Supergirl arriva al cinema preceduto da una delle accoglienze più severe che il nuovo corso DC targato James Gunn abbia incassato finora. Il secondo film del DCU dopo il Superman del 2025 si è preso una valanga di stroncature: su Rotten Tomatoes oscilla intorno al 57 per cento, e su Metacritic si ferma a un magro 49. Variety lo liquida come piatto e generico, smontando perfino la sua posa da finto punk rock; RogerEbert lamenta che le emozioni dei personaggi non arrivino mai a segno; TechRadar parla del primo vero passo falso del DC Studios; e il Telegraph lo bolla come un riciclo grigio e arancione di Mad Max e Star Wars. Insomma, il pubblico che entra in sala sa già di trovarsi davanti a un caso.
E invece, diciamolo subito, a me non è dispiaciuto. È un film semplice, su questo non si discute, e non punta a riscrivere niente. Ma se il metro di giudizio è l’obiettivo che si era dato, ovvero intrattenere chi compra il biglietto, allora lo centra senza fatica. Non tutto va misurato sull’asticella altissima dei migliori cinecomic degli ultimi anni: c’è spazio anche per un film d’avventura spaziale che funziona per quello che è.

E ti pareva se non uscivano i soliti commenti sulla sessualizzazione e sul confronto con il cugino maschio. È un copione già scritto, che torna puntuale a ogni eroina che arriva sullo schermo, e che finisce per pesare sul film più di quanto il film stesso meriti. Kara Zor-El qui è una supereroina suo malgrado: i poteri ce li ha, ma non gliene importa granché di usarli. Vive ai margini, da nomade, e nemmeno le richieste d’aiuto di Ruthye, la ragazzina a cui Krem ha massacrato la famiglia, bastano a smuoverla davvero.
A farla entrare in azione è un’altra cosa, molto più personale. Krem colpisce con una freccia avvelenata il suo cane, Krypto, e da quel momento per Kara è una corsa contro il tempo: l’unico antidoto è nelle mani proprio di Krem. È quel veleno, non una vocazione da salvatrice del mondo, a mettere in moto tutto. Le due strade, la vendetta di Ruthye e la disperazione di Kara per il cane, finiscono per convergere sullo stesso bersaglio, ed è una scelta di scrittura che tiene insieme il viaggio meglio di quanto la critica abbia voluto riconoscere.

Krem, dal canto suo, è una bella sorpresa. Un mercante di schiave senza scrupoli, di una cattiveria così assoluta da elevarlo a villain di alto livello, ben oltre la media spesso anonima degli antagonisti del genere. Funziona perché non cerca giustificazioni: è semplicemente spietato, e questo basta a tenere alta la tensione.
Dove invece resta l’amaro in bocca è Lobo. Per la fama che il personaggio si porta dietro dai fumetti, meritava ben più dei pochi minuti che gli vengono concessi. È un peccato, perché è esattamente il tipo di figura che avrebbe potuto rubare la scena, e qui resta un’occasione lasciata a metà. Qualche minuto in più gli avrebbe fatto giustizia.
Supergirl non è un film ai massimi livelli, e non fa nulla per nascondere i suoi limiti. Milly Alcock regge la baracca con una Kara ruvida e disillusa, Krem fa il suo lavoro da cattivo come pochi, e il resto scorre senza pretese. Fa quello che deve fare: intrattiene il pubblico. A volte, per un film, può bastare.
Scheda tecnica
Cast principale
- Milly Alcock – Kara Zor-El - Supergirl
- Matthias Schoenaerts – Krem delle Colline Gialle
- Eve Ridley – Ruthye Marye Knoll
- David Krumholtz – Zor-El - Superman
- Jason Momoa – Lobo












