Sul palco di un festival, alzando un premio alla carriera, Naomi Watts ha rivolto poche parole a chi le aveva cambiato la vita: “Mi manchi”. Il destinatario era David Lynch, il regista che l’aveva scelta per Mulholland Drive quando nessuno la conosceva, e che ci ha lasciati nel gennaio 2025. Bastano quelle due parole a misurare l’ombra lunga di un autore che non somiglia a nessun altro. Perché nel cinema esistono i registi che raccontano il mondo, e poi c’è David Lynch, che lo sogna.
Dalla pittura al cinema: gli esordi di David Lynch
Nato a Missoula, nel Montana, nel 1946, Lynch cresce in una provincia americana ordinata e luminosa, quella delle villette con lo steccato bianco che tornerà ossessivamente nei suoi film come una promessa continuamente tradita. La sua vera formazione, però, non è cinematografica ma pittorica: studia arte a Filadelfia, e la decadenza industriale di quella città, il suo grigiore fatto di fabbriche e paure, gli entra sottopelle. Il cinema arriva quasi per caso, come un quadro che si mette in movimento. Il risultato è Eraserhead, del 1977, un incubo in bianco e nero che diventa un fenomeno da proiezioni di mezzanotte e impone subito una voce impossibile da confondere.
Il salto verso il grande pubblico avviene con The Elephant Man nel 1980, storia vera e commovente che gli vale otto candidature agli Oscar e dimostra che dietro il visionario c’è anche un narratore di rara delicatezza. Poi arriva l’incidente di percorso, quel Dune del 1984 che il regista non ha mai amato, schiacciato dalle logiche di uno studio hollywoodiano che non gli concede il controllo finale. Una lezione bruciante, da cui esce con una certezza: mai più cedere la propria libertà.

Il perturbante sotto la superficie americana
La rivincita ha un titolo preciso, Blue Velvet, del 1986. Un orecchio umano trovato in un prato assolato apre uno squarcio sotto la crosta della cittadina modello, e da lì emerge tutto ciò che l’America perbene preferisce non vedere: violenza, desiderio malato, follia. Con Kyle MacLachlan a fargli da alter ego sullo schermo, Isabella Rossellini nel ruolo più coraggioso della sua carriera e un Dennis Hopper terrificante, Lynch fissa il tema di una vita intera. Il male non arriva da fuori, abita già dentro le nostre strade tranquille, appena sotto la superficie.
È il cuore di quello che presto verrà definito “lynchiano”, un aggettivo entrato nel vocabolario comune per indicare l’irruzione del perturbante nella normalità. Nel 1990 il regista porta la stessa energia al Festival di Cannes con Cuore selvaggio, road movie incendiario con Nicolas Cage e Laura Dern che si aggiudica la Palma d’oro.
Twin Peaks e la televisione che cambiò per sempre
Sempre nel 1990, insieme a Mark Frost, Lynch fa qualcosa che nessuno riteneva possibile: porta il suo cinema in televisione. Twin Peaks ruota attorno a una domanda semplice, chi ha ucciso Laura Palmer, e la trasforma in un rito collettivo che ipnotizza il pianeta. Una cittadina di montagna, una tazza di caffè, torte di ciliegie e un’inquietudine che filtra da ogni inquadratura: la serie riscrive le regole del racconto seriale con decenni di anticipo, e la sua influenza si sente ancora oggi in gran parte della fiction contemporanea . Il film del 1992 Fuoco cammina con me ne esplora cupamente l’origine, dividendo pubblico e critica per poi essere rivalutato col tempo.

Mulholland Drive e il cinema come sogno
Il capolavoro della maturità nasce da una delusione. Mulholland Drive era pensato come una nuova serie televisiva, poi bocciata: Lynch ne fa un film, del 2001, e vince il premio per la miglior regia a Cannes. La sua Hollywood è un labirinto di sogni e identità che si sdoppiano, un enigma che rifiuta ogni soluzione univoca e proprio per questo continua a essere smontato e rimontato dagli spettatori. Per Naomi Watts è la consacrazione, la porta d’ingresso in una carriera intera. Il cinema di Lynch raggiunge qui la sua formula più pura: non una storia da capire, ma un sogno in cui perdersi.
Seguiranno l’anomalo e tenerissimo Una storia vera, del 1999, il viaggio di un anziano su un trattorino tagliaerba che spiazza chi si aspettava solo tenebre, il notturno Strade perdute e lo sperimentale Inland Empire, girato in digitale con la fedele Laura Dern. Nel 2017 arriva l’ultimo, sorprendente ritorno a Twin Peaks, diciotto ore di televisione che sfidano ogni convenzione e sigillano un percorso senza compromessi.
Lo stile di David Lynch: suono, doppi, elettricità
Riconoscere un film di Lynch è questione di pochi secondi. C’è il tappeto sonoro, quel ronzio elettrico e industriale che mette a disagio prima ancora che accada qualcosa, spesso plasmato dalle musiche del suo complice di sempre, il compositore Angelo Badalamenti. Ci sono le tende rosse, i pavimenti a zig-zag, i doppi e i sosia, le figure che parlano al contrario. C’è un’idea di elettricità come soglia tra i mondi, e una fiducia assoluta nell’istinto rispetto alla spiegazione. Lynch non voleva che i suoi film venissero decifrati come rebus, ma sentiti come esperienze, e per questo si rifiutava quasi sempre di commentarli.
Fuori dal set, la sua figura era altrettanto singolare: pittore mai smesso di esserlo, musicista, meditatore convinto e divulgatore della meditazione trascendentale, autore persino di bollettini meteo quotidiani diventati piccoli oggetti di culto. Un artista totale, per cui il cinema era solo una delle tante stanze di una casa immensa.

L’eredità di un maestro
Nel 2019 Hollywood gli consegna l’Oscar alla carriera, riconoscimento tardivo per chi aveva sempre lavorato ai margini pur restando al centro dell’immaginario. La sua scomparsa, nel gennaio 2025, ha lasciato un vuoto che omaggi come quello di Naomi Watts continuano a rendere palpabile. Ma un autore così non si misura dalle assenze. Lo si ritrova ogni volta che una serie osa spiazzare, ogni volta che un film sceglie il mistero al posto della risposta facile, ogni volta che sotto un prato troppo verde immaginiamo qualcosa che si muove. David Lynch non ci ha insegnato a capire il cinema, ma a sognarlo, e chi vuole avvicinarsi alla sua opera farebbe bene a cominciare non dalla logica, ma dall’abbandono. Per continuare il viaggio tra i grandi autori, la nostra rubrica dedicata ai Maestri della regia resta il punto di partenza.












