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Ettore Scola, la storia d’Italia chiusa in una stanza

Dal Marc'Aurelio a C'eravamo tanto amati, da Una giornata particolare a La famiglia: vita, film e retroscena del regista che raccontò l'Italia

by Redazione

Sul set di C’eravamo tanto amati, davanti alla Fontana di Trevi, un signore si avvicina a Ettore Scola e gli chiede se può rendersi utile. Il regista gli affida una missione: andare da Federico Fellini, che in quel momento interpreta se stesso nella ricostruzione del bagno della Dolce vita, stringergli la mano e complimentarsi con lui chiamandolo “il grande Rossellini”. Fellini non sa nulla dello scherzo, e lo scambio di persona entra nel film. In quella scena sta quasi tutto Scola: l’amore per il cinema che lo aveva preceduto, l’ironia del vignettista, la capacità di far ridere mentre racconta una generazione che si è persa per strada.

Ettore Scola è stato uno degli ultimi grandi narratori della commedia all’italiana e, insieme, il regista che più di ogni altro ha provato a portarla oltre i suoi confini: dentro un appartamento, su una terrazza, in una sala da ballo senza una sola battuta di dialogo. Ha raccolto quattro candidature all’Oscar, un premio per la regia a Cannes, un Orso d’argento a Berlino, i César francesi. Il suo lascito più prezioso, però, è un modo di guardare la grande storia attraverso le vite piccole, quelle che la storia la subiscono senza averla scelta.

Ettore Scola, dalle vignette del Marc’Aurelio alla bottega degli sceneggiatori

Ettore Scola nasce a Trevico, in provincia di Avellino, il 10 maggio 1931, e da bambino si trasferisce con la famiglia a Roma, nel quartiere Esquilino, dove resterà per tutta la vita. Di quel paese irpino conserverà un ricordo di bottega: molti anni dopo, durante una lezione con il pubblico del Bif&st, raccontò che senza i fratelli Lumière avrebbe fatto il falegname o il calzolaio, i due mestieri che da ragazzino andava a osservare nelle botteghe di Trevico.

Il destino però passa dalla matita. A quindici anni disegna vignette e le porta alle riviste umoristiche, il Marc’Aurelio e il Travaso delle idee, e mentre studia giurisprudenza all’università di Roma, senza troppa convinzione, diventa un collaboratore fisso del Marc’Aurelio. È la redazione in cui si sono formati Steno, Age e Scarpelli, Ruggero Maccari, Vittorio Metz, Marcello Marchesi e lo stesso Fellini: una palestra che insegna la sintesi del bozzetto, il personaggio tratteggiato in poche righe, la battuta capace di fotografare un vizio nazionale.

Dalla rivista al cinema il passo è breve. Scola comincia come battutista nella bottega di Marchesi e Metz, scrive testi per la radio e la televisione, e dalla metà degli anni Cinquanta diventa sceneggiatore a tempo pieno, quasi sempre in coppia con Ruggero Maccari. Firma copioni per i registi più importanti della commedia: con Dino Risi lavora a Il sorpasso (1962) e a I mostri (1963), con Antonio Pietrangeli a Io la conoscevo bene (1965). Impara il mestiere dall’interno, da artigiano, ed è un’impronta che non perderà mai.

L’esordio alla regia: Gassman, Sordi e il primo incontro con Mastroianni

Il debutto dietro la macchina da presa arriva nel 1964 con Se permettete parliamo di donne, film a episodi scritto con Maccari in cui Vittorio Gassman interpreta tutti e nove i segmenti, un campionario di maschi italiani alle prese con le donne. In un ruolo secondario compare un giovane Gigi Proietti, al suo esordio sul grande schermo.

Il primo grande successo di pubblico arriva quattro anni dopo, con un titolo lunghissimo: Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968). Alberto Sordi è un borghese ricco e annoiato che parte per l’Africa con il pretesto di riportare a casa un parente scomparso, al suo fianco ci sono Nino Manfredi e Bernard Blier. Dietro l’avventura esotica alla Salgari si nasconde un ritratto amaro dell’italiano del boom in fuga da se stesso. Con Sordi, Scola tornerà a lavorare in La più bella serata della mia vita (1972), scritto con Sergio Amidei a partire da un racconto di Friedrich Dürrenmatt, con l’attore nei panni di un esportatore illegale di capitali che finisce processato per gioco da quattro anziani magistrati in un castello svizzero, poi in alcuni episodi del collettivo I nuovi mostri (1977) e, molti anni dopo, in Romanzo di un giovane povero (1995).

Il 1970 è l’anno di Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) e dell’incontro con l’attore che diventerà il suo interprete più assiduo, Marcello Mastroianni. Oreste è un muratore romano comunista, sposato con una donna più anziana, che a una festa dell’Unità si innamora di Adelaide, fioraia al cimitero del Verano interpretata da Monica Vitti. Il triangolo si chiude quando lei perde la testa per Nello, pizzaiolo toscano con il volto di Giancarlo Giannini. Il titolo imita il linguaggio della cronaca nera, la sceneggiatura scritta con Age e Scarpelli spinge il melodramma popolare fino al grottesco, e la miseria delle baracche convive con la comicità più scatenata. A Cannes Mastroianni vince il premio come miglior attore: nasce un sodalizio che attraverserà quasi vent’anni.

Nel 1973 Scola firma il suo film più militante, Trevico-Torino, viaggio nel Fiat-Nam, racconto dell’emigrazione dal Sud verso le fabbriche torinesi. Il paese natale del regista entra nel titolo, e l’impegno politico, mai nascosto, entra stabilmente nel suo cinema.

C’eravamo tanto amati, trent’anni d’Italia in tre amici

Nel 1974 arriva il film che consacra Ettore Scola tra i grandi del cinema italiano. C’eravamo tanto amati, scritto con Age e Scarpelli, segue tre amici che si conoscono durante la Resistenza: Gianni, l’avvocato che baratta gli ideali con il matrimonio nella famiglia di un ricco palazzinaro, interpretato da Vittorio Gassman; Antonio, il portantino comunista di Nino Manfredi; Nicola, l’intellettuale di provincia di Stefano Satta Flores, ossessionato dal cinema. Tutti e tre, a turno, amano Luciana, aspirante attrice con il volto di Stefania Sandrelli. Il palazzinaro ha la mole e la voce di Aldo Fabrizi, accanto a lui recita Giovanna Ralli.

Il film attraversa trent’anni di storia italiana, dalla guerra partigiana agli anni Settanta, mescolando la finzione con i cinegiornali d’epoca, come quelli delle elezioni del 18 aprile 1948, e con personaggi reali nei panni di se stessi. Nicola partecipa a Lascia o raddoppia? con Mike Bongiorno e perde per eccesso di zelo una domanda su Ladri di biciclette; Antonio, in ambulanza, finisce a piazza di Trevi proprio mentre Fellini gira con Mastroianni la scena della Dolce vita.

Il cuore segreto del film è Vittorio De Sica, il regista che Scola amava più di tutti. Nell’idea di partenza la storia doveva ruotare attorno a un professore stregato da Ladri di biciclette; nella versione finale De Sica compare in alcune immagini reali di un incontro pubblico, e il suo racconto finisce per dare ragione proprio a Nicola sulla domanda del quiz. De Sica muore il 13 novembre 1974, mentre il film è in fase di missaggio, dopo aver fatto in tempo a vederlo: Scola decide di dedicargli l’opera con una scritta finale. C’eravamo tanto amati vince il primo premio al Festival di Mosca e il César come miglior film straniero, e nel 2016, restaurato, chiude il Festival di Cannes.

Brutti, sporchi e cattivi, la borgata senza poesia

Due anni dopo Scola va nella direzione opposta. Brutti, sporchi e cattivi (1976) è ambientato nelle baraccopoli della periferia romana dei primi anni Settanta, dove Giacinto Mazzatella, padre padrone di dieci figli interpretato da Nino Manfredi, vive ammassato con un esercito di parenti in un tugurio che è insieme casa, campo di battaglia e tribunale.

Il titolo è già una dichiarazione di poetica. Le borgate che Pier Paolo Pasolini aveva raccontato con lo sguardo del poeta, nei romanzi e nei film, qui diventano un mondo chiuso e feroce, senza riscatto né idealizzazione. Pasolini era stato ucciso nel novembre 1975, e il film suona anche come la presa d’atto che quel mondo si è guastato per sempre. Alla sceneggiatura, firmata con Maccari, collabora per i dialoghi Sergio Citti, storico collaboratore di Pasolini; produce Carlo Ponti, le musiche sono del fedelissimo Armando Trovajoli. A Cannes Scola vince il premio per la miglior regia.

Una giornata particolare, il 6 maggio 1938 visto da un caseggiato

Il 6 maggio 1938 Adolf Hitler arriva a Roma per suggellare l’alleanza con Mussolini, e la città intera si riversa per strada ad applaudire la parata. In un grande caseggiato popolare restano soltanto due persone: Antonietta, casalinga e madre di una famiglia numerosa, moglie di un fascista convinto, e Gabriele, ex annunciatore della radio di regime, allontanato dal lavoro perché omosessuale.

Sophia Loren e Marcello Mastroianni, insieme sullo schermo per la dodicesima volta, costruiscono nell’arco di una giornata l’incontro tra due solitudini: la donna schiacciata dal ruolo che il regime le impone e l’uomo escluso per ciò che è. Per tutto il film, in sottofondo, la radio trasmette la cronaca della visita del Führer. La sceneggiatura è di Scola e Maccari con la collaborazione di Maurizio Costanzo; nel cast ci sono John Vernon nel ruolo del marito e una giovanissima Alessandra Mussolini in quello della figlia Maria Luisa.

Fra i retroscena, uno lo ha raccontato la stessa Loren: per pudore chiese a Scola di girare una scena particolarmente intima con la macchina da presa alle sue spalle, perché le parole del suo personaggio arrivassero allo spettatore senza violenza, e il regista accettò. Una giornata particolare diventa il più grande successo internazionale di Scola: Golden Globe come miglior film straniero, César, i David di Donatello per la regia e per Sophia Loren, due candidature all’Oscar, come miglior film straniero e per Mastroianni come miglior attore protagonista.

La terrazza e gli anni Ottanta, dalla fuga a Varennes a una balera di Parigi

Con La terrazza (1980) Scola torna, insieme ad Age e Scarpelli, a una Roma vicinissima: quella degli intellettuali di sinistra che si ritrovano a cena su una terrazza e fanno il bilancio delle proprie sconfitte. Il gruppo di attori riunisce il meglio dell’epoca: Mastroianni giornalista cinico, Ugo Tognazzi produttore cinematografico, Jean-Louis Trintignant sceneggiatore inaridito, Serge Reggiani funzionario della televisione, e poi Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Carla Gravina, Stefano Satta Flores, Milena Vukotic. A Cannes il film vince il premio per la sceneggiatura e quello per l’attrice non protagonista a Carla Gravina.

L’anno dopo cambia completamente registro con Passione d’amore (1981), tratto da Fosca, romanzo della Scapigliatura di Iginio Ugo Tarchetti. Nell’Italia appena unita un giovane ufficiale, interpretato da Bernard Giraudeau, è diviso tra l’amante Clara di Laura Antonelli e Fosca, donna malata e ossessiva legata alla famiglia del suo comandante, e precipita in un amore che subisce più di quanto lo scelga. Valeria D’Obici, nel ruolo di Fosca, firma l’interpretazione della vita. La curiosità arriva da oltreoceano: Stephen Sondheim vide il film nel 1983 e ne ricavò l’idea per il musical Passion, debuttato nel 1994.

Il mondo nuovo (1982), titolo originale La nuit de Varennes, porta lo spettatore nel 1791, sulla scia della carrozza con cui Luigi XVI e Maria Antonietta tentano la fuga dalla Rivoluzione francese. Su una diligenza che li segue viaggiano lo scrittore libertino Restif de la Bretonne di Jean-Louis Barrault, un Giacomo Casanova ormai vecchio e malinconico interpretato da Mastroianni, il rivoluzionario americano Thomas Paine con il volto di Harvey Keitel e la contessa di Hanna Schygulla. Scenografie di Dante Ferretti, costumi di Gabriella Pescucci: la fine di un’epoca raccontata attraverso le conversazioni di un viaggio.

Poi il salto più audace. Ballando ballando (1983), titolo originale Le bal, non contiene una sola battuta di dialogo. Nasce da uno spettacolo del 1980 del Théâtre du Campagnol, ideato da Jean-Claude Penchenat, e racconta cinquant’anni di storia francese, dal Fronte popolare alla guerra d’Algeria e oltre, restando sempre dentro la stessa sala da ballo alle porte di Parigi. A parlare sono le canzoni che scandiscono le epoche, arrangiate da Vladimir Cosma e Armando Trovajoli, i costumi e i corpi degli attori. Il film vince il César per il miglior film e per la regia, l’Orso d’argento a Berlino, i David come miglior film e miglior regia, e viene candidato all’Oscar in rappresentanza dell’Algeria, che lo aveva coprodotto.

Nel 1985 Maccheroni affianca Mastroianni a Jack Lemmon, manager americano che arriva a Napoli: un incontro tra due modi di stare al mondo, con le musiche di Trovajoli e la produzione della Filmauro.

La famiglia, Splendor e Che ora è: il tempo dentro una casa

Nel 1987 La famiglia porta all’estremo l’unità di luogo che Scola ama: ottant’anni di storia, dal 1906 al 1986, raccontati senza mai uscire da un appartamento borghese del quartiere Prati di Roma. Il film è diviso in nove capitoli, introdotti da un lungo carrello lungo il corridoio di casa, e segue la vita di Carlo dall’infanzia fino all’ottantesimo compleanno. Vittorio Gassman gli dà il volto da adulto, accanto a Stefania Sandrelli e Fanny Ardant; lo scenografo Luciano Ricceri racconta il secolo attraverso gli arredi che cambiano di stanza in stanza. Presentato in concorso a Cannes, il film vince i David per il miglior film, la regia e la sceneggiatura e ottiene la quarta candidatura all’Oscar della carriera di Scola.

Due anni dopo il regista dedica due film di fila alla coppia formata da Mastroianni e Massimo Troisi. Splendor (1989) racconta la parabola di un cinema di provincia destinato a chiudere, una lettera d’amore alla sala come luogo di comunità. Che ora è (1989) è invece un duetto: un avvocato romano benestante va a trovare a Civitavecchia il figlio Michele, che sta finendo il servizio militare, e in una sola giornata prova a recuperare anni di assenza. Alla Mostra di Venezia i due attori vincono ex aequo la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile; la sceneggiatura porta anche la firma di Silvia Scola, figlia del regista.

Gli ultimi film, la politica e il congedo

Negli anni Novanta Scola continua a girare con regolarità: Il viaggio di Capitan Fracassa (1990), ancora con Troisi; Mario, Maria e Mario (1993); Romanzo di un giovane povero (1995), l’ultimo incontro con Sordi; La cena (1998), di nuovo con Gassman, Ardant e Sandrelli tra i tavoli di un ristorante romano; Concorrenza sleale (2001), con Diego Abatantuono e Sergio Castellitto commercianti rivali nella Roma delle leggi razziali, e con Gérard Depardieu. Nel 2003 Gente di Roma, ritratto semidocumentario della città che lo aveva adottato, chiude la sua carriera nel cinema di finzione.

L’impegno civile non lo ha mai nascosto. Iscritto al Partito comunista, partecipa al film collettivo L’addio a Enrico Berlinguer (1984) e nel 1989 entra nel governo ombra del PCI con la delega ai Beni culturali. Dopo Gente di Roma si ferma, e il motivo lo spiegò lui stesso più volte: aveva promesso di non girare film finché Silvio Berlusconi fosse rimasto al governo. In un incontro con il pubblico del Bif&st ricordò l’episodio da cui era partito tutto: Berlusconi si era vantato di essere liberale perché la sua Medusa faceva lavorare anche comunisti come Scola, e il regista, che stava per girare con Depardieu un film prodotto proprio da Medusa con i contratti già firmati, rispose con una lettera in cui diceva di non essere abituato ad avere a che fare con i mecenati.

Lo strappo alla promessa arriva nel 2013, per un amico. Che strano chiamarsi Federico, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia nel ventennale della morte di Fellini, ricostruisce nel Teatro 5 di Cinecittà la redazione del Marc’Aurelio, le notti romane, i ricordi condivisi, mescolando attori e materiali d’archivio. Scola lo definì più un album di ricordi che un film vero e proprio, e lo scrisse con le figlie Paola e Silvia. A Venezia riceve il premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker. Nel 2015 la moglie Gigliola e le figlie gli restituiscono l’omaggio con il documentario Ridendo e scherzando.

Ettore Scola muore a Roma la sera del 19 gennaio 2016, a 84 anni, nel reparto di cardiochirurgia del Policlinico Gemelli. La camera ardente e il funerale laico si tengono alla Casa del Cinema di Villa Borghese, dove oggi il teatro all’aperto porta il suo nome.

Lo stile di Ettore Scola: la grande storia vista dalle vite piccole

Rivedere oggi i suoi film significa riconoscere un metodo. Scola chiude i personaggi in un luogo, una terrazza, un caseggiato, un appartamento, una sala da ballo, un cinema, e lascia che la storia entri dalla finestra: con la radio che racconta la parata di Hitler, con i mobili che cambiano da un decennio all’altro, con le canzoni che segnano il passaggio delle epoche. È un cinema di sceneggiatura, nato nella bottega con Maccari e affinato con Age e Scarpelli, ed è un cinema di attori: Gassman, Manfredi, Sordi, Tognazzi, Vitti, Loren, Troisi e soprattutto Mastroianni, il suo interprete più frequentato. Accanto a loro, sempre gli stessi artigiani, dalle musiche di Armando Trovajoli alle scenografie di Luciano Ricceri.

Le quattro candidature all’Oscar per il miglior film straniero, con Una giornata particolare, I nuovi mostri, Ballando ballando e La famiglia, gli otto David di Donatello e i premi raccolti a Cannes, Berlino, Venezia e Mosca raccontano il riconoscimento. Il lascito vero però sta altrove. Scola ha preso la commedia all’italiana proprio mentre cominciava a declinare e l’ha trasformata in uno strumento per fare i conti con la memoria collettiva: con i maestri che lo avevano preceduto, De Sica, Fellini, Rossellini, e con l’amarezza di chi ha visto gli ideali del dopoguerra consumarsi senza fare rumore. Nei suoi film si ride sempre, ma si esce dalla sala con la sensazione di aver guardato un album di famiglia, e di essere dentro una di quelle fotografie.

Per scoprire gli altri ritratti della rubrica, la raccolta completa è nella pagina I Maestri della regia.

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