Il sesto episodio di Star Trek: Starfleet Academy, “Come, let’s away”, sposta l’asse della stagione: da addestramento e rivalità scolastiche a una missione che somiglia a un battesimo del fuoco.
L’occasione è una esercitazione congiunta tra cadetti dell’Accademia e del War College, ma l’ambientazione racconta subito un’altra storia: la derelitta USS Miyazaki, un relitto del post-Burn legato al fallimento di un sistema di propulsione sperimentale, è un luogo sospeso tra mito e paura. Buio, detriti, corridoi che sembrano un labirinto: la “lezione” inizia come recupero tecnico e finisce come lotta per la sopravvivenza.
Al centro dell’episodio convivono due linee narrative che si rincorrono. La prima è quella sul campo, con i cadetti divisi tra team operativo e supporto. Tra scambi di battute e tensioni pregresse, la missione diventa presto un assedio: sulla Miyazaki agiscono interferenze e un campo che ostacola le procedure di salvataggio, mentre un nuovo gruppo alieno, i Furies, prende il controllo della situazione. La serie li tratteggia come predatori brutali e intimidatori, capaci di imporre condizioni e trasformare gli ostaggi in merce di scambio. Il risultato è un episodio che innesta sul canovaccio “nave fantasma” un’energia più fisica e nervosa, con un tono che, per atmosfera e messa in scena, sfiora a tratti l’orrore.
La seconda linea narrativa si gioca invece sull’Athena, la nave-scuola che rende credibile l’idea di un’Accademia non confinata alla sola dimensione campus. Qui la crisi locale diventa immediatamente problema politico e strategico: la Federazione valuta opzioni, calcola rischi, tenta di leggere le mosse avversarie. È in questo spazio che rientra Nus Braka, interpretato da Paul Giamatti, chiamato come possibile chiave per gestire i Furies. Il confronto con la capitana Ake (Holly Hunter) regge su dialoghi di pressione e memoria, e porta in superficie ferite personali, fino a un affondo diretto sul passato della comandante e sulla morte di suo figlio. L’episodio non si limita a riproporre Braka come figura ambigua: lo colloca al centro di una manovra più ampia, dove l’aiuto ha sempre un prezzo e l’accordo è sempre instabile.

Sul piano emotivo, “Come, let’s away” lavora anche sull’intimità tra Caleb e Tarima. La relazione fa un salto di livello e diventa, narrativamente, il veicolo per chiarire cosa significhi davvero il “mind speak” betazoide: non solo empatia, ma accesso, invasione, confine fragile. Quando la crisi esplode sulla Miyazaki, quel legame si trasforma in canale d’emergenza. Tarima, rimasta sull’Athena, riesce a connettersi a Caleb nel momento peggiore, e la sua presenza a distanza diventa un elemento operativo, non soltanto romantico.
Il cuore dell’azione sulla Miyazaki ruota attorno a un ostacolo tipicamente trek, ma risolto con un’idea narrativa insolita: l’“antico” computer della nave, riattivato in condizioni precarie, resta ancorato a protocolli e missioni di un equipaggio morto da tempo. Per ottenere protezione e tempo, i cadetti devono convincere la nave a riconoscerli come nuovo equipaggio. La soluzione passa da un oggetto pop interno al mondo di Star Trek: un fumetto che mitizza le vicende e gli “eroi” della Miyazaki. Quel racconto illustrato, trasformato in documento, diventa una prova di identità, un certificato culturale che collega la leggenda al presente. È anche un gesto di worldbuilding: nel secolo della ricostruzione post-Burn, la memoria della Flotta può sopravvivere e circolare in forme laterali, non solo negli archivi.
Quando la situazione precipita, la serie compie scelte nette. Prima la morte del comandante Tomov, docente del War College che guida un tentativo di fuga, poi quella del cadetto vulcaniano B’Avi, che trova spazio per un gesto di sacrificio coerente con un’etica esplicitamente legata alla tradizione vulcaniana e a un immaginario che richiama anche Spock. Il lutto non resta un dettaglio di passaggio: l’episodio si prende il tempo per mostrarne il peso e il rito minimo, con un segno affettivo che riporta al fumetto amato dal personaggio.

La risoluzione della minaccia, però, non arriva dall’ennesima trovata ingegneristica: arriva da Tarima. La cadetta betazoide decide di rimuovere l’impianto che inibisce le sue capacità telepatiche e sprigiona un potere che la serie presenta come devastante, capace di neutralizzare i Furies in un istante. È un turning point per il personaggio, che fino a qui aveva orbitato spesso attorno alla dinamica di coppia: l’episodio lo ribadisce come forza autonoma e determinante, al costo di conseguenze fisiche immediate. Il suo destino, nel finale, resta in sospeso, ma viene suggerita una condizione critica.
L’ultima torsione narrativa riguarda Braka. L’operazione di soccorso si rivela anche una distrazione: mentre tutti guardano alla Miyazaki e all’arrivo di rinforzi, una banda di pirati, i Venari Ral, sfrutta la finestra per colpire una starbase di ricerca, la J19-Alpha, e sottrarre tecnologia classificata di natura pericolosa. Braka non è soltanto un intermediario sgradevole, ma un attore centrale del raggiro, capace di comunicare con i pirati e di far “abboccare” la Federazione. La chiusura rincara la posta con un messaggio diretto ad Ake: il conflitto non è episodico, è personale, e promette nuove mosse.
“Come, let’s away” funziona soprattutto quando fonde le sue anime: formazione e guerra, leggenda e procedura, intimità e disciplina. E chiarisce che, nella Starfleet del dopo Burn, anche una missione “didattica” può trasformarsi in un evento che ridisegna la stagione, lasciando ai cadetti una consapevolezza brutale: l’uniforme non è un gioco di ruolo, e l’eroismo può arrivare prima della maturità.












