato il modo di guardare il cinema come Federico Fellini, e nessuno al punto da trasformare il proprio nome in un aggettivo. Quando diciamo che una scena è felliniana intendiamo un mondo preciso: il sogno, il grottesco, la sfilata di volti e di maschere, la malinconia nascosta sotto la festa. Eppure Fellini era partito dal cinema più ancorato alla realtà che esista, il neorealismo, e da lì se ne è allontanato fino a fare della fantasia e della memoria il vero soggetto dei suoi film.
Federico Fellini e l’addio al neorealismo
Prima di passare dietro la macchina da presa, Fellini aveva scritto per Roberto Rossellini, firmando alcune delle pagine fondanti del neorealismo. Ma con i suoi film il distacco è netto e rapido. Già con La strada, nel 1954, con Giulietta Masina nei panni della dolce Gelsomina, il cinema di Fellini smette di essere cronaca e diventa favola, una favola amara che gli vale l’Oscar per il miglior film straniero. Da quel momento la realtà gli interessa solo come punto di partenza per qualcosa di più grande e più interiore.

La dolce vita e 8½: il cuore del mito
Il salto definitivo arriva con La dolce vita, nel 1960, Palme d’Or a Cannes e un film che ha regalato al mondo due parole, “dolce vita” e “paparazzo”, quest’ultima dal nome di un personaggio. Con Marcello Mastroianni a fargli da alter ego, Fellini racconta una Roma notturna e disincantata che diventa simbolo di un’epoca. Poi, nel 1963, il suo capolavoro: 8½, il film su un regista incapace di girare il proprio film, cioè il cinema che si volta a guardare se stesso. Seguirà Amarcord, nel 1973, il ricordo sognante della sua Rimini. In tutto, quattro Oscar per il miglior film straniero, un primato, a cui si aggiunge l’Oscar alla carriera ricevuto pochi mesi prima della morte, nel 1993.
Fellini e Nino Rota: le immagini messe in musica
Gran parte di quel mondo non esisterebbe senza Nino Rota, che ha musicato quasi tutti i film di Fellini dai primi anni Cinquanta fino alla sua scomparsa, nel 1979. Le melodie da circo e da giostra di Rota sono inseparabili dalle immagini di Fellini: è impossibile pensare al finale di 8½, o ai temi di La strada e di Amarcord, senza sentirle suonare in testa. È uno di quei legami tra regista e compositore che il cinema concede a pochissimi, come Hitchcock con Bernard Herrmann o Sergio Leone con Ennio Morricone.
L’eredità di Fellini
Fellini non si è limitato a fare dei film: ha allargato ciò che al cinema era concesso di essere. Lo ha liberato dal dovere di riprodurre la realtà e lo ha aperto al sogno, alla memoria, alla vita interiore. È per questo che “felliniano” resiste come parola di uso comune, e che, a decenni dall’ultimo La voce della luna, le sue immagini sembrano ancora attuali. La misura di un maestro della regia, in fondo, non sono i film che ha girato, ma il territorio nuovo che ha aperto a tutti quelli venuti dopo di lui.












