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Il montatore, chi scrive il film una seconda volta

Sceglie cosa tenere, in che ordine e con quale ritmo: il montatore dà forma definitiva al film in sala di montaggio, ed è lì che una storia trova davvero il suo passo, la sua tensione, il suo senso.

by Mauro Terrone

Lo stesso materiale girato può diventare due film diversi, a seconda di come viene montato. Una pausa di un secondo in più, un taglio anticipato, due immagini accostate nell’ordine giusto: a volte basta questo a trasformare una scena in suspense, in comicità o in commozione. È il lavoro del montatore, il mestiere più invisibile e forse più sottovalutato del cinema, eppure uno di quelli che decidono davvero la riuscita di un film.

Cosa fa, di preciso, il montatore

Il montatore assembla il materiale girato e costruisce il film nella sua forma definitiva. Sceglie quali riprese usare tra le tante a disposizione, decide in che ordine montarle, dosa la durata di ogni inquadratura e il ritmo del racconto, raccorda le scene perché il passaggio dall’una all’altra funzioni. In sintesi, prende migliaia di frammenti e li trasforma in una storia che scorre. Lavora in post-produzione, quando le riprese sono finite, ma le sue scelte pesano sul risultato finale quanto quelle di chiunque altro.

Il film si scrive una seconda volta

Un principio noto fin dagli albori del cinema dice che il significato nasce dall’accostamento: due immagini, messe una dopo l’altra, generano un senso che nessuna delle due aveva da sola. È su questo che lavora il montatore. Scegliendo cosa tenere e cosa tagliare, dove indugiare e dove accelerare, di fatto riscrive il film. Un buon montaggio può salvare riprese deboli, uno sbagliato può affondare anche le immagini più belle. Per questo si dice che il film, in sala di montaggio, si scrive una seconda volta.

Un dialogo strettissimo con il regista

Il montatore è, in post-produzione, il più stretto collaboratore del regista. Insieme rivedono il materiale, provano soluzioni, tagliano scene a cui magari il regista era affezionato ma che non servono al film. Spesso è l’occhio più lucido e meno innamorato delle riprese, capace di dire cosa funziona e cosa no. Le collaborazioni più celebri durano decenni proprio perché si fondano su questa fiducia. [LINK: serie I Maestri della regia]

I grandi della moviola

Il caso più noto è quello di Thelma Schoonmaker, da oltre cinquant’anni montatrice di tutti i film di Martin Scorsese: ha vinto tre premi Oscar, per Toro scatenato, The Aviator e The Departed – Il bene e il male. Stesso numero di statuette per Michael Kahn, storico montatore di Steven Spielberg, premiato per I predatori dell’arca perduta, Schindler’s List – La lista di Schindler e Salvate il soldato Ryan. Da ricordare anche Walter Murch, montatore e sound designer di Apocalypse Now e Il paziente inglese, uno dei pochissimi ad aver vinto nello stesso anno l’Oscar per il montaggio e quello per il suono. Nomi quasi sconosciuti al grande pubblico, eppure il ritmo di alcuni dei film più amati di sempre è opera loro.

Un’arte invisibile che decide tutto

Il bello del montaggio è che, quando è fatto bene, non si vede. Notiamo un’interpretazione, una fotografia, una colonna sonora, ma quasi mai i tagli che tengono insieme tutto. Eppure è lì, nel ritmo con cui le immagini si succedono, che un film respira o si inceppa. La prossima volta che una scena vi terrà col fiato sospeso, ricordate che a deciderne il tempo è stato qualcuno in sala di montaggio. [LINK: Chi fa cosa sul set di un film]

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