Home Serie TVThe Terminal List 2, la recensione: più spie, meno vendetta

The Terminal List 2, la recensione: più spie, meno vendetta

Otto episodi tratti da True Believer di Jack Carr: Reece diventa una pedina in una cospirazione tra CIA, Russia e Ucraina, mentre Gabriel Luna e Constance Wu gli rubano la scena.

by Alessandro Pinto

Recensione senza spoiler sulla seconda stagione di The Terminal List.

Una barca in mezzo all’Oceano Indiano, un uomo solo al timone e nessun porto dove sia ancora il benvenuto. La seconda stagione di The Terminal List riparte così, dal silenzio dopo la strage: James Reece ha cancellato l’ultimo nome della sua lista e adesso non sa più chi è.

Gli otto episodi sono disponibili su Prime Video dal 21 ottobre 2026, quattro anni dopo il debutto della serie, uscita il 1° luglio 2022. Chris Pratt torna nei panni dell’ex comandante dei Navy SEAL, lo showrunner è ancora David DiGilio e la fonte è True Believer, il secondo romanzo della saga di Jack Carr, a sua volta ex Navy SEAL. Il risultato è una stagione più grande, più ambiziosa e nel complesso più riuscita della prima, con un difetto che pesa: il protagonista arriva tardi nella sua stessa storia.

Dove eravamo rimasti: la lista è finita

Nella prima stagione Reece dava la caccia ai responsabili dell’imboscata in cui era morto il suo plotone e della morte della moglie e della figlia. L’ultimo della lista era Ben Edwards, il suo migliore amico, interpretato da Taylor Kitsch: un agente della CIA che aveva contribuito a preparare la trappola. Reece lo ha ucciso e se n’è andato con la sua barca.

La nuova stagione lo ritrova pochi mesi dopo, latitante e ricercato, in rotta verso il Mozambico. La meta è la riserva di caccia della famiglia Hastings, quella del suo compagno d’armi Raife, l’unico posto al mondo dove forse può fermarsi.

La trama: da vendicatore a pedina della CIA

Il primo episodio si svolge quasi tutto in mare, il secondo in Africa: sono due capitoli lenti, dedicati al lutto e al senso di colpa di un uomo che ha vinto la sua guerra privata e non ne ha ricavato niente. La macchina del racconto si accende solo nel terzo episodio, quando la CIA chiede a Reece di aiutarla a rintracciare un altro ricercato, offrendogli in cambio la possibilità di ripulire il proprio nome.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’oceano, Raife Hastings e la giornalista Katie Buranek indagano su una domanda scomoda: perché le armi vendute dall’azienda di famiglia degli Hastings continuano a finire nelle mani dei terroristi? Le due piste portano alla stessa cospirazione, che si allunga da Mosca a Langley, la sede della CIA in Virginia, e che tocca anche il passato della famiglia di Reece. Lungo la strada la serie cambia continente a ogni episodio: Africa, Medio Oriente, Washington e Ucraina.

Il difetto della stagione: Reece resta ai margini

Il problema più evidente è strutturale. Per un quarto della stagione il protagonista vive in una bolla narrativa tutta sua, e la sua strada incrocia quella di Hastings e Buranek solo verso la fine. L’effetto è quello di due serie montate in parallelo: da una parte il dramma interiore di Reece, dall’altra il thriller di spionaggio, che per diversi episodi si guardano senza toccarsi.

Anche la cospirazione chiede pazienza. Tra Al Qaeda, oligarchi russi, emissari ucraini, funzionari della CIA, buoni che sembrano cattivi e cattivi che sembrano buoni, le spiegazioni arrivano spesso in dialoghi fitti e borbottati, ed è facile perdere il filo di chi lavora per chi. A tenere insieme tutto è la domanda più semplice della stagione: che cosa resta di un uomo addestrato a uccidere, quando non ha più nessuno da vendicare. Su quella, la serie non sbaglia un colpo.

Il cast: Chris Pratt cupo, gli altri si prendono la scena

Chris Pratt passa buona parte della stagione con lo sguardo torvo e il volto di chi non dorme da mesi. La scelta è coerente con il personaggio, ma lascia al cast di contorno il compito di dare colore al racconto, e il cast risponde bene. Se la prima stagione era tutta di Reece, questa è un racconto corale.

Tom Hopper, il Luther di The Umbrella Academy, è Raife Hastings: un soldato stoico, di poche parole, già visto nel prequel The Terminal List: Lupo Nero. Constance Wu, protagonista di Crazy Rich Asians, torna come Katie Buranek con un ruolo molto più centrale rispetto alla prima stagione: è lei la cronista che non si ferma davanti a nessuna porta chiusa. La coppia funziona, anche per il contrasto fisico tra il gigante Hopper e la minuta Wu, che la serie sfrutta con una certa ironia.

Il volto più simpatico della stagione è quello di Gabriel Luna, il Tommy di The Last of Us, che interpreta Freddy Strain: cecchino, padre di famiglia e filosofo da trincea. È lui a dare a Reece la chiave morale della serie, quando gli spiega che chi combatte il male a volte deve scendere nel buio per farlo. Luke Hemsworth, fratello maggiore di Chris e Liam, è invece Jules Landry, agente della CIA dissoluto e senza scrupoli, il personaggio che si impara a detestare. Dar Salim, visto nel film di guerra danese A War, è Mohammed Farooq, soldato iracheno che ha combattuto al fianco dei SEAL e che ora sembra aver cambiato schieramento.

Sul fronte europeo, Olga Kurylenko è Yana Tomenko, patriota appassionata e braccio destro di Vasili Andrenov, un imprenditore ucraino che prova a mediare un accordo di pace tra Ucraina e Russia. A interpretarlo è Costa Ronin, volto noto agli spettatori di Homeland.

La guerra in Ucraina e la politica della serie

True Believer è stato pubblicato prima dell’invasione russa dell’Ucraina, e la serie ha aggiornato la storia inserendo il conflitto sullo sfondo. È la scelta più interessante dell’adattamento, perché costringe il racconto a interrogarsi sul ruolo che l’America si attribuisce nel mantenere l’ordine mondiale.

Il confronto con Special Ops: Lioness di Taylor Sheridan viene spontaneo: entrambe le serie diffidano della CIA, ma The Terminal List è meno cinica. Il suo primo interesse resta rendere omaggio a chi combatte sul campo, e la tesi di fondo è chiara: i soldati non devono pagare le colpe di chi li comanda, e il fine giustifica quasi sempre i mezzi. La serie però non nasconde il prezzo di questa logica: diventare un’arma umana lascia segni, e Reece passa la stagione a chiedersi se è ancora un protettore o soltanto uno che uccide bene.

L’azione: la cosa che la serie fa meglio

Jack Carr ha servito nei Navy SEAL, e la produzione ha portato ex militari delle forze speciali tra sceneggiatori, consulenti e registi. Due episodi sono co-diretti da Ray Mendoza, ex SEAL che nella prima stagione faceva il consulente tecnico e che nel frattempo ha co-diretto Warfare, il film sulla guerra in Iraq tratto dalla sua esperienza. La cura per armi e tattiche si vede in ogni scontro.

La scelta più efficace è il ritmo delle sequenze: invece di costruire ogni episodio attorno a una sola grande scena d’azione, la serie distribuisce più scontri brevi e violenti, e questo la tiene sempre in movimento. Le situazioni cambiano di continuo: una sparatoria urbana che guarda apertamente a Heat di Michael Mann, un duello tra cecchini, un assalto in elicottero. Il risultato è la forza vera della stagione: alla fine di ogni episodio è difficile non far partire subito il successivo.

I dialoghi seguono la stessa linea, asciutti e duri, pieni di massime da veterano che a volte sfiorano la caricatura. Ma in una serie così il tono è una dichiarazione d’intenti, e il pubblico a cui si rivolge lo sa bene.

Lupo Nero: il compito da fare prima

Un avvertimento pratico prima di cominciare. Gli eventi di The Terminal List: Lupo Nero, il prequel in sette episodi con Taylor Kitsch uscito nel 2025, pesano parecchio su questa stagione: Hastings, Landry e Farooq arrivano da lì, e parte della loro storia viene data per scontata. Chi salta il prequel rischia di trovarsi davanti personaggi con un passato che non conosce.

È la scelta più discutibile della stagione. Rendere obbligatoria la visione di uno spin-off per capire la serie madre è un vizio che Chris Pratt dovrebbe conoscere bene, dopo anni da Star-Lord in un universo Marvel che chiedeva agli spettatori di fare i compiti a casa. Detto questo, l’idea di un universo condiviso di The Terminal List ha i suoi vantaggi, soprattutto se servirà a non far passare altri quattro anni tra una stagione e l’altra.

Il verdetto

La critica americana ha accolto la seconda stagione meglio della prima: nei primi giorni su Rotten Tomatoes ha raccolto il 67% di giudizi positivi, contro il 42% dell’esordio del 2022. È un miglioramento meritato. The Terminal List resta un action militare senza grandi pretese di scrittura, ma ha guadagnato un respiro internazionale, un gruppo di comprimari ben scritti e una tensione che non molla mai.

Chi cerca un thriller nello stile di Jack Ryan o di Lioness troverà pane per i suoi denti. Chi spera in un racconto compatto, con il protagonista al centro di ogni scena, dovrà accettare una prima metà dispersiva e una cospirazione che chiede attenzione. Lo showrunner David DiGilio ha parlato di un piano narrativo pensato su dieci anni, con il romanzo Savage Son come possibile base per una terza stagione, che però Prime Video non ha ancora annunciato. Se il futuro di Reece somiglierà alla seconda metà di questa stagione, vale la pena restare a bordo.

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