Una cameretta al buio, la porta dell’armadio socchiusa, un’ombra enorme che si allunga sul letto. Il mostro nascosto nell’armadio è una delle prime paure dell’infanzia, e la Pixar ha avuto l’idea di raccontarlo dall’altra parte della porta: e se il mostro fosse soltanto un impiegato che timbra il cartellino, e se avesse più paura lui del bambino? Da questa domanda è nato Monsters & Co., uno dei film più amati dello studio di Emeryville.
Negli Stati Uniti Monsters & Co. usciva il 2 novembre 2001, esattamente venticinque anni fa. In Italia sarebbe arrivato solo il 15 marzo 2002. Era il quarto lungometraggio della Pixar dopo i due Toy Story e A Bug’s Life, il primo non diretto da John Lasseter e il debutto alla regia di Pete Docter, affiancato da Lee Unkrich e David Silverman. Con quel film la Pixar ha dimostrato di saper costruire un mondo intero partendo da zero, senza giocattoli o insetti reali a cui appoggiarsi.
La genesi di Monsters & Co.: un pranzo nel 1994 e un’idea molto diversa
Tutto comincia con un pranzo nel 1994, mentre Toy Story è quasi finito. Al tavolo dell’Hidden City Café, a Point Richmond, siedono John Lasseter, Pete Docter, Andrew Stanton e Joe Ranft. Da quella sola chiacchierata escono le idee che diventeranno A Bug’s Life, Alla ricerca di Nemo, WALL•E e un film sui mostri. Il locale era così caro a Docter che il progetto, per anni, ha avuto come nome in codice proprio Hidden City.
Lo spunto, Docter lo ha raccontato più volte, veniva dalla lavorazione di Toy Story: in tanti gli confessavano di aver creduto, da piccoli, che i giocattoli si animassero quando uscivano dalla stanza. Se i giocattoli funzionavano, ragionò, anche i mostri dell’armadio potevano funzionare.

La prima versione, però, era un altro film. Al centro c’era un uomo di trent’anni perseguitato dai mostri che aveva disegnato in un quaderno da bambino: ognuno rappresentava una sua paura, e sconfiggere quella paura faceva sparire il mostro corrispondente. Mike Wazowski non esisteva. La bambina umana, quando arrivò, aveva sei anni, e fu ringiovanita in corsa: Docter spiegò che più era piccola, più dipendeva da Sulley, e più il loro rapporto diventava forte. Il personaggio di Mike nacque invece da un disegno di Ricky Nierva, un occhio che cammina, attorno al quale si costruì la classica coppia di opposti: uno enorme e tranquillo, l’altro piccolo e chiacchierone.
Docter si mise al lavoro sul serio nel 1996, mentre il resto dello studio era impegnato con A Bug’s Life e Toy Story 2. Lasseter, per la prima volta nella storia della Pixar, fece un passo indietro e lasciò il progetto nelle sue mani. Il soggetto porta la firma di Docter con Jill Culton, Jeff Pidgeon e Ralph Eggleston, la sceneggiatura quella di Andrew Stanton e Dan Gerson, la colonna sonora quella di Randy Newman.
La trama: una città che va avanti a urla
Mostropoli è una città che si alimenta con le urla dei bambini. Le raccoglie la Monsters & Co., una fabbrica dove gli spaventatori attraversano ogni notte migliaia di porte che si aprono direttamente nelle camerette del mondo umano. Il campione dell’azienda è James P. Sullivan, per tutti Sulley, un gigante dal pelo azzurro a macchie viola. Al suo fianco lavora Mike Wazowski, piccolo, verde, con un occhio solo: assistente, coinquilino e migliore amico.

Il guaio è che i bambini si spaventano sempre meno, l’energia scarseggia e l’amministratore Henry J. Waternoose cerca disperatamente una soluzione. Intanto Randall Boggs, rivale di Sulley capace di mimetizzarsi come un camaleonte, trama nell’ombra. Per i mostri i bambini sono creature tossiche, da non toccare per nessuna ragione. Così, quando una bambina di due anni attraversa per sbaglio una porta e finisce in fabbrica, scoppia il panico. Sulley la chiama Boo, e invece di liberarsene finisce per affezionarsi.
La scoperta che chiude il film è il suo cuore: la risata di un bambino produce molta più energia di un urlo. Una fabbrica costruita sulla paura scopre di avere sempre avuto a disposizione una fonte migliore, e cambia mestiere.
Le voci originali: Goodman, Crystal e una bambina vera
John Goodman è Sulley, Billy Crystal è Mike. Per Crystal era una rivincita: anni prima Lasseter gli aveva proposto Buzz Lightyear in Toy Story e lui aveva rifiutato, scelta che ha poi definito una delle più sciocche della sua carriera. Quando Docter lo chiamò per Mike, accettò senza pensarci. I due attori registrarono spesso insieme nella stessa stanza, una rarità nell’animazione, dove di solito ogni interprete lavora da solo: buona parte della chimica tra Mike e Sulley nasce da lì.
Steve Buscemi presta la voce viscida di Randall, James Coburn, il duro di tanti western e film d’azione, dà autorità a Waternoose, Jennifer Tilly è Celia, la receptionist con i serpenti al posto dei capelli e fidanzata di Mike.
Boo, invece, è una bambina vera. Mary Gibbs, nata nel 1996, era la figlia di uno degli artisti che lavoravano alla storia del film. Troppo piccola per leggere un copione, non recitava battute: i genitori aiutavano la squadra a ricreare situazioni di gioco per ottenere da lei le reazioni giuste, e i suoi versi, le risate e le parole a metà venivano registrati e montati. È per questo che Boo suona così spontanea.
Le voci italiane: Adalberto Maria Merli e Tonino Accolla
Il doppiaggio italiano è uno dei motivi per cui il film è rimasto così caro al pubblico di casa nostra. Sulley ha la voce profonda e rassicurante di Adalberto Maria Merli, attore di cinema e teatro che anni dopo avrebbe doppiato anche Mr. Incredible negli Incredibili e David Carradine in Kill Bill.

Mike è Tonino Accolla, una delle voci più riconoscibili del doppiaggio italiano: Homer Simpson per oltre vent’anni, Eddie Murphy, il Timon del Re Leone. La parlantina nevrotica di Mike sembra cucita su di lui. Accolla è morto nel 2013, e riascoltare oggi il film significa ritrovare anche una delle sue interpretazioni più amate. Di come si scelgono le voci italiane abbiamo parlato nel nostro approfondimento sul direttore del doppiaggio.
La sfida tecnica: i 2.320.413 peli di Sulley
A Bug’s Life e Toy Story potevano appoggiarsi a oggetti reali, plastica e insetti. Monsters & Co. no: ogni creatura andava inventata da zero, e la più grande di tutte era coperta di pelo. Sulley ha 2.320.413 peli, e ognuno doveva muoversi per conto suo, piegarsi al vento, raccogliere la neve, rimbalzare a ogni passo e proiettare ombre sugli altri.
Il cinema aveva già visto animali in computer grafica con il pelo, a partire da Babe del 1995, ma mai un personaggio digitale protagonista con così tanta pelliccia da gestire. I primi test furono un disastro: peli che si allungavano, attraversavano gli oggetti, restavano incollati al pavimento. Per risolvere il problema la Pixar sviluppò un simulatore dedicato, Fizt, che calcolava il movimento della pelliccia in base alle azioni del personaggio e agli elementi esterni. Lo stesso strumento servì per la maglietta di Boo, che si stropiccia e si muove come un tessuto vero. Il nome del programma è finito dentro il film come strizzata d’occhio: le lettere FIZT compaiono su uno dei macchinari delle porte.
Non è un caso, si è notato spesso, che gli altri due mostri principali, Mike e Randall, siano completamente glabri: un personaggio peloso era già una montagna da scalare.
Le scene di Monsters & Co. che sono rimaste
La sequenza più spettacolare è l’inseguimento nel magazzino delle porte: chilometri di binari sospesi nel vuoto, migliaia di porte che scorrono, Mike, Sulley e Boo che saltano da una all’altra attraversando camerette di mezzo mondo, mentre Randall li tallona. È una scena d’azione che regge benissimo ancora oggi, e che ha ispirato anche le attrazioni dei parchi Disney.
Poi l’esilio sull’Himalaya, dove Mike e Sulley trovano uno Yeti fin troppo ospitale; la cena romantica di Mike e Celia da Harryhausen’s, il ristorante di sushi intitolato a Ray Harryhausen, il maestro degli effetti in stop-motion che ha animato mostri e scheletri per generazioni; Roz, l’impiegata lenta e sospettosa che non perde mai di vista le pratiche arretrate di Mike, e che nasconde un segreto.

E il finale, che molti considerano tra i più belli della Pixar. Mike ha rimesso insieme, pezzo dopo pezzo, la porta di Boo che era stata distrutta. Sulley entra, si sente la voce della bambina e il film si chiude sul suo volto, senza mostrare l’incontro. Basta un primo piano per dire tutto.
Durante i titoli di coda arrivano i finti errori sul set, gli outtake girati come se i mostri fossero attori in carne e ossa. Monsters & Co. è stato l’ultimo film Pixar a usarli, e tra le papere spunta anche un ospite d’eccezione: Rex, il dinosauro di Toy Story, che si presenta a un provino.
Easter egg e citazioni: l’universo Pixar dietro le porte
Come ogni film dello studio, Monsters & Co. è pieno di riferimenti nascosti. Quando Randall viene scaraventato nel mondo umano finisce davanti alla stessa roulotte vista in A Bug’s Life, con parcheggiato accanto il furgone del Pizza Planet di Toy Story. Nella cameretta di Boo ci sono la palla Pixar con la stella rossa e la cowgirl Jessie di Toy Story 2.
Il più curioso è un’anticipazione: tra i giocattoli che Boo regala a Sulley compare un pesce pagliaccio arancione, e sulla parete del ristorante Harryhausen’s si vede un pesce identico a Marlin. Alla ricerca di Nemo sarebbe uscito due anni dopo.
Una causa alla vigilia, gli incassi e l’Oscar
Monsters & Co. ha rischiato di non uscire in tempo. Lori Madrid, autrice di una poesia intitolata There’s a Boy in My Closet, sosteneva che il film le avesse copiato l’idea e chiese di bloccarne la distribuzione. L’udienza si tenne il 1° novembre 2001, il giorno prima dell’uscita: il giudice respinse la richiesta e nel 2002 la causa fu archiviata perché tra poesia e film non c’erano somiglianze sostanziali. Più tardi arrivò anche un’altra causa, quella dell’illustratore Stanley Mouse, che rivendicava la paternità di Mike e Sulley.
Al botteghino il film partì con 62,6 milioni di dollari nel primo weekend americano e chiuse la prima uscita con circa 528 milioni nel mondo, terzo incasso del 2001, su un budget di 115 milioni. Con le riedizioni successive, compresa quella in 3D del 2012, ha superato i 570 milioni. Quando arrivò in home video, nel 2002, segnò un record: 11 milioni di copie tra DVD e VHS vendute nella prima settimana.

Agli Oscar del 2002 ottenne quattro candidature: film d’animazione, colonna sonora, montaggio sonoro e canzone. Era il primo anno della categoria dedicata ai film d’animazione, e la statuetta andò a Shrek della DreamWorks, il grande rivale di quella stagione. Monsters & Co. si rifece con la canzone If I Didn’t Have You, cantata nei titoli di coda da Goodman e Crystal: per Randy Newman fu il primo Oscar della carriera, dopo oltre quindici candidature senza vittoria. In sala, a eseguirla, salì Goodman insieme allo stesso Newman. Nelle stesse settimane vinceva l’Oscar anche For the Birds, il corto Pixar che in sala precedeva il film.
Dopo Monsters & Co.: il prequel, la serie e un terzo film
Il mondo di Mostropoli non si è più fermato. Nel 2002 è arrivato il corto La nuova macchina di Mike, nel 2013 il prequel Monsters University, diretto da Dan Scanlon, che racconta come Mike e Sulley si siano conosciuti al college, da rivali prima che da amici. È uscito in Italia il 21 agosto 2013 e ha incassato oltre 740 milioni di dollari, più dell’originale. Nel 2021 Disney+ ha lanciato Monsters & Co. La Serie: Lavori in corso!, ambientata subito dopo il primo film, quando la fabbrica è passata dalle urla alle risate. La serie è durata due stagioni.
Pete Docter, nel frattempo, è diventato uno dei registi più importanti dell’animazione: Up, Inside Out e Soul gli hanno portato tre Oscar, e oggi è il direttore creativo della Pixar. È stato proprio lui, in un’intervista al Wall Street Journal del marzo 2026, a confermare che Monsters & Co. 3 è in sviluppo. Al momento non ci sono né un regista né una data di uscita, e nemmeno indicazioni sulla trama: il progetto è nelle prime fasi.
Perché Monsters & Co. funziona ancora
Rivisto oggi, Monsters & Co. sembra quasi una parabola aziendale. Una fabbrica che va avanti con un metodo vecchio, una crisi energetica, un dirigente disposto a tutto pur di non cambiare. E poi la scoperta che la risorsa migliore era lì da sempre, bastava guardare il bambino come qualcosa di diverso da un problema. È un rovesciamento semplice e geniale, che funziona per i piccoli, che vedono il mostro dell’armadio diventare un amico, e per gli adulti, che riconoscono l’ufficio, i cartellini, le pratiche di Roz.
Ma il motivo per cui resiste sono Sulley e Boo. Un gigante che fa paura per mestiere e una bambina che, invece di scappare, gli si aggrappa al pelo come a un peluche. Il film è tutto lì: in quel rapporto che cambia Sulley più di qualsiasi riforma aziendale, e in quella porta rimessa insieme scheggia per scheggia da un amico. Venticinque anni dopo, è ancora una delle storie più tenere che la Pixar abbia raccontato, e il miglior argomento per chi sostiene che lo studio non abbia mai avuto bisogno dei sequel per restare grande. Dello stesso periodo d’oro abbiamo raccontato anche i vent’anni di Cars e la storia di Wall-E, l’altro film nato da quel pranzo del 1994.








