Il portellone del mezzo da sbarco si abbassa e i primi uomini non fanno in tempo a mettere un piede in acqua. Le mitragliatrici tedesche li falciano dentro la barca. Chi si butta di lato affonda sotto il peso dello zaino, chi arriva a riva cerca riparo dietro i cavalli di Frisia mentre il sonoro si spegne e si riaccende con le esplosioni. È il 6 giugno 1944 a Omaha Beach, e sono i primi minuti di Salvate il soldato Ryan (1998) di Steven Spielberg: più di venti minuti di sbarco senza musica, senza eroi e quasi senza dialoghi.
Quella spiaggia, in realtà, è in Irlanda. Spielberg la trovò a Curracloe, nella contea di Wexford, e per girare la sequenza impiegò circa un mese, una troupe e un cast di oltre millecinquecento persone (tra cui un migliaio di riservisti e soldati dell’esercito irlandese) e circa 12 milioni di dollari, su un budget complessivo di 70. Una trentina di comparse erano persone amputate, a cui vennero applicate protesi da far saltare sotto i colpi. L’effetto fu tale che negli Stati Uniti, all’uscita del film, il Dipartimento per gli affari dei veterani attivò un numero verde per gli ex combattenti che reagivano male alla visione e chiese ai propri consulenti di tenersi pronti. Lo aveva già fatto una volta, dodici anni prima, per Platoon.
Un film capace di riaprire le ferite di chi la guerra l’ha vissuta davvero: è la misura del potere, e della responsabilità, del film di guerra. È il genere che più di ogni altro ha dovuto fare i conti con la realtà, con la propaganda e con la censura. E a nostro avviso è anche quello che racconta meglio come ogni epoca ha guardato alle proprie guerre.
Che cos’è il film di guerra
Il film di guerra mette al centro un conflitto armato, reale o immaginario, e il modo in cui travolge le persone che lo combattono o lo subiscono. Il cuore del genere è il combattimento, in trincea, in mare o nei cieli, ma intorno a quel nucleo si muove un territorio molto più vasto: i campi di prigionia, le retrovie, il fronte interno, il ritorno a casa dei reduci. Samuel Fuller, regista che la seconda guerra mondiale l’aveva fatta da fante e che la raccontò in Il grande uno rosso (1980), diceva che lo scopo di un film di guerra è far sentire la guerra allo spettatore.
Sui confini gli studiosi non sono d’accordo. La critica americana Jeanine Basinger sostiene che l’unico vero film di guerra sia il combat film, il film di combattimento, e ne ha fissato le regole: un eroe, un gruppo di uomini diversissimi per provenienza e carattere, un obiettivo militare da raggiungere, scene ricorrenti come l’arrivo della posta dal fronte. Altri allargano il campo fino a comprendere la commedia, la propaganda, il documentario e i film contro la guerra, che spesso si sovrappongono tra loro.
Il genere confina con l’action, da cui prende in prestito il ritmo e gli effetti speciali, e con il drammatico, da cui prende i personaggi e i dilemmi morali. La differenza sta nel peso della storia: il film d’azione usa la guerra come scenario, il film di guerra la usa come argomento. E porta con sé una domanda che nessun altro genere deve affrontare in modo così diretto: si può mostrare la violenza senza renderla spettacolare? François Truffaut, in un’intervista concessa nel 1973 al critico Gene Siskel, rispose di no: diceva di non aver mai visto davvero un film contro la guerra, perché ogni film sulla guerra finisce per essere a favore della guerra. La storia del genere è, in buona parte, la storia dei registi che hanno provato a dargli torto.

Le origini, dalle ricostruzioni sui tetti alle trincee della Grande guerra
Il film di guerra nasce insieme alla guerra ispano-americana del 1898. Il pubblico vuole vedere quello che legge sui giornali, e i primi produttori lo accontentano con brevi riprese dal vero e con ricostruzioni girate in studio. J. Stuart Blackton e Albert E. Smith, i fondatori della Vitagraph, raccontarono di aver girato su un tetto di New York Tearing Down the Spanish Flag, pochi secondi in cui una bandiera spagnola viene ammainata e sostituita da quella americana. Gli storici non sono nemmeno sicuri che quel film sia esistito con quel titolo, ma il principio era già chiaro: il cinema non documentava la guerra, la metteva in scena per un pubblico che voleva sentirsi dalla parte giusta.
Con la prima guerra mondiale tutti i paesi coinvolti scoprono il cinema come strumento di propaganda, e alla fine del conflitto Hollywood comincia a raccontarlo in grande. Ali (Wings, 1927) è affidato a William A. Wellman perché è l’unico regista di Hollywood ad aver combattuto come pilota. Il film costa 2 milioni di dollari, si gira in Texas con aerei e piloti messi a disposizione dall’esercito, e nel cast compare anche un giovane Gary Cooper in un piccolo ruolo. Alla prima edizione degli Oscar, nel 1929, vince il premio per il miglior film: il primo della storia va a un film di guerra.
All’ovest niente di nuovo, il primo grande film contro la guerra
Due anni dopo arriva il film che cambia il senso del genere. All’ovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone porta sullo schermo il romanzo di Erich Maria Remarque, veterano tedesco della Grande guerra: un gruppo di studenti si arruola pieno di entusiasmo patriottico e muore, uno dopo l’altro, nel fango del fronte occidentale. Lew Ayres è Paul Bäumer, il protagonista. Il finale, con Paul che si sporge dalla trincea per afferrare una farfalla e viene colpito da un cecchino, non è nel libro: è un’invenzione del film, girata quando gli attori avevano già lasciato il set. La mano che si allunga verso la farfalla è quella dello stesso Milestone.
Il film vince l’Oscar per il miglior film e per la regia, e in Germania scatena il caos. Alla prima berlinese del dicembre 1930 i giovani nazisti organizzati da Joseph Goebbels interrompono le proiezioni lanciando in sala bombe puzzolenti e topi bianchi, e nel giro di una settimana le autorità tedesche lo vietano. Nel 1931 lo vietano anche l’Austria e l’Italia fascista. Quasi un secolo dopo il romanzo è tornato al cinema con Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) di Edward Berger, prodotto per Netflix, con Felix Kammerer nel ruolo di Paul: ha vinto quattro Oscar, tra cui quello per il miglior film internazionale.

La grande illusione, il film che Goebbels non poteva sopportare
Nel 1937 Jean Renoir gira il film di guerra che non mostra quasi mai la guerra. La grande illusione si svolge in un campo di prigionia tedesco durante il primo conflitto mondiale: Jean Gabin è il tenente Maréchal, un ufficiale francese di origine operaia, Erich von Stroheim il comandante tedesco von Rauffenstein, un aristocratico che si sente più vicino ai nobili nemici che ai propri soldati. Il vero confine, suggerisce Renoir, non passa tra le nazioni ma tra le classi sociali. Goebbels lo fece vietare, e la Germania nazista ne distrusse quasi tutte le copie. Negli Stati Uniti, invece, divenne il primo film straniero candidato all’Oscar per il miglior film.
La seconda guerra mondiale, quando il cinema si arruola
Con l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto Hollywood si mette al servizio dello sforzo bellico. Frank Capra, il regista delle commedie della Columbia, firma per l’esercito la serie documentaria Perché combattiamo (Why We Fight), pensata per spiegare ai soldati il senso della guerra. Nei film di finzione nasce il modello del combat film: in Bataan (1943), il film che Basinger considera il prototipo del genere, un piccolo reparto di soldati di ogni provenienza resiste fino all’ultimo uomo ai giapponesi nelle Filippine.
Finita la guerra, il cinema si accorge dei reduci. I migliori anni della nostra vita (1946) di William Wyler racconta il difficile ritorno a casa di tre ex militari, e uno di loro è interpretato da Harold Russell, un veterano vero che aveva perso entrambe le mani durante un addestramento: per quel ruolo ricevette due Oscar, uno come attore non protagonista e uno onorario. Poi, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, arrivano i grandi kolossal: Il ponte sul fiume Kwai (1957) di David Lean, che vince sette Oscar, Il giorno più lungo (1962), che ricostruisce lo sbarco in Normandia con un cast di divi da tutto il mondo, La grande fuga (1963), con la fuga in moto di Steve McQueen dal campo di prigionia.
Dall’altra parte della cortina di ferro la guerra è il genere dominante del cinema sovietico. Quando volano le cicogne (1957) di Michail Kalatozov, la storia di una ragazza che aspetta il fidanzato partito per il fronte, vince la Palma d’oro a Cannes nel 1958. Quasi trent’anni dopo Elem Klimov firma con Va’ e vedi (1985) uno dei film di guerra più duri mai girati: l’occupazione tedesca della Bielorussia vista attraverso gli occhi di un ragazzino, interpretato dal quattordicenne non professionista Aleksej Kravčenko. Il titolo viene dall’Apocalisse, e sul set si usarono spesso proiettili veri invece che a salve: Kravčenko ha raccontato che a volte gli passavano a una decina di centimetri sopra la testa.
Orizzonti di gloria e il cinema contro la guerra
Il film contro la guerra non mostra il nemico: mostra la macchina militare che divora i propri uomini. Il modello è Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubrick. Kirk Douglas è il colonnello Dax, che difende davanti alla corte marziale tre soldati francesi accusati di codardia dopo un attacco suicida ordinato da un generale in cerca di gloria. Il romanzo di Humphrey Cobb da cui è tratto si ispirava a un caso reale, quello dei caporali di Souain, quattro soldati fucilati nel 1915 e riabilitati solo nel 1934. L’esercito francese si oppose al film, che non venne girato in Francia e nelle sale francesi arrivò soltanto negli anni Settanta; in Spagna, per l’opposizione del regime franchista, fu proiettato solo nel 1986. Nella scena finale una giovane prigioniera tedesca canta una canzone popolare davanti ai soldati che la deridono, finché la sala ammutolisce: l’attrice, accreditata come Susanne Christian, era Christiane Harlan, che conobbe Kubrick sul set e divenne sua moglie.
Accanto alla denuncia nasce la risata amara. La commedia entra in guerra con Il dottor Stranamore (1964), ancora Kubrick, e con M*A*S*H (1970) di Robert Altman, che racconta un ospedale da campo in Corea pensando al Vietnam e vince il premio principale del Festival di Cannes. Ridere della guerra, in questi film, è un altro modo di dire che è assurda.
Il Vietnam, la guerra che Hollywood non riusciva a raccontare
Durante il conflitto in Vietnam Hollywood lo evita quasi del tutto. L’eccezione più nota è Berretti verdi (1968), con John Wayne, un film apertamente schierato a favore dell’intervento americano. I grandi film sul Vietnam arrivano solo dopo la fine della guerra e cambiano il genere per sempre: niente più missioni gloriose, ma soldati smarriti in una guerra di cui nessuno capisce il senso. Il cacciatore (1978) di Michael Cimino segue tre amici operai della Pennsylvania prima, durante e dopo il fronte, e vince l’Oscar per il miglior film.

Apocalypse Now, un set diventato una guerra
Francis Ford Coppola sposta Cuore di tenebra di Joseph Conrad dal Congo coloniale al Vietnam e lo gira nelle Filippine, dove il governo di Ferdinand Marcos gli mette a disposizione mezzi militari. Le riprese previste in cinque mesi durano 238 giorni, tra il marzo 1976 e il maggio 1977. Harvey Keitel, scelto come protagonista, viene sostituito dopo poche settimane da Martin Sheen. Nel maggio 1976 il tifone Olga distrugge buona parte dei set. Nel marzo 1977 Sheen ha un infarto quasi fatale, che la produzione fa passare per un colpo di calore per non spaventare i finanziatori, e per alcune scene lo sostituisce il fratello Joe Estevez. Tutto questo è finito in un documentario, Hearts of Darkness (1991).
Alla conferenza stampa di Cannes, nel 1979, Coppola pronuncia la frase che riassume il film: «Il mio film non parla del Vietnam, è il Vietnam». Apocalypse Now divide la Palma d’oro con Il tamburo di latta di Volker Schlöndorff e vince l’Oscar per il sonoro, curato tra gli altri da Walter Murch: la disposizione dei suoni intorno allo spettatore che Murch progetta per gli elicotteri diventerà lo standard del suono 5.1, come abbiamo raccontato nel pezzo sul sound designer.
Platoon e Full Metal Jacket, il Vietnam visto dai soldati
Negli anni Ottanta il Vietnam scende al livello del terreno. Oliver Stone, che in Vietnam aveva combattuto come fante, porta la propria esperienza in Platoon (1986), Oscar per il miglior film: una giungla dove il nemico è invisibile e la vera battaglia si combatte tra due sergenti dello stesso plotone. L’anno dopo Kubrick risponde con Full Metal Jacket (1987), girato interamente in Inghilterra, con le rovine della città vietnamita di Huế ricostruite in un vecchio impianto del gas alla periferia di Londra. La prima metà, l’addestramento delle reclute, è dominata dal sergente Hartman di R. Lee Ermey, un vero ex istruttore dei marine arrivato sul set come consulente e rimasto davanti alla macchina da presa. Su quel film è in arrivo anche un documentario con interviste inedite a Kubrick.
Spielberg, Malick e il ritorno della seconda guerra mondiale
Il 1998 è l’anno in cui il film di guerra rinasce. Salvate il soldato Ryan parte da una storia vera, quella dei fratelli Niland raccontata dallo storico Stephen E. Ambrose: lo sceneggiatore Robert Rodat ne trae la missione del capitano Miller, interpretato da Tom Hanks, mandato con la sua squadra a cercare dietro le linee nemiche l’ultimo di quattro fratelli ancora vivo. Prima delle riprese il consulente militare Dale Dye, ex ufficiale dei marine, sottopone gli attori principali a sei giorni di addestramento al freddo e sotto la pioggia, con poche ore di sonno a notte.
Il realismo dello sbarco nasce soprattutto dal lavoro del direttore della fotografia Janusz Kamiński. Kamiński desatura i colori fino a renderli quasi grigi, toglie lo strato protettivo da alcune lenti per ottenere un’immagine più sporca e modifica l’otturatore della macchina da presa per dare ai movimenti un effetto scattoso e nervoso. È una scelta che non si può correggere in post produzione, e infatti Kamiński la considerava rischiosa. Il film vince cinque Oscar, tra cui regia, fotografia, il montaggio di Michael Kahn (il montatore storico di Spielberg) e due per il sonoro, ma perde quello per il miglior film contro Shakespeare in Love.
Nello stesso anno Terrence Malick torna alla regia dopo vent’anni di silenzio con La sottile linea rossa, ambientato a Guadalcanal: un film di guerra contemplativo, fatto di voci fuori campo e di natura indifferente agli uomini che si uccidono, che vince l’Orso d’oro a Berlino. Spielberg e Hanks, intanto, portano la seconda guerra mondiale in televisione con la miniserie Band of Brothers (2001). Nel 2006 Clint Eastwood racconta la battaglia di Iwo Jima due volte, dal punto di vista americano in Flags of Our Fathers e da quello giapponese in Lettere da Iwo Jima. Per chi vuole una selezione dei titoli imperdibili, abbiamo raccolto i migliori film di guerra, da La battaglia di Hacksaw Ridge in giù.

Il film di guerra oggi, dall’Iraq al tempo reale
Con il nuovo secolo il genere si sposta sulle guerre contemporanee. Black Hawk Down (2001) di Ridley Scott ricostruisce la battaglia di Mogadiscio del 1993. The Hurt Locker (2008) di Kathryn Bigelow segue una squadra di artificieri in Iraq: lo sceneggiatore Mark Boal era stato due settimane al seguito di un’unità simile come giornalista, e Jeremy Renner interpreta il sergente William James, un personaggio costruito su più soldati conosciuti da Boal. Il film vince sei Oscar e Bigelow diventa la prima donna a vincere quello per la regia, nella stessa notte in cui era in gara l’Avatar del suo ex marito James Cameron.
L’altra grande novità degli ultimi anni è il tempo. In Dunkirk (2017) Christopher Nolan trasforma l’evacuazione del 1940 in una corsa contro l’orologio, scandita dalla colonna sonora di Hans Zimmer. In 1917 (2019) Sam Mendes porta sullo schermo un ricordo del nonno Alfred, che durante la Grande guerra veniva mandato a portare messaggi attraverso la terra di nessuno perché era basso e nella nebbia non lo si vedeva: due soldati britannici devono consegnare un ordine che può salvare 1.600 uomini, in un film costruito per sembrare un unico piano sequenza. Lo ha fotografato Roger Deakins, premiato con l’Oscar, come abbiamo ricordato nel pezzo sul direttore della fotografia. Fino a Warfare (2025), uscito in Italia come Warfare – Tempo di guerra: Alex Garland e l’ex Navy SEAL Ray Mendoza ricostruiscono in tempo reale una missione a Ramadi, in Iraq, nel 2006, basandosi sui ricordi di Mendoza e dei suoi compagni.
Come si fa un film di guerra: consulenti, esercito e suono
Dietro ogni film di guerra c’è una macchina produttiva particolare. La prima figura chiave è il consulente militare, quasi sempre un ex soldato, che insegna agli attori a muoversi, a tenere un’arma, a parlare come veri commilitoni. Dale Dye, oltre a Salvate il soldato Ryan, ha lavorato tra gli altri su Platoon e Band of Brothers, e sul set di Spielberg restò accanto agli attori per tutte le riprese, per tenerli dentro il personaggio. I campi di addestramento prima delle riprese servono anche a costruire il gruppo: sullo schermo deve sembrare un plotone, non un cast.
La seconda questione è il rapporto con le forze armate, che fin da Ali forniscono mezzi, basi e consulenze ai film che le rappresentano in modo gradito. È uno scambio che pesa: Orizzonti di gloria fu girato in Germania, lontano da un esercito francese che lo osteggiava, e Coppola trovò nelle Filippine di Marcos i mezzi per Apocalypse Now. Infine il suono, che nel film di guerra conta quanto le immagini. Il fischio delle pallottole, le esplosioni che rendono sordi i personaggi, il silenzio improvviso: è lì che lavorano il sound designer e il rumorista, ed è lì che lo spettatore smette di guardare la battaglia e comincia a sentirsela addosso.

Il film di guerra in Italia, da Rossellini a Olmi
Il 4 novembre 2014, anniversario della fine della prima guerra mondiale per l’Italia, Ermanno Olmi presentò a Roma Torneranno i prati, alla presenza del Presidente della Repubblica, e lo stesso giorno il film venne proiettato in un centinaio di paesi, anche nelle basi dei contingenti italiani all’estero. Ambientato nelle trincee innevate dell’Altopiano di Asiago dopo le battaglie del 1917, con Claudio Santamaria nel ruolo del maggiore, è stato l’ultimo film di Olmi. Ed è l’ultimo capitolo di una tradizione che il cinema italiano ha costruito quasi sempre contro la retorica.
Durante il fascismo il film di guerra è propaganda. Luciano Serra pilota (1938) di Goffredo Alessandrini, con Amedeo Nazzari aviatore che muore in Etiopia per salvare il figlio, è supervisionato da Vittorio Mussolini, figlio del duce, e vince la Coppa Mussolini alla Mostra di Venezia. Tra gli sceneggiatori c’è un giovane Roberto Rossellini, che pochi anni dopo cambierà radicalmente il modo di raccontare la guerra. Con Roma città aperta (1945) e Paisà (1946), girati tra le macerie, con attori professionisti accanto a gente presa dalla strada, Rossellini inventa il neorealismo e mostra il conflitto dal punto di vista dei civili, dei partigiani, delle vittime.
La grande guerra di Monicelli e il Leone d’oro diviso con Rossellini
Il capolavoro italiano del genere è una commedia, e non è un caso. La grande guerra (1959) di Mario Monicelli nasce da un’idea di Luciano Vincenzoni ispirata al racconto Due amici di Guy de Maupassant, ed è scritto con Age e Scarpelli attingendo anche a Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu. Alberto Sordi è il romano Oreste Jacovacci, Vittorio Gassman il milanese Giovanni Busacca: due imboscati che fanno di tutto per evitare il fronte, finché, catturati dagli austriaci dopo Caporetto, scelgono di farsi fucilare piuttosto che tradire. Il film venne attaccato perché mostrava i soldati laceri e sporchi, in un’epoca in cui la Grande guerra era ancora raccontata come un’epopea, e lo stesso produttore Dino De Laurentiis provò all’inizio a convincere Monicelli a ripulirli. Alla Mostra di Venezia del 1959 divise il Leone d’oro con Il generale Della Rovere di Rossellini, in cui Vittorio De Sica è un truffatore costretto dai nazisti a fingersi un generale badogliano e che finisce per morire da eroe, su un soggetto nato dall’esperienza di Indro Montanelli nel carcere di San Vittore.
La strada aperta da Monicelli porta alla commedia all’italiana più amara. In Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini, Sordi è il sottotenente Innocenzi, sbandato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, che attraversa un’Italia allo sfascio fino a unirsi alla rivolta delle Quattro giornate di Napoli, a cui Nanni Loy dedicherà un film due anni dopo.

Da Uomini contro a Mediterraneo
Il film di guerra italiano più duro è Uomini contro (1970) di Francesco Rosi, liberamente tratto da Lussu: sull’Altopiano di Asiago, nel 1916, il tenente Sassu (Mark Frechette) e il tenente Ottolenghi (Gian Maria Volonté) si ribellano agli ordini assurdi del generale Leone (Alain Cuny), che manda i suoi uomini al massacro per riconquistare il Monte Fior. Rosi fu denunciato per vilipendio dell’esercito e poi prosciolto, e il film venne ritirato da alcune sale. Pochi anni prima Gillo Pontecorvo aveva vinto il Leone d’oro con La battaglia di Algeri (1966), la guerra d’indipendenza algerina girata quasi come un documentario e interpretata in gran parte da non professionisti: in Francia restò vietato fino al 1971.
Negli anni Novanta la guerra torna sotto forma di malinconia con Mediterraneo di Gabriele Salvatores, otto soldati dimenticati su un’isola greca che vince l’Oscar per il miglior film straniero. Nel 2002 Enzo Monteleone racconta la battaglia nel deserto egiziano con El Alamein – La linea del fuoco, con Paolo Briguglia volontario universitario e Pierfrancesco Favino sergente veneto: un film che non celebra nessuno e mostra un esercito mandato a combattere senza acqua, senza mezzi e senza speranza.
Perché il film di guerra non smette di servire
Truffaut aveva ragione a metà. Il cinema rende spettacolare tutto quello che inquadra, e anche il film più cupo può trasformare una battaglia in un’esperienza eccitante. Ma la storia del genere dimostra anche il contrario: un film può fare paura alla propaganda, al punto che Goebbels mandava i suoi a lanciare topi in sala e i governi di mezza Europa vietavano Remarque, Renoir e Kubrick. Molti dei film di guerra che contano sono quelli che qualcuno ha cercato di non far vedere.
E poi ci sono gli spettatori che la guerra l’hanno fatta davvero. Il numero verde aperto nel 1998 per i veterani dice più di qualsiasi recensione: quando un film riesce a far riconoscere la propria esperienza a chi era su quella spiaggia, ha smesso di essere intrattenimento ed è diventato memoria. È per questo che il film di guerra, a ogni generazione, torna a raccontare le stesse trincee e le stesse spiagge: perché chi le ha vissute se ne va, e resta solo il cinema a ricordarle. Per orientarsi tra gli altri generi, il punto di partenza è la nostra guida ai generi del cinema.








