Burbank, California, fine anni Sessanta. Una cittadina ordinata ai margini di Los Angeles, villette tutte uguali, prati tagliati alla stessa altezza, gli studi di Hollywood dietro l’angolo. In una di quelle case un ragazzino pallido passa i pomeriggi a guardare i film dell’orrore con Vincent Price e i mostri di Ray Harryhausen, e a disegnare creature dalle membra sottili e dagli occhi cerchiati di nero. Si chiama Tim Burton, e trasformerà quella periferia luminosa e soffocante nel paesaggio emotivo di una delle filmografie più riconoscibili della storia del cinema.
Pochi registi hanno uno stile tanto immediato da diventare un aggettivo: si dice “burtoniano” di una casa storta, di un abito a righe bianche e nere, di un personaggio solitario che non trova posto nel mondo. Dietro quell’estetica, però, c’è molto più di un marchio. Si nasconde un autore che per quarant’anni ha raccontato gli emarginati, i diversi, i mostri gentili, e che ha portato il gotico dentro il grande cinema commerciale senza mai smettere di sentirsi un intruso.
Le origini: da CalArts alla Disney, e il licenziamento
Nato a Burbank il 25 agosto 1958, Burton studia animazione dei personaggi al California Institute of the Arts, la scuola fondata da Walt Disney, e alla fine degli anni Settanta entra proprio alla Disney come animatore. È un matrimonio impossibile. Lo mettono a lavorare su Red e Toby nemiciamici, ma i suoi disegni di volpi e cuccioli dagli occhi spiritati non hanno niente della dolcezza richiesta. Collabora anche ai bozzetti di Taron e la pentola magica, senza trovare il suo spazio.
Lo trova invece nei progetti personali che lo studio, quasi distrattamente, gli lascia realizzare. Nel 1982 gira Vincent, cortometraggio in stop motion e in bianco e nero di sei minuti su un bambino che sogna di essere Vincent Price. A narrarlo è proprio Vincent Price, l’idolo d’infanzia di Burton, che diventerà per lui una figura quasi paterna. Due anni dopo arriva Frankenweenie, mezz’ora in live action con Shelley Duvall e Daniel Stern: la storia di un ragazzino che riporta in vita il suo cane come il dottor Frankenstein. La Disney lo giudica troppo cupo e spaventoso per il pubblico dei bambini, lo mette in un cassetto e lascia andare il suo autore. Burton è fuori dallo studio che lo aveva formato. Ventotto anni più tardi, la stessa Disney produrrà il remake in lungometraggio di Frankenweenie, firmato da lui.

Pee-wee e Beetlejuice: l’esordio e la nascita di uno stile
A salvarlo è proprio quel cortometraggio rifiutato. Paul Reubens, il comico che ha creato il personaggio di Pee-wee Herman, vede Frankenweenie e si convince che quel giovane regista sia l’uomo giusto per il suo primo film. Pee-wee’s Big Adventure esce nel 1985, costa poco e incassa oltre 40 milioni di dollari. Soprattutto, segna l’inizio del sodalizio con Danny Elfman, il leader degli Oingo Boingo, che da allora firmerà quasi tutte le colonne sonore di Burton e con lui inventerà un suono gotico e circense che abbiamo raccontato nel ritratto dedicato al Maestro del suono Danny Elfman.
Con Beetlejuice, nel 1988, Burton mette a fuoco il suo mondo. Una coppia di giovani fantasmi, Alec Baldwin e Geena Davis, cerca di liberarsi della famiglia di vivi che ha invaso la loro casa, e per riuscirci chiama un “bio esorcista” sguaiato e lurido: è Michael Keaton, irriconoscibile e scatenato. Accanto a loro c’è una Winona Ryder adolescente nei panni della dark Lydia Deetz e una Catherine O’Hara perfetta come matrigna snob. L’aldilà di Beetlejuice è un ufficio burocratico popolato da morti in coda, con la sala d’attesa e i moduli da compilare: un’idea da commedia nera che diventa il manifesto del regista. Il film vince l’Oscar per il trucco.
Batman e Batman Returns: Burton a Gotham City
Nessuno, a Hollywood, avrebbe scommesso sul regista di Pee-wee per il ritorno al cinema dell’Uomo Pipistrello. E quando Burton sceglie come protagonista proprio Michael Keaton, un attore comico, i fan dei fumetti insorgono con migliaia di lettere di protesta alla Warner. Batman esce nel 1989 e chiude ogni discussione: Jack Nicholson è un Joker memorabile, Kim Basinger è Vicki Vale, la Gotham City immaginata dallo scenografo Anton Furst, premiata con l’Oscar, è una cattedrale gotica e art déco che influenzerà il cinema di supereroi per decenni. Il film supera i 400 milioni di dollari nel mondo e trasforma Burton in uno dei registi più potenti di Hollywood.
Batman Returns, nel 1992, è il film in cui Burton si prende tutta la libertà conquistata. Il Pinguino di Danny DeVito è un orfano deforme abbandonato nelle fogne, la Catwoman di Michelle Pfeiffer una segretaria umiliata che rinasce dopo essere stata gettata da una finestra, Christopher Walken un industriale senza scrupoli che porta il nome di Max Shreck, omaggio all’attore del Nosferatu di Murnau. È un film cupo, malinconico, perfino sensuale, che spiazza le famiglie e manda in crisi i partner commerciali dei gadget per bambini. Warner affiderà il capitolo successivo a Joel Schumacher. Ma oggi, per molti, Batman Returns resta il cinecomic più personale mai uscito da uno studio.
Edward mani di forbice: l’incontro con Johnny Depp
In mezzo ai due Batman, nel 1990, arriva il film più intimo della sua carriera. Edward mani di forbice nasce da un disegno che Burton aveva fatto da ragazzo: una creatura con lame al posto delle dita, incapace di toccare qualcuno senza ferirlo. È il suo autoritratto più sincero. Edward è un ragazzo artificiale rimasto incompiuto alla morte del suo inventore e accolto in una periferia pastello che lo adora finché è una novità e lo respinge appena diventa scomodo. Quella periferia è, quasi alla lettera, la Burbank della sua infanzia.

Per il ruolo Burton sceglie un giovane idolo televisivo che vuole liberarsi della sua immagine da bello di 21 Jump Street: Johnny Depp. È l’inizio di una delle coppie regista attore più celebri del cinema contemporaneo, che proseguirà per otto film. Winona Ryder è Kim, la ragazza di cui Edward si innamora, Dianne Wiest la madre gentile che lo porta a casa. E nel ruolo dell’inventore Burton vuole Vincent Price, al suo ultimo ruolo importante sul grande schermo: il cerchio che si chiude tra il ragazzino di Burbank e il suo idolo.
Nightmare Before Christmas: la poesia diventata cult
Ai tempi della Disney Burton aveva scritto una poesia su Jack Skeletron, il re della Città di Halloween che scopre il Natale e decide di prenderselo. Dieci anni dopo, ormai potentissimo, riesce a farla diventare un film. Nightmare Before Christmas esce nel 1993 in stop motion, diretto da Henry Selick su soggetto e personaggi di Burton, che lo produce, con le canzoni di Danny Elfman, che presta anche la voce cantata a Jack. Accolto con un successo discreto, nel tempo diventa un fenomeno di culto e di merchandising capace di attraversare le generazioni, tanto che ancora oggi in molti lo considerano un film “di Tim Burton” senza sapere che non ne è il regista.
Ed Wood: l’omaggio al peggior regista di sempre
Nel 1994 Burton gira il suo film più tenero, e quello che incassa meno. Ed Wood è la biografia in bianco e nero di Edward D. Wood Jr., l’autore di Plan 9 from Outer Space considerato da molti il peggior regista della storia, interpretato da un Johnny Depp entusiasta e travestito da donna. Burton non lo prende in giro: lo ama. Ama il suo ottimismo incrollabile, la sua famiglia di sbandati, la sua amicizia con un Bela Lugosi anziano, dimenticato e dipendente dalla morfina. Martin Landau vince l’Oscar come miglior attore non protagonista proprio nei panni di Lugosi, e il film vince anche quello per il trucco. È l’unico film della sua stagione d’oro senza le musiche di Elfman: la colonna sonora è di Howard Shore.
Da Mars Attacks! a Il mistero di Sleepy Hollow
Mars Attacks!, nel 1996, nasce da una serie di figurine degli anni Sessanta ed è una parodia feroce dei film di invasione aliena. Jack Nicholson interpreta due ruoli, il presidente degli Stati Uniti e un palazzinaro di Las Vegas, accanto a Glenn Close, Annette Bening, Pierce Brosnan, Danny DeVito e Natalie Portman. I marziani dalla testa enorme, che rispondono soltanto “ack ack”, vengono sconfitti alla fine nel modo più assurdo: da una vecchia canzone country che fa esplodere loro il cervello. Negli Stati Uniti il film delude, in Europa trova un pubblico molto più affezionato.

Il mistero di Sleepy Hollow, nel 1999, è invece il suo omaggio dichiarato all’horror gotico della Hammer. Depp è Ichabod Crane, un investigatore pauroso e razionalista, Christina Ricci la misteriosa Katrina, Christopher Walken il Cavaliere senza testa. Le scenografie di Rick Heinrichs, che costruisce un intero villaggio coloniale avvolto nella nebbia, vincono l’Oscar.
Gli anni Duemila: Big Fish, Willy Wonka e Sweeney Todd
Dopo il remake de Il pianeta delle scimmie, nel 2001, che segna l’incontro con Helena Bonham Carter, sua compagna per oltre un decennio e madre dei suoi due figli, Burton firma il film che molti considerano il suo più maturo. Big Fish, del 2003, racconta un figlio che cerca di scoprire la verità dietro le storie favolose del padre morente. Ewan McGregor e Albert Finney interpretano lo stesso uomo in due età diverse, con Billy Crudup, Jessica Lange e una giovane Marion Cotillard. Burton lo gira poco dopo aver perso il padre, con cui aveva un rapporto difficile, e il film diventa una riflessione commossa su come i racconti possano dire la verità meglio dei fatti.
Nel 2005 escono due film nello stesso anno. La fabbrica di cioccolato riporta al cinema il romanzo di Roald Dahl, con un Willy Wonka di Johnny Depp pallido e infantile e Freddie Highmore nei panni di Charlie. La sposa cadavere, codiretto con Mike Johnson, torna invece alla stop motion con una storia d’amore tra un ragazzo timido e una sposa morta, ancora con le voci di Depp e Bonham Carter.
Sweeney Todd, nel 2007, adatta il musical di Stephen Sondheim sul barbiere assassino di Fleet Street. Depp si mette alla prova con le partiture di Sondheim e ottiene una candidatura all’Oscar, Bonham Carter è Mrs. Lovett, Alan Rickman il giudice corrotto. E c’è un orgoglio italiano: le scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, che ricostruiscono una Londra vittoriana grigia e sanguinosa, vincono il premio Oscar.
Alice in Wonderland, Dumbo e la rottura con la Disney
Il ritorno alla Disney arriva con Alice in Wonderland, nel 2010: Mia Wasikowska è un’Alice cresciuta, Depp il Cappellaio Matto, Bonham Carter una Regina Rossa dalla testa enorme. Il film supera il miliardo di dollari nel mondo, diventa il maggiore successo commerciale della sua carriera e vince due Oscar, per la scenografia e per i costumi di Colleen Atwood, altra collaboratrice storica. Nel decennio successivo arrivano Dark Shadows, il remake animato di Frankenweenie candidato all’Oscar, Big Eyes con Amy Adams e Miss Peregrine, la casa dei ragazzi speciali con Eva Green.

Poi, nel 2019, Dumbo. Il remake in live action del classico Disney, con Colin Farrell, Eva Green, Michael Keaton e Danny DeVito, è una favola su un elefantino diverso sfruttato da un grande impresario dell’intrattenimento. Tre anni dopo Burton svelerà il senso nascosto del film: parlando al Festival Lumière di Lione racconterà di aver capito, girandolo, di essere lui stesso Dumbo, intrappolato in un “orribile grande circo” da cui doveva scappare. E dirà che il suo tempo con la Disney era finito.
Mercoledì e Beetlejuice Beetlejuice: la seconda giovinezza
La fuga lo porta dove nessuno se lo aspettava: in televisione. Nel 2022 Burton dirige i primi quattro episodi di Mercoledì per Netflix, la serie sulla figlia della Famiglia Addams interpretata da Jenna Ortega. Mercoledì diventa uno dei più grandi successi della piattaforma, la sua danza al ballo scolastico fa il giro del mondo sui social e la serie arriva alla seconda stagione nel 2025, mentre le riprese della terza sono partite a febbraio 2026, come abbiamo raccontato qui.
Il cerchio si chiude nel 2024 con Beetlejuice Beetlejuice, sequel arrivato trentasei anni dopo l’originale e scelto come film d’apertura della Mostra di Venezia. Tornano Michael Keaton, Winona Ryder e Catherine O’Hara, a cui si aggiungono Jenna Ortega, Willem Dafoe, Justin Theroux e Monica Bellucci. Il film incassa oltre 450 milioni di dollari nel mondo e dimostra che il mondo burtoniano, con i suoi morti in coda e i suoi vermi delle sabbie, non ha perso un grammo del suo fascino. Tra i progetti futuri c’è il remake di Attack of the 50 Foot Woman, il classico della fantascienza anni Cinquanta, tuttora in fase di sviluppo.
Burton e l’Italia
Il rapporto con il nostro paese è lungo e affettuoso. Nel 2007 la Mostra di Venezia gli assegna il Leone d’oro alla carriera, nel 2019 arriva il David di Donatello alla carriera e nel 2021 il premio alla carriera della Festa del Cinema di Roma. Tra l’ottobre 2023 e l’aprile 2024 la Mole Antonelliana di Torino ospita Il mondo di Tim Burton, la prima grande mostra italiana dedicata al suo universo: oltre cinquecento opere tra disegni, dipinti, bozzetti, sculture e costumi, molte mai viste prima. È la prova che dietro il regista c’è prima di tutto un artista visivo, che non ha mai smesso di disegnare i suoi mostri su qualunque foglio gli capitasse sotto mano.

L’eredità di Tim Burton
Rivedere oggi i film di Tim Burton significa riconoscere un’ossessione che non si è mai spenta. Edward, Jack Skeletron, il Pinguino, Ed Wood, Mercoledì Addams: sono tutti personaggi che non appartengono al mondo in cui vivono e che, proprio per questo, finiscono per guardarlo con più lucidità degli altri. Burton ha portato il gotico, il macabro e il malinconico dentro i blockbuster, ha reso cool la diversità per almeno tre generazioni di ragazzi che si sentivano fuori posto, e ha dimostrato che si può fare cinema da centinaia di milioni di dollari restando fedeli ai disegni che si facevano da bambini.
Non tutto è riuscito, e non tutto invecchia allo stesso modo. Ma pochi autori hanno lasciato un segno così netto nell’immaginario collettivo. Basta una casa storta su una collina, una canzone di Danny Elfman, un paio di occhi cerchiati di nero. E capiamo subito dove siamo: a casa di Tim Burton, dove i mostri sono gli unici di cui fidarsi.












