Rosa Elettrica arriva su Sky e NOW dall’8 maggio con una premessa che potrebbe sembrare classica, agente sotto copertura, baby boss di camorra, tradimenti istituzionali, ma che invece propone un ribaltamento necessario: e se il vero pericolo non fossero gli inseguitori, ma ciò che scopri di te stesso mentre fuggi?
La serie Sky Original in sei episodi, diretta da Davide Marengo e prodotta da Sky Studios e Cross Productions, adatta liberamente il romanzo bestseller di Giampaolo Simi del 2007 (Sellerio Editore) e lo fa con un taglio che privilegia il viaggio interiore tanto quanto quello geografico. Maria Chiara Giannetta interpreta Rosa, giovane agente del programma protezione testimoni incaricata di scortare Cocìss (Francesco Di Napoli), un collaboratore di giustizia che dovrebbe essere solo un pacco da consegnare. Quando Rosa capisce che qualcosa nell’operazione non quadra, rompe la catena di comando e fugge con lui. Da quel momento diventano entrambi bersagli, costretti ad attraversare l’Italia senza potersi fidare di nessuno, nemmeno, e soprattutto, delle istituzioni.
La trama che conta: quando la fuga diventa rivelazione
Rosa Elettrica non è un thriller sulla corsa contro il tempo per smascherare un complotto. È un thriller sulla scoperta che il sistema in cui hai creduto può rivoltarsi contro di te nel momento in cui scegli di pensare con la tua testa. Rosa non è una eroina per vocazione: è una professionista giovane, preparata, convinta di fare la cosa giusta. Fino a quando la cosa giusta smette di essere chiara.
La struttura on-the-road attraverso l’Italia non è solo un espediente scenografico: è il dispositivo narrativo che permette ai due protagonisti, e allo spettatore, di spogliarsi progressivamente delle certezze. Ogni tappa è un gradino verso il fondo, verso la scoperta che il nemico più grande non sta fuori, ma dentro: nella paura, nel dubbio, nella consapevolezza che hai vissuto credendo in qualcosa che forse non esiste.

Maria Chiara Giannetta: l’eroina per caso che non vuole esserlo
Maria Chiara Giannetta ha dimostrato in questi anni di saper abitare personaggi complessi senza mai cedere alla tentazione della semplificazione. Dopo Blanca e i ruoli più leggeri, Rosa Elettrica le offre uno spazio diverso: quello di una donna che non cerca il conflitto, ma che si trova costretta a viverlo perché ha ancora la capacità di chiedersi se quello che le hanno insegnato è giusto.
Rosa non è un poliziotto disilluso da film americano. È una persona che scopre in tempo reale che il mondo del dovere può essere anche il mondo del tradimento. Giannetta porta in scena questa frattura con una fisicità trattenuta, una tensione che non esplode ma brucia sotto la superficie. Non la vediamo impugnare armi con sicurezza action-movie: la vediamo dubitare, sbagliare, resistere. È in questo spazio che il personaggio prende corpo.
Accanto a lei, Francesco Di Napoli, che abbiamo visto crescere tra La paranza dei bambini e Romulus, interpreta Cocìss, il baby boss che dovrebbe essere solo un mezzo e che invece diventa un compagno di viaggio necessario. Non c’è romanticizzazione del criminale qui: c’è lo scambio forzato tra due persone che scoprono di avere più in comune di quanto vorrebbero ammettere. Entrambi sono pedine di un gioco più grande, entrambi hanno creduto in qualcosa che si sta sgretolando.
Una writers’ room tutta al femminile: la differenza si vede
La sceneggiatura è firmata da Giordana Mari, head-writer di una writers’ room interamente femminile che include Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero. E questa scelta si sente. Non perché ci siano temi “da donna”, qualunque cosa significhi, ma perché c’è un’attenzione diversa ai rapporti di potere, al modo in cui la vulnerabilità viene usata come arma, al non detto che diventa più pericoloso del detto.
Il personaggio di Elena Lietti, il vicequestore Antonella Reja, superiore di Rosa, è esemplare in questo senso. Non è la cattiva per antonomasia né la mentore tradita: è una figura ambigua, capace di mettere alla prova Rosa con una durezza che può essere interpretata come protezione o come manipolazione. Lietti la interpreta con una freddezza che non è mai disumana, solo calcolata. E questo rende tutto più inquietante.

Antonia Truppo nei panni di Nunzia Serafino, detta “Mamma Camorra”, boss insospettabile del clan Incantalupo, porta in scena l’archetipo della matriarca criminale ma lo fa con una normalità disturbante. Non c’è bisogno di urlare o minacciare quando hai il controllo assoluto: basta esistere, osservare, aspettare. Truppo sa fare questo da sempre, fin da Indivisibili: costruire personaggi potenti attraverso l’assenza di enfasi.
La regia di Davide Marengo: il thriller che respira
Davide Marengo, che ha firmato Il cacciatore e Un’estate fa, conosce il crime italiano e sa dove sono le trappole. Rosa Elettrica evita il realismo macchiettistico e la tentazione dell’action gratuito. La regia privilegia i volti, i silenzi, i momenti in cui i personaggi si guardano senza parlare perché non possono dirsi la verità neanche se volessero.
Il ritmo è costruito sull’alternanza tra movimento e stasi: la fuga non è sempre corsa, a volte è attesa, a volte è il capire che non puoi più tornare indietro. Il paesaggio italiano non è cartolina ma scenario ostile: i luoghi attraversati non sono belli, sono funzionali alla narrazione di un Paese che ti respinge quando esci dal binario.
Il messaggio sotto la superficie: fidarsi è ancora possibile?
Rosa Elettrica pone una domanda scomoda: cosa fai quando scopri che le istituzioni in cui credevi possono tradirti? Non è una domanda retorica né una posizione ideologica: è il cuore pulsante della serie. Rosa non diventa un’anarchica, non abbraccia il crimine. Semplicemente smette di credere ciecamente e inizia a scegliere da sola. E questa, in un crime italiano, è quasi una rivoluzione.
La serie non offre risposte facili. Non c’è il cattivo assoluto da abbattere, non c’è il lieto fine preconfezionato. C’è il viaggio, c’è la scoperta che il nemico più grande è dentro di noi: la paura di scegliere, la tentazione di obbedire, il bisogno di credere in qualcosa anche quando quel qualcosa ci sta tradendo.
Considerazioni finali: perché Rosa Elettrica merita attenzione
Rosa Elettrica arriva in un momento in cui il crime italiano sta cercando nuove strade dopo anni di Gomorra-cloni e narco-thriller. Non è un superamento totale del genere, ma è un passo laterale intelligente: spostare il focus dall’azione al dubbio, dal nemico esterno al conflitto interiore, dalla certezza alla fragilità.

Maria Chiara Giannetta trova qui un personaggio che la mette alla prova senza esporla al rischio della macchietta. Il cast corale regge, la regia tiene il ritmo, la sceneggiatura non cede alla tentazione di spiegare troppo. Sei episodi sono la misura giusta: abbastanza per sviluppare, non troppo per annacquare.
Vale la pena guardare Rosa Elettrica perché non ti offre la confortevole illusione che le istituzioni siano sempre dalla parte giusta. Ti offre personaggi che sbagliano, che hanno paura, che scappano e poi si fermano e si chiedono: “E adesso?”. E questa domanda, in un crime thriller italiano, è già una risposta.












