Home Curiosità‘Action’: Da Bruce Lee a John Wick, il genere che ha imparato a coreografare la violenza

‘Action’: Da Bruce Lee a John Wick, il genere che ha imparato a coreografare la violenza

Il genere action non è solo esplosioni: è ritmo, corpo e messa in scena. Un viaggio dalle arti marziali di Hong Kong al balletto letale di John Wick.

by Mauro Terrone

Un uomo scende le scale di un nightclub e, in un piano sequenza che sembra non finire mai, disarma dodici avversari a mani nude prima di raggiungere il boss all’ultimo piano. Non serve sapere il titolo del film per riconoscere la lingua: è il cinema d’azione, il genere che ha fatto della fisicità la sua sintassi e del movimento il suo pensiero. Ridurlo a “roba che esplode” è come liquidare il western dicendo che ci sono i cavalli.

L’action, prima ancora di essere un genere, è una scommessa sul corpo. La domanda che pone è antica quanto il cinema stesso: come si filma un gesto violento in modo che lo spettatore lo senta sulla pelle? La risposta non è mai stata la quantità di sangue o il numero di deflagrazioni, ma la chiarezza. Un grande combattimento è leggibile: capiamo chi colpisce chi, dove, con quali conseguenze. Quando questa leggibilità salta, l’azione diventa rumore, e lo spettatore smette di trattenere il fiato.

Le radici affondano nel cinema muto, nelle acrobazie di Buster Keaton e Harold Lloyd appeso alle lancette di un orologio, dove la comicità e il pericolo fisico erano la stessa cosa. Ma il genere prende forma riconoscibile molto dopo, e in due direzioni diverse che per decenni non si sono parlate. Da una parte l’Occidente, con l’action muscolare degli anni Ottanta: gli eroi monolitici di Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, corpi come architetture, il montaggio che accumula tensione fino allo scarico liberatorio. Dall’altra Hong Kong, dove il cinema di arti marziali costruiva una tradizione parallela, più coreografica che narrativa, in cui il combattimento era una forma di danza.

È impossibile parlare seriamente di action senza inchinarsi a Bruce Lee. La sua carica non stava solo nella velocità, ma nell’idea che il corpo umano potesse essere insieme arma ed espressione. Da quella lezione discende tutto un filone che passa per Jackie Chan, che aggiunse la componente comica e acrobatica trasformando ogni oggetto di scena in un’estensione del gesto, fino ai balletti di violenza di John Woo, dove le pistole sostituiscono i pugni ma la grammatica resta quella della coreografia. Il cinema d’azione moderno, quello che amiamo oggi, nasce dalla fusione tardiva di queste due scuole.

Il punto di svolta contemporaneo ha un nome preciso: John Wick. La saga con Keanu Reeves, avviata nel 2014 e diretta da Chad Stahelski, ha riportato al centro l’idea che l’azione debba essere vista, non subita dal montaggio. Diretta da Chad Stahelski, il quarto capitolo ha ricevuto recensioni entusiaste da critica e pubblico per la sua narrazione avvolgente, le sequenze d’azione elettrizzanti e il cast. Non è un dettaglio da fan: Stahelski viene dal mondo degli stunt, e questo cambia tutto. I combattimenti di John Wick sono girati con inquadrature ampie e stabili, che lasciano vedere il lavoro reale degli attori e degli stuntman, in aperta polemica con l’estetica del montaggio frenetico che aveva dominato gli anni Duemila.

I numeri raccontano quanto quella scommessa abbia pagato. Ogni film della saga ha aumentato in modo consistente il suo incasso d’apertura: l’originale John Wick aveva debuttato con 14 milioni di dollari nel 2014, seguito da John Wick: Chapter 2 nel 2017 con 30,4 milioni e da John Wick: Chapter 3 – Parabellum nel 2019 con 56,8 milioni. John Wick: Chapter 4, uscito negli Stati Uniti il 24 marzo 2023, ha incassato circa 187 milioni di dollari negli Stati Uniti e Canada e oltre 447 milioni nel mondo. Una crescita così regolare, in un’epoca di franchise che si esauriscono, è la prova che il pubblico riconosce e premia la qualità artigianale dell’azione.

Il genere, del resto, continua a mutare e a espandersi in territori vicini. Il 2025 ha mostrato quanto sia diventato globale: dal thriller spionistico ad alta tensione Mission: Impossible – The Final Reckoning di Tom Cruise allo spin-off di John Wick, Ballerina, l’anno ha offerto un forte allineamento di film d’azione, con uscite di grandi franchise come Jurassic World: Rebirth, l’action fantascientifico Tron: Ares e titoli di sopravvivenza come The Running Man e Predator: Badlands. La stessa Ballerina segna un’evoluzione interessante del genere verso protagoniste femminili: il 2025 ha visto l’uscita dello spin-off From the World of John Wick: Ballerina, che segue Eve Macarro interpretata da Ana de Armas, una ballerina addestrata nelle tradizioni della Ruska Roma. Pur avendo incassato 137,2 milioni di dollari, il risultato è stato considerato una delusione data la presenza di Keanu Reeves e il successo precedente della saga.

E l’Italia? Qui la storia è più sottile, perché il nostro cinema d’azione ha spesso indossato la maschera di altri generi. Non abbiamo avuto un filone action puro paragonabile a quello americano, ma abbiamo iniettato tensione e dinamismo dentro tradizioni nostre. Il poliziottesco degli anni Settanta, con registi come Fernando Di Leo e i suoi noir metropolitani, o l’energia degli inseguimenti e delle sparatorie che animavano il poliziesco all’italiana, è a tutti gli effetti azione, filtrata attraverso la disillusione politica e la ruvidezza del nostro sguardo. Prima ancora, il western all’italiana di Sergio Leone aveva ridefinito il ritmo della violenza sullo schermo, con quei duelli dilatati fino allo spasimo in cui l’azione vive nell’attesa più che nell’esplosione. È una lezione di regia che il cinema d’azione mondiale ha assorbito senza sempre ricordarne la provenienza.

Il fascino duraturo del genere sta proprio in questa universalità del linguaggio corporeo. Un dialogo va tradotto, una battuta perde nel passaggio da una lingua all’altra; un combattimento ben coreografato si capisce ovunque, senza sottotitoli. È forse per questo che l’action viaggia meglio di quasi ogni altro genere, e perché continua a reinventarsi decennio dopo decennio: cambiano i corpi, cambiano le armi, cambia la tecnologia, ma la domanda resta la stessa di quando Keaton correva sui tetti. Come si filma il movimento in modo che lo spettatore lo senta suo?

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