Home EditorialeThe Mandalorian e Grogu: il disastro strategico di Lucasfilm

The Mandalorian e Grogu: il disastro strategico di Lucasfilm

Il ritorno di Star Wars al cinema nasce da una serie tv riadattata, con l'esordio più basso dell'era Disney e i fan di nuovo delusi. Il problema, però, non è il film: è la strategia.

by Mauro Terrone

Voglio dirlo subito, senza giri di parole: The Mandalorian e Grogu, il ritorno di Star Wars al cinema dopo sei anni di assenza, mi sembra il sintomo più evidente di una casa di produzione che non sa più dove andare. Lucasfilm ha riportato la saga sul grande schermo con un progetto che in origine era pensato come quarta stagione della serie con Pedro Pascal, poi riadattato e gonfiato per il formato cinematografico. Non un nuovo capitolo concepito per il cinema. Non una visione fresca. Un prodotto televisivo trasformato in evento, e questa scelta dice molto più di mille comunicati ufficiali.

La domanda che mi pongo, e che credo si stiano ponendo molti appassionati, è semplice: perché? Perché un brand che fino a pochi anni fa era sinonimo di blockbuster globali ha scelto la strada più cauta, più protetta, più derivativa? La risposta più onesta che riesco a trovare è una sola: paura. Paura di sbagliare ancora, paura di scontentare di nuovo i fan, paura di rischiare centinaia di milioni di dollari su un’idea originale che potrebbe non funzionare. Allora si torna a ciò che ha già funzionato altrove, in streaming, davanti a un pubblico più ristretto e più tollerante. Si prende un personaggio amato come Grogu, si confeziona un’operazione cinematografica e si spera che la nostalgia faccia il resto.

Il problema è che la nostalgia, da sola, non basta più. E i numeri lo stanno dimostrando.

The Mandalorian e Grogu ha aperto a 98 milioni di dollari nel weekend di quattro giorni in Nord America: è l’esordio più basso per un film di Star Wars da quando Disney ha acquistato Lucasfilm nel 2012, persino sotto i 103 milioni di Solo: A Star Wars Story, fino a ieri il passo falso commerciale per eccellenza della saga. Il secondo fine settimana ha visto un crollo verticale, e il totale mondiale si è fermato intorno ai 247 milioni a fronte di un budget di produzione di 165, prima delle spese di marketing. Non è soltanto un dato deludente: è il segnale che, sull’esordio, il ritorno trionfale di Star Wars al cinema ha fatto perfino peggio del titolo che tutti additavano come il punto più basso di sempre.

La trama, per chi non l’avesse seguita, è quella che ci si aspetta da un’estensione del materiale televisivo: viaggi spaziali, missioni ad alto rischio, le dinamiche tra Din Djarin e i personaggi che lo circondano, qualche ammiccamento per riaccendere il radar dei fan storici. Tutto funzionale, tutto già visto. Il film è gradevole, divertente in più punti, ma resta lontano anni luce da quello che dovrebbe essere un capitolo cinematografico di Star Wars. E qui sta la frattura più dolorosa.

Quello che i fan stanno sottolineando, e che mi sento di confermare guardando le reazioni della community, è una serie di carenze che non si possono ignorare. La prima è la portata epica. Star Wars al cinema, storicamente, è sempre stato sinonimo di grandezza visiva, di scontri che cambiano il destino della galassia, di poste in gioco enormi. Qui invece ci troviamo davanti a una storia che, per quanto ben confezionata, ha l’ampiezza narrativa di un episodio televisivo allungato. Manca la sensazione di evento. Manca quel respiro mitologico che faceva la differenza.

La seconda carenza è la profondità tematica. I migliori capitoli della saga, quelli che restano nella memoria, hanno sempre lavorato su grandi temi: la caduta, la redenzione, il rapporto tra padri e figli, il confine sottile tra luce e oscurità. Qui invece la posta in gioco emotiva resta circoscritta: il legame tra Din e Grogu, che pure sarebbe il cuore potenziale del film, viene accennato senza mai trovare la convinzione per diventare davvero centrale. I conflitti dei personaggi sembrano più funzionali alla serie da cui provengono che a un film che dovrebbe vivere di vita propria. Chi entra in sala senza aver visto la serie insegue riferimenti che non comprende del tutto; chi invece la conosce a memoria si chiede perché abbia pagato un biglietto per qualcosa che avrebbe potuto guardare a casa.

La terza è la mancanza di rischio creativo. Non c’è un’idea visiva nuova, non c’è una scelta narrativa coraggiosa, non c’è un momento che faccia dire “questo nessun altro film potrebbe permetterselo”. Tutto è levigato, tutto è prevedibile, tutto è costruito per non scontentare nessuno. E quando un prodotto è costruito per non scontentare nessuno, finisce per non entusiasmare nessuno.

E qui arriviamo al nodo vero, quello che secondo me nessuno a Disney e Lucasfilm ha ancora avuto il coraggio di affrontare apertamente: la trilogia sequel. Quei tre film, realizzati senza un piano narrativo condiviso, con cambi di rotta improvvisi tra un capitolo e l’altro, con visioni autoriali che si contraddicevano apertamente, hanno creato un danno che continua a propagarsi. Non è solo questione di fan delusi. È questione di fiducia perduta su scala generalista. Il pubblico più ampio, quello che riempiva le sale per i prequel e per la trilogia originale, ha smesso di considerare Star Wars un appuntamento imperdibile. È diventato un brand come tanti altri, qualcosa che si può anche saltare, qualcosa di cui leggere il riassunto online o aspettare in streaming invece di vedere al cinema.

Questo è il vero punto di non ritorno. Non un singolo film mediocre, non una serie deludente, ma l’erosione progressiva di quella sensazione di evento che Star Wars aveva costruito in cinquant’anni di storia.

E allora la domanda diventa: Starfighter, l’anno prossimo, può davvero rappresentare una boccata d’ossigeno? La risposta che mi do, onestamente, è ambivalente. Da un lato il progetto sembra avere alcuni ingredienti giusti: una storia originale, ambientazioni nuove, un protagonista capace di attirare un pubblico generalista, un regista con una visione. Sulla carta, è esattamente il tipo di operazione che Lucasfilm avrebbe dovuto fare già anni fa, invece di affidarsi al riciclo di materiale televisivo. Dall’altro lato, però, temo che potrebbe essere troppo tardi. La fiducia, una volta incrinata, è difficile da ricostruire, e un singolo film, per quanto ben fatto, difficilmente potrà invertire una traiettoria che dura ormai da quasi un decennio.

Ed è qui che il discorso sul botteghino va rovesciato. Preso da solo, l’incasso di The Mandalorian e Grogu non è la fine del mondo per una macchina come Disney, che recupererà parte di quei numeri tra Disney+, parchi a tema e merchandising. Il punto è che non è un incidente isolato: è l’esito prevedibile di una strategia.

Il vero problema di Lucasfilm non è quale film fare adesso, è la visione complessiva. Manca una linea narrativa che unisca i progetti, manca una mappa chiara di dove si vuole portare la saga nei prossimi dieci anni, manca quella figura autoriale forte capace di prendere decisioni impopolari ma coerenti. Kathleen Kennedy ha gestito un patrimonio enorme con risultati discutibili, e l’impressione è che ogni decisione venga presa in difesa, mai in attacco. Si gioca per non perdere, non per vincere. Ed è lì, non al botteghino di un singolo film, che si misura il disastro.

Star Wars sta davvero tirando gli ultimi respiri? Non credo. Un brand di questa portata non muore. Però può trasformarsi in qualcosa di molto diverso da quello che era: un universo di nicchia, da streaming, da fan accaniti, lontano da quella centralità culturale che aveva un tempo. E sarebbe una sconfitta, perché Star Wars meriterebbe ancora di essere il punto di riferimento dell’immaginario popolare contemporaneo. Ma per tornare a esserlo serve coraggio, non strategie difensive. Serve qualcuno che abbia il fegato di dire “buttiamo via il piano sicuro e proviamo qualcosa di nuovo”.

Per ora, quello che vedo è una macchina che gira al minimo, prudente, ripetitiva, spaventata dalla propria stessa eredità. E la galassia lontana lontana, ogni anno che passa, sembra un po’ più lontana davvero.

“Che la forza sia con noi…”

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