Vent’anni dopo essere uscito nelle sale quasi in sordina, Idiocracy si ritrova al centro di una consultazione che nessuno, nel 2006, avrebbe potuto immaginare. Il New York Times ha chiesto ai propri lettori quale film racconti meglio l’esperienza americana, in occasione del 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti, e la risposta più frequente è stata la commedia fantascientifica di Mike Judge.
Al sondaggio hanno risposto oltre tremila lettori, invitati a indicare il titolo capace di restituire il senso profondo del Paese. Più di 3.000 lettori hanno risposto a un sondaggio del New York Times che chiedeva quale film catturasse meglio l’esperienza americana, offrendo centinaia di titoli, per lo più classici. Pur con opinioni molto diverse, è emerso un vincitore chiaro e insolito: la satira di Mike Judge del 2006 ha ricevuto più menzioni di qualsiasi altro film. Dietro Idiocracy si sono piazzati Il padrino, Easy Rider, American Graffiti e Fa’ la cosa giusta, mentre tra i titoli citati con maggiore frequenza sono comparsi anche Network, Furore, Il buio oltre la siepe e Il dottor Stranamore, eppure Idiocracy ha superato tutti quanti.

Il film segue un bibliotecario e una prostituta che si sottopongono a un esperimento di ibernazione gestito dal governo e si risvegliano cinque secoli dopo in una società distopica, affrontando temi come l’anti-intellettualismo, la politica gestita dai media, le aziende che marchiano e monetizzano ogni cosa, il consumismo come identità e il declino della competenza umana. Alla guida di quel mondo c’è un presidente le cui uniche credenziali sono quelle di essere stato un campione di wrestling e una star del cinema per adulti, un dettaglio che negli anni è tornato più volte al centro delle discussioni online.
Molti dei partecipanti alla consultazione hanno descritto il film non più come una semplice esagerazione satirica, ma come una rappresentazione realistica del presente. Molti lettori lo hanno descritto come una rappresentazione accurata dell’America contemporanea, e diversi hanno commentato che è diventato meno una commedia e più un documentario. Non è un caso isolato: negli ultimi anni l’idea che Idiocracy sia diventato una sorta di documentario involontario è circolata così spesso da trasformarsi in un vero luogo comune della cultura cinematografica online, complice anche il paragone, tornato di attualità, tra il presidente del film e alcune vicende politiche recenti legate al mondo del wrestling e dello spettacolo.
Quando uscì nelle sale nel 2006, Idiocracy ebbe una distribuzione estremamente limitata e passò quasi inosservato. Il film a basso budget di Judge ottenne risultati deludenti al momento dell’uscita nel 2006 e fu in gran parte ignorato dal suo stesso studio; quasi vent’anni dopo, però, il pubblico lo ha progressivamente riscoperto e valorizzato. Il produttore non organizzò una vera campagna promozionale, non furono diffusi trailer né materiali per la stampa, e la pellicola non fu proiettata in anteprima per i critici, un trattamento che negli anni ha alimentato ipotesi su un possibile disinteresse dello studio verso un progetto ritenuto scomodo.

Quella distribuzione fiacca non ha impedito al film di costruirsi, con il tempo, una solida reputazione da cult, capace di trasformarlo in uno dei riferimenti più citati quando si discute di satira sociale e politica americana. Non è la prima volta che un’opera di Mike Judge segue questo percorso. Il regista ha realizzato altri due film accolti con freddezza al momento dell’uscita e oggi considerati pietre miliari del genere: Office Space, uscito nel 1999, ebbe un riscontro modesto e fu inizialmente trattato come una commedia di nicchia, per poi conquistare una seconda vita come ritratto emblematico del logoramento aziendale e del lavoro d’ufficio privo di senso. In Italia il film è noto con il titolo Impiegati… male!.
Il risultato del sondaggio del New York Times non va letto come un’incoronazione di Idiocracy quale miglior film americano di sempre: capolavori come Il padrino restano saldamente parte del canone. Il dato racconta piuttosto qualcos’altro, e cioè il modo in cui una parte del pubblico legge oggi il Paese. Il risultato dice tanto sulla lente attraverso cui alcuni americani osservano attualmente il proprio Paese quanto sul film in sé. Che una satira a basso budget del 2006 abbia superato titoli storici nella percezione collettiva racconta, più di ogni altra cosa, il clima culturale del presente: per una parte consistente dei lettori interpellati, la visione grottesca costruita da Mike Judge è diventata una delle chiavi più efficaci per leggere l’America del 250° anniversario.












