Home Curiosità‘Dunkirk’, la guerra secondo Nolan è una corsa col tempo

‘Dunkirk’, la guerra secondo Nolan è una corsa col tempo

Ottava tappa del nostro viaggio nella filmografia di Christopher Nolan. Con Dunkirk il regista firma il suo film più essenziale e sperimentale, un kolossal bellico costruito interamente sulla tensione, dove il vero nemico non è l'esercito tedesco ma il tempo che scorre.

by Mauro Terrone

Quattrocentomila uomini stipati su una spiaggia, con il mare alle spalle e il nemico che avanza, in attesa di un salvataggio che potrebbe non arrivare. Da questa immagine di attesa disperata Christopher Nolan ricava Dunkirk, il suo decimo film, uscito nel 2017, e insieme la sua opera più coraggiosa e insolita. Dopo aver piegato il tempo tra le stelle in Interstellar, il regista lo affronta qui nella sua forma più concreta e angosciante, quella dell’orologio che scandisce i minuti che restano da vivere. Dunkirk è un war movie che rinuncia a quasi tutto ciò che ci si aspetta dal genere, nessun eroe, pochissime parole, nessuna spiegazione, per trasformare una pagina di storia in un’esperienza sensoriale quasi insostenibile. È il film in cui Nolan si avvicina di più al cinema puro.

La ritirata che divenne un miracolo

La vicenda è reale ed è uno dei momenti fondanti della storia europea del Novecento. Nel maggio del 1940, dopo l’invasione tedesca della Francia, centinaia di migliaia di soldati britannici e alleati si ritrovano circondati sulle spiagge di Dunkerque, nel nord della Francia, con l’unica via di fuga rappresentata dal Canale della Manica. È la cosiddetta Operazione Dynamo, l’evacuazione che, grazie anche all’aiuto di centinaia di piccole imbarcazioni civili, riuscì a portare in salvo oltre trecentomila uomini, spostando di fatto le sorti della guerra.

Nolan non racconta questa storia dall’alto, con generali e mappe, ma la vive dal basso, attraverso lo sguardo di pochi uomini spaventati. C’è il giovane soldato Tommy, interpretato dall’esordiente Fionn Whitehead, che sulla spiaggia cerca disperatamente un modo per imbarcarsi. C’è il signor Dawson, un civile interpretato da Mark Rylance, che attraversa la Manica con la sua piccola barca per andare a salvare chi può. E c’è il pilota Farrier, interpretato da Tom Hardy, che dall’alto del suo Spitfire protegge l’evacuazione con il carburante che si esaurisce. Attorno a loro un cast corale che comprende Kenneth Branagh, Cillian Murphy, e al suo debutto sul grande schermo il cantante Harry Styles.

La mano del regista, tre orologi che battono insieme

La grande invenzione di Dunkirk è strutturale, e riporta il tempo al centro del cinema di Nolan in una forma mai vista prima. Il film è diviso in tre linee narrative, corrispondenti ai tre scenari della battaglia e ai tre elementi naturali: la terra, cioè il molo, che copre una settimana; il mare, cioè la traversata delle imbarcazioni civili, che copre un giorno; e il cielo, cioè i caccia della RAF, che copre appena un’ora. Nolan monta queste tre durate diverse in modo che scorrano simultaneamente sullo schermo e si intreccino, spacciandole per tempi equivalenti. È lo stesso principio di manipolazione temporale già visto in Memento, portato qui a un livello di astrazione che fa del montaggio il vero protagonista del film.

A questa architettura corrisponde una scelta sonora altrettanto radicale, ed è il ponte diretto con la tappa precedente. La colonna sonora di Hans Zimmer, alla sua sesta collaborazione con il regista, è costruita attorno alla scala Shepard, un’illusione uditiva che dà la sensazione di un tono in perenne, continua ascesa, senza mai raggiungere un culmine. È lo stesso trucco sonoro che Nolan aveva sperimentato in The Prestige, e qui la sceneggiatura stessa è stata scritta per assecondarlo, così che l’intero film sembri stringere la tensione senza mai allentarla. Alla base di tutto, un dettaglio rivelatore: Zimmer compose le musiche partendo dalla registrazione del ticchettio dell’orologio da taschino personale di Nolan. Il tempo, ancora una volta, non è solo il tema, è letteralmente il battito del film.

Non manca, portata all’estremo, la firma della concretezza fisica. Dunkirk fu girato per circa tre quarti in formato IMAX, la percentuale più alta di ogni film di Nolan fino ad allora, con le pesanti cineprese IMAX usate per la prima volta a mano, montate persino sui caccia in volo. Il regista rifiutò quanto più possibile la computer grafica: usò veri cacciatorpediniere d’epoca, autentici Spitfire della Seconda guerra mondiale, e per le scene in mare la Moonstone, una piccola imbarcazione degli anni Trenta che aveva davvero preso parte all’evacuazione. Per simulare un esercito immenso in lontananza, invece di riempire lo schermo di soldati digitali, fece disporre sagome di cartone. Il risultato è un’immersione totale, un film che non guardi ma dentro cui ti senti intrappolato.

I temi, ovvero sopravvivere non è vincere

Dunkirk ribalta la retorica classica del film di guerra. Non ci sono eroi in senso tradizionale, non ci sono discorsi patriottici, e il nemico tedesco non ha quasi mai un volto: è una minaccia invisibile che incombe dal cielo e dal mare. Nolan non è interessato alla gloria, ma alla sopravvivenza, alla paura nuda di uomini comuni che vogliono soltanto tornare a casa. La grande domanda morale del film non è come si vince una guerra, ma cosa si è disposti a fare per restare vivi, e quanto quel desiderio di sopravvivere possa entrare in conflitto con la solidarietà verso gli altri.

In questo senso, il vero antagonista di Dunkirk è il tempo. Non un esercito, ma la marea che sale, il carburante che finisce, i minuti che passano mentre la salvezza resta lontana. È il punto d’arrivo più coerente della lunga riflessione che percorre tutto questo viaggio, dalla memoria a ritroso di Memento fino alla relatività di Interstellar. Qui il tempo perde ogni astrazione concettuale e diventa pura, fisica angoscia: la clessidra che scandisce la distanza tra la vita e la morte. E se il film commuove, non è per un singolo destino eroico, ma per il gesto collettivo di un popolo intero, quelle piccole barche di civili che attraversano il mare per riportare a casa i propri ragazzi. La vittoria, suggerisce Nolan, a volte è semplicemente sopravvivere, e continuare.

Il film più corto, il successo più grande

Dunkirk segnò diversi record nella carriera del regista. Con i suoi centosei minuti è il suo film più breve dai tempi dell’esordio Following, una scelta di essenzialità quasi provocatoria per un autore abituato a durate monumentali. Prodotto con circa cento milioni di dollari, ne incassò oltre cinquecentoventicinque nel mondo, diventando il film di guerra con il maggior incasso di sempre, primato che avrebbe poi ceduto solo a un altro film dello stesso Nolan, Oppenheimer. La critica lo accolse come un trionfo, con più di un osservatore pronto a definirlo uno dei più grandi film di guerra mai realizzati, e alla notte degli Oscar conquistò tre statuette tecniche a fronte di otto candidature, compresa quella per il miglior film e la miglior regia.

Curiosamente, la sua anteprima mondiale si tenne all’Odeon di Leicester Square a Londra, lo stesso storico cinema che pochi giorni fa ha ospitato la prima di The Odyssey: un piccolo filo che lega l’inizio e il futuro di questo percorso. Tra i volti di Dunkirk, poi, c’è quel Cillian Murphy che di lì a pochi anni Nolan avrebbe eletto protagonista assoluto della sua opera più premiata. Perché dopo aver spinto l’astrazione temporale fino al limite estremo con il film successivo, il regista avrebbe sentito il bisogno di tornare alla Storia, a un uomo reale e al peso insostenibile delle sue scelte. Ma prima di arrivare a quel vertice, lo attendeva l’esperimento più freddo e vertiginoso di tutti. Ed è lì che ci porta la prossima tappa.

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