Home Personaggi raccontatiFrancis Ford Coppola, il regista che ha scommesso tutto su Megalopolis

Francis Ford Coppola, il regista che ha scommesso tutto su Megalopolis

Ritratto del regista italoamericano che ha ridefinito l'epica del cinema americano, dal Padrino ad Apocalypse Now fino all'ultima scommessa di Megalopolis.

by Mauro Terrone

Un uomo che a ottantacinque anni ipoteca il proprio patrimonio pur di girare il film che sogna da mezzo secolo dice più di mille manuali di regia su chi sia davvero Francis Ford Coppola. Coppola ha finanziato in modo indipendente il suo Megalopolis per 120 milioni di dollari, arrivando a indebitarsi personalmente per completare l’opera. Non è un capriccio senile: è la stessa ostinazione che, cinquant’anni prima, aveva trasformato due film di gangster in un affresco sull’America e la sua coscienza.

Nato il 7 aprile 1939, Coppola è un cineasta americano, una delle figure guida della New Hollywood, considerato uno dei registi più grandi e influenti della storia del cinema. La radice italoamericana non è un dettaglio anagrafico: è la lente attraverso cui ha guardato al potere, alla famiglia, al senso di appartenenza. Quando racconta i Corleone, non descrive soltanto una dinastia criminale, ma un’intera idea di clan trapiantato, di tradizione che resiste e insieme corrompe.

La cifra di Coppola sta proprio qui, nella capacità di far coincidere l’intimo e il monumentale. Il Padrino (1972), Il Padrino Parte II (1974) e Apocalypse Now (1979) sono spesso citati tra i più grandi film di tutti i tempi. Sono opere diversissime, eppure attraversate dalla stessa ossessione: cosa succede all’anima di un uomo quando incontra il potere assoluto. Michael Corleone che si chiude la porta alle spalle, il capitano Willard che risale il fiume verso Kurtz: sono due volti dello stesso viaggio verso il buio.

CANADA – FEBRUARY 06: Francis Ford Coppola (Photo by Michael Stuparyk/Toronto Star via Getty Images)

Il riconoscimento istituzionale ha accompagnato questa parabola. Coppola ha vinto cinque premi Oscar, un BAFTA, tre Golden Globe e due premi al Festival di Cannes. Ricevette il suo primo Oscar per la migliore sceneggiatura originale con Patton (1970), poi la migliore sceneggiatura non originale per Il Padrino (1972), e infine miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale per Il Padrino Parte II (1974); ottenne inoltre candidature per American Graffiti, La conversazione, Apocalypse Now e Il Padrino Parte III. Il dato più eloquente, però, è un altro: Coppola è tra le sole sei persone nella storia dell’Academy ad aver ricevuto Oscar come produttore, regista e sceneggiatore.

C’è un elemento che merita un capitolo a parte, ed è il suono. Un film di Coppola non si ricorda soltanto per ciò che mostra, ma per ciò che fa sentire. Il legame con il compositore Nino Rota appartiene alla storia del cinema: il tema del Padrino è diventato una firma sonora capace di evocare un intero immaginario in poche note. È il sodalizio tra un regista che pensava per grandi affreschi e un musicista che sapeva tradurre la malinconia italiana in melodia, lo stesso Rota che aveva già dato voce al cinema di Federico Fellini. Per approfondire quel filo che unisce la musica italiana al cinema d’autore, rimandiamo al ritratto dedicato al compositore.

La conversazione (1974) resta forse la prova più sottovalutata di questa attenzione all’ascolto: un thriller costruito interamente sul suono, sull’atto di origliare, sull’ossessione del sorvegliante che finisce sorvegliato. È il Coppola più asciutto, quello che tra un capitolo e l’altro del Padrino sceglie il silenzio invece della grandeur, e dimostra di saper padroneggiare entrambe le scale.

Poi c’è il rischio, che in Coppola non è mai retorica. Le produzioni di Coppola possono essere caotiche, come accadde con Apocalypse Now e con Bram Stoker’s Dracula. È il prezzo di un metodo che rifiuta la rete di sicurezza: chi ha visto le vicende produttive di Apocalypse Now sa quanto sottile fosse il confine tra il capolavoro e la catastrofe. Coppola quel confine lo ha sempre cercato, non evitato.

Megalopolis è l’ultima incarnazione di questa filosofia. Si tratta di un film epico di fantascienza del 2024, scritto, diretto e prodotto da Francis Ford Coppola. Coppola aveva concepito l’idea generale di Megalopolis verso la fine delle riprese di Apocalypse Now, nel 1977. Un progetto covato per decenni, presentato in concorso al Festival di Cannes e accolto in modo profondamente diviso. A finanziarlo, con 120 milioni di dollari, è stato lo stesso ottantacinquenne regista del Padrino. Al botteghino è andata come molti temevano: la stampa lo ha descritto come un flop da 120 milioni di dollari. Coppola, fedele a se stesso, non ha mostrato pentimento; ha persino ricevuto un Razzie per Megalopolis, un premio che si è detto “felice di accettare”.

Il verdetto commerciale, del resto, non ha scalfito il modo in cui l’establishment guarda alla sua figura. Coppola è stato insignito dell’Irving G. Thalberg Memorial Award nel 2010, dei Kennedy Center Honors nel 2024 e dell’AFI Life Achievement Award nel 2025. Alla serata dell’AFI, al Dolby Theatre il 26 aprile, è stato celebrato da un gruppo di amici e collaboratori tra cui Steven Spielberg, George Lucas, Robert De Niro, Al Pacino, Adam Driver, Harrison Ford e Diane Lane. Una fotografia di quella sera lo ritrae seduto tra Spielberg e Lucas: i tre volti della New Hollywood, riuniti attorno a chi quella stagione l’aveva in parte inaugurata.

Oggi, a metà 2026, Coppola continua a essere una presenza viva nella cultura, dentro e fuori dal cinema, tra il vigneto di Sonoma e le proprie ossessioni d’autore. Quel che resta, al di là dell’ultimo incasso, è la coerenza di un maestro che ha sempre trattato il cinema come un atto totale. Chi cerca in lui la prudenza cerca la persona sbagliata: Coppola è il regista che, potendo scegliere tra il sicuro e l’impossibile, ha scelto ogni volta l’impossibile.

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