Un bambino affacciato alla finestra di casa, a Guadalajara, aspetta che i mostri escano dall’armadio. Non per paura: per compagnia. Guillermo del Toro ha passato l’infanzia a disegnare creature sui quaderni di scuola e a considerarle amiche, e da allora non ha più smesso. Ha costruito una carriera intera su un’idea semplice e ribelle: che il mostro, quasi sempre, sia più umano di chi gli dà la caccia.
Le origini: un messicano innamorato dei mostri
Nato a Guadalajara nel 1964 e cresciuto in una famiglia cattolica molto rigida, del Toro trova presto nel cinema di genere una via di fuga e una vocazione. Prima di dirigere impara il mestiere degli effetti speciali e del trucco, e proprio da lì nasce la sua ossessione per la materia: la pelle, il sangue, la meccanica delle creature. Il debutto arriva nel 1993 con Cronos, favola horror su un antico congegno che regala l’immortalità al prezzo della dannazione. Il film gli vale riconoscimenti internazionali e mette subito a fuoco i suoi temi: il tempo, la carne, la tenerezza nascosta nell’orrore.
Il passaggio a Hollywood, con Mimic nel 1997, è invece un trauma. Lo scontro con la produzione, la Miramax dei fratelli Weinstein, gli insegna quanto possa essere doloroso perdere il controllo di un film. Sarà una lezione che si porterà dietro per tutta la carriera, difendendo con le unghie la propria visione.
Dalla Spagna agli Oscar: i film che lo consacrano
Il riscatto ha un sapore ispanico. Con La spina del diavolo (2001), ghost story ambientata durante la guerra civile spagnola, del Toro trova l’equilibrio tra Storia e fantasma che diventerà la sua firma. Nel mezzo si concede il divertimento del cinema di supereroi con Blade II (2002) e soprattutto con i due Hellboy (2004 e 2008), dove trasforma l’amico Ron Perlman in un demone rosso dal cuore d’oro.
Ma è il 2006 a cambiargli la vita. Il labirinto del fauno intreccia la Spagna franchista del dopoguerra con un mondo fatato altrettanto crudele, seguendo la piccola Ofelia, interpretata da Ivana Baquero, tra un patrigno feroce e un Fauno enigmatico. Il film conquista tre premi Oscar, per fotografia, scenografia e trucco, e regala al cinema una delle creature più memorabili di sempre, l’Uomo Pallido con gli occhi sul palmo delle mani. A dargli corpo è Doug Jones, mimo e contorsionista che diventerà l’attore feticcio del regista, l’uomo nascosto sotto quasi tutti i suoi mostri.

La forma dell’acqua e la vetta
Dopo la parentesi dei robot giganti di Pacific Rim (2013) e del gotico romantico di Crimson Peak (2015), del Toro raggiunge la cima nel 2017 con La forma dell’acqua. La storia d’amore muta tra una donna delle pulizie e una creatura anfibia, con Sally Hawkins, ancora Doug Jones nei panni dell’anfibio e un gelido Michael Shannon, gli vale quattro premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia. Poco prima aveva già vinto il Leone d’oro a Venezia, primo regista messicano a riuscirci. La favola del bambino di Guadalajara si compie: i suoi mostri sono saliti sul palco più alto.
Illusioni, legno e fulmini: la maturità
Da lì in poi del Toro alterna registri senza perdere identità. Con La fiera delle illusioni (2021), noir tratto da un romanzo maledetto e guidato da Bradley Cooper, racconta la parabola di un imbroglione divorato dalla propria ambizione. L’anno dopo firma il suo Pinocchio (2022) in stop-motion, rilettura cupa e commovente della favola di Collodi ambientata nell’Italia fascista: gli vale l’Oscar per il miglior film d’animazione, coronamento di un amore antico per la manualità e per il racconto dei diversi. Sempre nel 2022 cura per Netflix l’antologia horror Cabinet of Curiosities, piccola cattedrale dedicata al brivido.
L’ultimo capitolo, per ora, è il più personale. Con Frankenstein (2025), presentato a Venezia e poi arrivato su Netflix, del Toro realizza il film che sognava da decenni. Oscar Isaac è il barone Victor Frankenstein, Jacob Elordi la sua creatura, con Mia Goth e Christoph Waltz a completare il quadro. Fedele a Mary Shelley eppure inconfondibilmente suo, il film vince tre Oscar per costumi, trucco e scenografia, e mette in scena l’ennesima variazione sul tema di una vita: il mostro come figlio incompreso, l’uomo come vero orrore.
L’uomo dietro le creature
Attorno ai film, del Toro ha costruito un personaggio altrettanto memorabile. Fa parte dei “tre amici” del cinema messicano insieme ad Alfonso Cuarón e Alejandro González Iñárritu, con cui condivide radici e una casa di produzione. Vive circondato dalla sua collezione di mostri in una dimora che ha ribattezzato Bleak House, riempie taccuini di disegni e appunti come un naturalista dell’immaginario, e ripete a chi vuole ascoltarlo la sua massima: i mostri sono i santi protettori dell’imperfezione.
È questa, in fondo, la sua lezione. In un cinema che spesso divide il mondo in eroi e nemici, Guillermo del Toro ha passato trent’anni a rovesciare il tavolo, chiedendoci di guardare negli occhi ciò che ci fa paura e di riconoscervi qualcosa di nostro. I suoi film non consolano, commuovono. E ci lasciano ogni volta lo stesso sospetto: che il vero mostro sieda quasi sempre dalla parte degli uomini.












